sabato 31 dicembre 2011

L'occhio "invisibile" del mercato

Il Tesoro ha pagato rendimenti più bassi per collocare i suoi titoli.Vorrei tanto che un qualche segnale di inversione di marcia fosse giunto... invece... così non è. Il ministero del Tesoro ha sborsato interessi meno esosi per i piazzare i suoi titoli...  in realtà non è cambiato nulla, poichè questa è stato un mero espediente dellatesoreria bancaria. Ma i mercati lo sanno e, per questo, non modificano di una sola virgola il loro severo giudizio.
Siamo sotto osservazione dell'occhio "invisibile del mercato", se non altro per conoscere l'andamento del nostro debito pubblico che, in specie sotto il governo Berlusconi, si è ulteriormente dilatato.

mercoledì 28 dicembre 2011

Democrazia violata

Ernesto Galli della Loggia, in ossequio ai cosiddetti "poteri forti", tiene a precisare, sul "Corriere della Sera", che non ha mai scritto nulla circa una eventuale sospensione della democrazia. Dobbiamo dargliene atto, anche perchè non di sospensione si tratta ma di una sistematica violazione della medesima. La degenerazione del sistema politico italiano trova sempre nuove forme per manifestarsi, ragion per cui quando nessuno se lo aspettava, i segni della involuzione olgarchica hanno cominciato a manifestarsi in modo palese.
Si riteneva infatti che con l'adozione del bipolarismo (seppure imperfetto) fosse finita l'epoca dell'inciucio partitocratico.  Non ci si è resi conto, per converso, che la presenza sia pur larvale del cosiddetto "centrismo" di marca democristiana, equamente suddiviso in entrambi i poli, avesse mantenuto sotto traccia,  tutta la sua efficacia; per cui, se all'inizio, si riteneva "ininfluente" tale presenza, con il tempo, tale "ininfluenza" è diventata influente (pensiamo a Casini con la sua terzietà) e con la dipartita del caro Gianfrì tale presenza è divenuta addirittura condizionante.
Con la nomina di Mario Monti a Senatore a vita, il potere economico anzichè entrare nella politica dalla porta di servizio vi entra dal portone principale, con l'osanna di tutti i partiti, alla faccia della sovranità popolare e anche parlamentare. E sic res stantibus non resta che prenderne atto ed agire di conseguenza.

venerdì 23 dicembre 2011

Alleggerimento quantitativo

Lorenzo Binismaghi

Lorenzo Binismaghi, alla fine del suo mandato nella BCE, dichiara al Financial Times una cosa molto interessante. In breve: uno dei punti in cui c'è stato più scontro (quasi dogmatico) in  questo ultimo anno e mezzo nella Bce  è stato sul famigerato quantitative easing, concernente la  politica monetaria non ortodossa di acquisti sul mercato seguiti dalla FED, per sostenere il ciclo monetario degli Stati Uniti ed evitare che quel paese vada in recessione. In pratica si è soliti dire che la BCE non può e non deve (?) assumere tale politica, quando, in effetti,  potrebbe benissimo praticarla, qualora ci si trovassse in condizioni difficilissime, così come è accaduto negli Stati Uniti. Una cosa che praticamente fa anche la Bank of England. Bene, su questo punto, Binismaghi non riesce a comprendere il motivo di tale diniego. Interessante punto di vista che potrebbe -in un futuro nemmeno troppo remoto - spianare la strada per una nuova politica economica.

giovedì 22 dicembre 2011

Mister Mario e i tre porcellini dell’apocalisse

Il Passaggio dell’IDV dai banchi della maggioranza a quelli dell’opposizione è stato inutile. Alla fine Mister Mario ce l'ha fatta... la soddisfazione era ampiamente visibile sul suo viso e in quello della ex lacrimante Fornero.  Dopo la Camera, infatti, è arrivato anche l'OK del Senato:  la manovra è stata approvata. Così, dopo una dose massiccia di polemiche, si conclude il primo tempo del governo Monti, nato per torchiare gli italiani, imporre una stagione di ulteriori sacrifici(come se non ne avessimo fatti abbastanza), e, soprattutto, restituire alle Banche il ruolo di guida nell'economia del nostro sfortunato Paese. Ma questo è solamente il primo tempo. Il secondo si preannuncia abbastanza diverso. Passata questa prima fase di tassazione  i mercati si calmeranno per un po’... Ma poi? Ieri l'Istat ci ha avvisato: siamo in recessione. E l'effetto virale, dalle banche, si trasferirà immediatamente ai clienti. C'è poco da ridere, dunque.
La prossima mossa sarà la riforma del mercato del lavoro. Una cosa viene da chiedersi: Ma Mister Mario lo sente o no il lamento delle migliaia di persone che non l'hanno votato e si chiedono perché sia seduto sullo scranno più importante? I mercati continuano a scommettere sul fatto che la cosa non possa funzionare.  Tutto dipende da come reagirà la popolazione di fronte a quest’ennesima rapina. Non è così che uscirà sano dalla “tempesta”, non disintegrando l’apparato linfatico della cosa pubblica, dei partiti e del sindacato. Lo Status quo non glielo permetterà. Per questo è assai probabile che a pagare siano sempre i più deboli, quelli senza tutele (sindacali o di  posizione).
Dopo la stangata di Monti, vi saranno le prese per i fondelli,  guidate da meri calcoli elettorali,  in vista del voto che si terra – molto probabilmente  - entro la primavera del 2013.I tre partiti che, in modo assai ipocrita, appoggiano il governo del Preside si stanno preparando, con una serie di  contromanovre, per infinocchiare nuovamente gli italioti.
Trovo che tali calcoli siano veramente meschini, se non altro poiché il bene della nazione non è né al primo  né al secondo posto… ma all’ultimo. Qui l’unico cruccio che si pongono i “politici” è dettato dalla possibilità di essere rieletti e di continuare a sperperare denaro pubblico.
Inoltre, questi politicanti farebbero bene a non farsi troppo illusioni: l’esito  del voto non è completamente sotto il controllo del cosiddetto trio dell’apocalisse. Ciò che uscirà dalle urne dipenderà molto più da chi entrerà in campo e cosa saprà proporre al popolo bue.
I partiti minori, Grillo, Vendola ma anche alcuni outsiders  come i piccoli partiti neoborbonici potrebbero  mandare all’aria qualsiasi  piano politico. Milioni di elettori sarebbero in grado di sganciarsi dai partiti maggiori, drenando così i loro voti altrove, magari in formazioni nuove ed autonome dai vecchi schemi partitocratici. Naturalmente questa non è una certezza. Si tratta di una mera ipotesi. Potrà anche accadere che prima di andare al voto il governo tecnico sia percepito in modo diverso e, in tal caso, le cose si complicherebbero ulteriormente, introducendo un’altra incognita a quelle già esistenti, vanificando così qualunque tatticismo di marca utilitarista.  
Per questo ed altro, è assai ragionevole supporre che lo scenario futuro sia adesso ancora indecifrabile ed  è per questo che i partiti aspettano le prossime mosse… Sta agli italiani capire il gioco e non farsi soggiogare.

mercoledì 21 dicembre 2011

"Democrazia" sospesa


Osservare il cavaliere applaudire il capo dello stato fa un certo effetto, dobbiamo ammetterlo. 
Chissà come la prenderanno i suoi fans?
Evidentemente Berlusconi ha capito che se vuole continuare a rimanere nel gioco deve accettare il binomio Monti-Napolitano. Il carattere emergenziale non è l'unico binario entro cui si deve mantenere il governo. L'appello lanciato ieri da Napolitano puntava proprio a marcare questo aspetto. Si paventa una continuità nel governo dei banchieri... E' evidente che il lavoro sinora svolto dai politici  non ha dato i frutti sperati. 
La funzione di garanzia del Presidente della Repubblica si è "evoluta" in quella di "guida", uscendo così dall'alveo della carta costituzionale, senza che nessuna vestale della Costituzione si stracciasse le vesti per questo. Napolitano si trasforma così in un fedele cane da guardia e blinda il governo, dicendo chiaramente che non vi è nessuna sospensione della democrazia... Di quale democrazia parla il Presidente della Repubblica? Di quella, per caso, che non ha invalidato l'elezione di un governatore (Formigoni) palesemente eletto in spregio alla legge e, soprattutto, in spregio alla uguaglianza di fronte alla legge, presentando una lista con migliaia di firme falsificate? Oppure di quello "Stato democratico" che, in barba  alla Costituzione e a diversi risultati referendari, trova sempre modi  diversi per aggirare o disattendere il verdetto popolare e/o costituzionale? La lista delle domande potrebbe continuare all'infinito...

A questo punto occorre riflettere sul significato di "democrazia" a prescindere dalla disapplicazione dei suoi principi.


Antonio Salazar De Olivera sosteneva che:
"Se La democrazia consiste nel livellamento alla base,

nel rifiuto di ammettere le ineguaglianze naturali;
se la democrazia consiste nel credere che il potere 
trova la sua origine nella massa e non nell'élite,
allora, effettivamente, ritengo che la democrazia è una finzione.
Non credo al suffragio universale, poichè il voto individuale 
non tiene conto delle differenze umane. 
Non credo all'uguaglianza ma alla gerarchia...
Io non credo alla libertà... ma alle libertà. 
La libertà che non si piega davanti all'interesse nazionale, 
si chiama anarchia e distruggerà la nazione.
Non si governano angeli nello spazio, ma uomini sulla terra, 
che sono come sono e non come alcuni vorrebbero che fossero".

Le parole sono pietre e queste lo sono ancor di più. Sicuramente di più di quelle di Winston Churchill, secondo cui la Democrazia sarebbe: 
 "la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte quelle altre forme  che si sono sperimentate finora".
Eppure, alla prova dei fatti, il cosiddetto "governo del popolo" spesso si traduce in governo delle oligarchie finanziarie, che usano la democrazia come una sorta di  parola magica, in grado di incantare le masse inebetite dai messaggi subliminali di falsa libertà che la democrazia, attraverso i suoi molteplici strumenti, emana ogni giorno.
A ben vedere, dunque, il lusitano ha ragione da vendere: la democrazia è una finzione., una pietosa bugia, una pia illusione... e chi più ne ha più ne metta.
© ♚Pierre

martedì 20 dicembre 2011

Articolo 18 addio?

Il mercato ci ha concesso una tregua. Certamente. Ma non il credito di cui il popolo ha bisogno. Per questo lo spread tra bund e buoni del tesoro è ancora molto alto. Intanto il varo della manovra non ha sortito commenti positivi, nemmeno da chi si appresta a votarla.  Occorre tamponare i gravissimi problemi contingenti: pensioni, mercato del lavoro, ripresa ecc.  Non si può lasciare affogare questo paese nella palude delle varie lobbies che ancora riescono a dettare l'agenda dei loro assurdi privilegi. Bisogna inaugurare una vera rivoluzione copernicana che individui i veri privilegi e le reali povertà. Rimanendo fermi però sulla disciplina fiscale e di bilancio. Su quest'ultimo punto, però, vi sono ostacoli insormontabili. I veri problemi strutturali dell'Italia non possono essere archiviati con un tratto di penna: essi hanno origini antiche  e radici profonde e connotano la struttura gerarchica del nostro paese. Mettervi mano equivarrebbe a ingenerare una vera e propria rivolta dello status quo, la qual cosa non riesce praticabile ad alcun governo "democratico".


La politica s'è ormai disciollta nell'acido della stretta creditizia, sostituita dalle "molecole" tecno-finanziarie che non danno problemi di rigetto e, soprattutto, sono refrattarie alle reazioni popolari.
La politica - d'altro canto -  è morta da tempo immemorabile. Ma non è stato un caso di omicidio e nemmeno di suicidio. Si tratta invero di eutanasia.
I sindacati rimangono dunque da soli sulla barricata ma dubito che il soldato Camusso possa resistere al tiro incrociato dei partiti e delle banche.
Dopo il rigore immediato per i pensionati, occorre osservare che da parte dei dirigenti confederali non esiste una visione complessiva delle cose, per cui si registrano sempre i soliti distinguo che non giovano alla causa generale.
"Ragazzi, siamo in recessione" - verrebbe da dire. Ma non solo economicamente. Anche nel campo dei diritti si procede  con la scure. Si richiede sempre più flessibilità. A questo proposito si invoca la flex-security di marca danese, una sorta di mix fra flessibilità del lavoro e sicurezza. Ma l'ex Ministro del Lavoro, Cesare Damiano,  avverte di aver studiato la materia e che tale ipotesi risulterebbe irrealizzabile in Italia per via degli alti costi di realizzazione. E così l'art. 18 diventa sempre più ingombrante, fino a suscitare l'ira dei sindacati confederali.  Pietro Ichino, invece, si dichiara possibilista. Secondo la sua ipotesi si potrebbe assumere a tempo indeterminato, salvo poi sciogliere il rapporto senza troppe difficoltà. Una sorta di matrimonio scindibile,  dunque. Ma perché c'è tanto allarme sull'art.18? Le radici vanno ricercate in quella sorta di unione consociativa che risale alla prima repubblica, dove i socialcomunisti gestivano la politica del lavoro e i democristiani quella industriale. Entrambi, visti i risultati odierni hanno miseramente fallito.
 Forse questo articolo sarà stralciato e diventerà carta-straccia. Non che prima fosse proprio una misura equa. Tutti avevano avvertito la palese sperequazione fra le aziende con 15 dipendenti e quelle con 16. E dire che il vecchio subcomandante Fausto voleva estenderlo a tutti. Purtroppo però il referendum diede esisto negativo. I lavoratori fissi pensarono bene di recarsi al mare invece che a votare, facendo venir meno il quorum necessario...Le solite categorie protette non si mobilitarono per la estensione, e anche il "cinese", Sergio Cofferati, diede una mano a remare contro, attraverso qualche dichiarazione non proprio commendevole...
Adesso la trimurti sindacale sostiene che l'art. 18 non si tocca, confermando di voler tutelare i soliti noti, dimenticando che in Italia tre milioni e mezzo di lavoratori non beneficiano di suddetto articolo da quando sono entrati nel mondo del lavoro. 
Il Partito Democratico non sa che pesci pigliare, dove si confronta la linea Ichino, favorevole alla sua abolizione, e, dall'altra parte, c'è Cesare Damiano che è molto critico. Bersani, dal canto suo,   preferirebbe prendere tempo. Sull'articolo 18 c'è il rischio di far crollare tutto e il PD è pronto al dialogo ma solo dopo le feste. Ma questa ostinazione di principio sull'art. 18 non ha davvero senso, poiché non è estesa a tutti i dipendenti e finisce per lo più per favorire i soliti lavoratori sindacalizzati, penalizzando alcune ditte e favorendone altre. Inoltre se si vuole introdurre un parametro di equità, bisognerebbe o estenderlo a tutti oppure azzerarlo, mettendo anche chi è al sicuro nella medesima condizione di chi non lo è. Ma quest'ultimo punto, evidentemente, non conviene...


Specchietti per le allodole

Il debito pubblico

Un tema di estrema attualità, spesso sottovalutato nel passato, è quello dell’annoso debito pubblico.
A partire dagli anni ottanta, il debito pubblico è stato un problema solo per gli “addetti ai lavori”, non afferente l’ambito della politica partecipata, soprattutto a livello collettivo.  Nessuno si preoccupava più di tanto; e se qualcuno si permetteva di sollevare il problema nelle aule parlamentari veniva immediatamente ridicolizzato ed emarginato.
Tuttavia, gli eventi di questi ultimi anni ci dimostrano che era invece necessario prenderlo seriamente in considerazione. Oggi, purtroppo, ci troviamo nella necessità di sciogliere questo nodo, pena la perdita di conoscenza in un settore fondamentale per la nostra economia. La formazione del debito pubblico è uno dei primi frutti bacati della partitocrazia. Una sorta di vizio pubblico, per cui, tutti insieme, allegramente, si è proceduto per decenni a spendere e a spandere senza alcuna cognizione di causa. Il ricorso al debito, nel nostro Paese, è diventato - da quel periodo in poi - un modo ordinario di sgovernare il paese, e, viceversa, di governare gli appetiti famelici dell’apparato partitocratico,  in barba alle più elementari nozioni di economia. Adesso che la dimensione del debito in rapporto al Prodotto interno lordo ha assunto dimensioni macroscopiche fino ad arrivare al 120%, si corre ai ripari invocando lo stato d’eccezione e, persino, la sospensione della sovranità popolare. Attualmente il governo ha varato una manovra finale di sicuro impatto sociale. Ma non credo  servirà...

La storia

Senza andare troppo indietro nel tempo faccio una breve cronistoria degli eventi più significativi.
Per comprendere appieno il fenomeno (sottovalutato) del debito pubblico occorre scavare a fondo, fino alla “radice” politica di questa “realizzazione” delle due condizioni di sostenibilità del debito pubblico. I disavanzi primari cominciano a formarsi in modo consistente nella prima meta degli anni ‘70. Complessivamente, in questo decennio, il debito pubblico  aumentò dal 40% sino al 60%. Nel decennio dei “meravigliosi anni ‘70” abbiamo assistito ad un aumento del 20% del rapporto debito pubblico/Pil. Per capirne i motivi, occorre scomporre, per voci di spesa, il disavanzo di bilancio. Da che cosa era originato questo deficit? In quegli anni i disavanzi primari sono in parte giustificati da una esigenza di sostenere la nostra economia in una fase congiunturale sfavorevole. Ma questa è solo una parte della spiegazione.
Tra il 1970 e il 1980 la spesa pubblica corrente aumenta dal 32% al 39%. Quindi, un aumento di tale portata, non può avere come giustificazione  soltanto quella di sostenere l’attività produttiva. Il motivo  deve ricercarsi nella spirale contestazionistica del 1968, nella quale affiora con forza l’affermazione di taluni nuovi diritti che avranno negli anni successivi una ricaduta economica notevole.  Queste rivendicazioni salariali troveranno una risposta politica del tutto sganciata dalle teorie economiche che legavano il profitto al salario. Sono anni in cui si realizzano sostanziali aumenti contrattuali, trattamenti pensionistici più favorevoli ecc.   Anche nella sanità si registrò un forte aumento della spesa,  completamente slegata da una gestione oculata della cosa pubblica. I partiti, fregandosene della meritocrazia e dei rendiconti di bilancio, avviarono una "campagna acquisti" per esclusivo tornaconto personale o del partito di appartenenza. Il fatto che la spesa pubblica fosse sempre in continuo aumento non generò allarmi di grande portata. La condizione di permanente disavanzo strutturale del sistema ha origine quindi in una debolezza della politica. La politica fu incapace di governare responsabilmente i forti conflitti sociali che si determinarono in seguito al ‘68 e dunque vi fu una risposta consociativa dei partiti alle nuove esigenze che affioravano a ridosso degli anni ‘70. L’estrema incapacità della politica “democratica” dei partiti (partitocrazia) diede luogo ad una consociazione  attiva sul terreno della spesa pubblica, tra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. DC e PCI furono – in questo preciso frangente - sempre più frequentemente uniti nella votazione dei programmi di spesa, incuranti degli enormi debiti che ingeneravano.  La Banca d’Italia, negli anni settanta, condivise con il Ministero del  Tesoro l’obiettivo della crescita economica, anche a scapito del contenimento dell’inflazione; per cui, mentre il disavanzo primario aumentava, il tasso di interesse veniva mantenuto molto al di sotto del tasso di crescita del pil, favorendo, in questo modo, una stabilizzazione del rapporto debito/pil.
Per tal via, i debiti di bilancio, durante quegli anni, furono finanziati da quella che gli economisti chiamano “monetizzazione del debito pubblico (Finanziamento del debito). La legge infatti stabiliva che la Banca d’Italia fosse obbligata a sottoscrivere le quote  dei titoli di debito pubblico che il Tesoro emetteva sul mercato ma che non riusciva a vendere. Questo meccanismo aveva il forte svantaggio di ingenerare delle forti spirali inflazionistiche, anche se non produceva notevoli ripercussioni sul tasso di interesse, che rimaneva contenuto entro limiti accettabili. E'  la ricetta che alcuni politici invocano ora con la creazione degli euro bond, semplicemente per continuare a lucrare su tutto, non certo per arginare gli sprechi. Dimenticano che una tal cosa esige una governance europea con politiche comuni, un comune Ministero del Tesoro, un comune Ministero dell'Economia ecc. Una tal cosa, inoltre, prevede la modifica dei trattati e, per adesso, la Germania è fortemente contraria. 
Sino al 1970,  gli accordi di Bretton Woods furono in grado di contenere gli squilibri economici. Poi, però, la guerra del Vietnam fece lievitare fortemente la spesa pubblica statunitense, per cui il sistema andò in crisi.  Infatti, di fronte al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve auree.
Ciò spinse il presidente USA, in illo tempore, Richard Nixon,  ad annunciare, il 15 agosto 1971, a Camp David, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve statunitensi si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro degli USA aveva già erogato 90.000 tonnellate d’oro. Inoltre, occorre ricordare che, in tale occasione, la Federal Reserve stampò una quantità ingente di banconote, assai superiore alla quantità consentità dalla riserva aurea disponibile. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.
Nel dicembre dello stesso anno il Gruppo dei Dieci firmò l'accordo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. Lo standard aureo (Gold Standard) fu quindi sostituito da un non sistema di cambi flessibili.

La Svolta

Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi
Negli anni '80 la “musica” cambiò completamente. La FED (Federal Reserve), sul finire degli anni '70, incominciò, infatti,  a seguire il trend monetarista,  per cui vennero adottati tutti gli indirizzi restrittivi di detta politica monetaria. Proprio in quegli anni e, precisamente, nel 1979,  l'Italia fece il suo ingresso nello SME.   Due anni più tardi, nemmeno a farlo a apposta, si realizzò un fatto molto importante: il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore (in illo tempore) della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di comune accordo, decretarono per legge il divorzio fra Bankitalia e il Ministero del Tesoro. La Banca centrale di emissione (Banca d'Italia) non era più obbligata a sottoscrivere i titoli  statali che il Tesoro non fosse riuscito a piazzare sul mercato o a vendere ad investitori privati. Quindi, a questa trasformazione istituzionale, fece seguito anche un mutamento della politica monetaria. In cosa consisteva questa trasformazione? Anzitutto  fu messa in pratica la politica monetarista della FED  che si tradusse sia in una notevole restrizione della base monetaria sia in un poderoso aumento dei tassi di interesse.  Questi ultimi superarono di parecchi punti i tassi di crescita del Prodotto interno Lordo (PIL).    Mentre gli anni ' 70 furono caratterizzati dal patto di alleanza fra la Banca d’Italia  e il Ministero del Tesoro, gli anni successivi, furono caratterizzati da un enorme indebitamento dello Stato verso la Banca Centrale. Ma, in definitiva,  quale furono le ragioni di tale divorzio? La prima ragione fu quella di porre fine al meccanismo inflazionistico di disavanzo. Finanziare il disavanzo attraverso l’ampliamento della base monetaria creava sicuramente una spirale inflazionistica. La seconda motivazione era dettata dal fatto che si voleva “responsabilizzare” la classe politica, attraverso una politica legata al debito pubblico. Si riteneva, cioè, che il parlamento, messo di fronte al dato inoppugnabile di un aumento del deficit di bilancio pubblico e, soprattutto, ad un elevato aumento dei  costi, in termini di tassi di interesse, avrebbe messo  fine agli sprechi. Questa ultima  considerazione, però,  fu del tutto disattesa e gli anni ottanta furono caratterizzati da un’ingentissima spesa pubblica per il pagamento degli interessi.

Questo disavanzo di bilancio non si fermò nemmeno negli anni successivi dove, nonostante la congiuntura internazionale fosse favorevole, con una forte espansione del ciclo economico internazionale, il Pil passò dallo 0,6% del 1982 a quasi il 4 % del 1988. Dunque, nonostante una fase espansiva del ciclo economico, si continuò ad accumulare forti disavanzi di bilancio che fecero salire il debito pubblico in modo esponenziale.

Non si può parlare di un'applicazione della  teoria economica keynesiana. Difatti,  chi segue la politica di John Maynard Keynes, non farebbe mai una cosa del genere. La crescita di questo disavanzo anche negli anni ‘80 non fu l’esito di politiche neo keynesiane.  Il problema del disavanzo pubblico era noto a tutti in quegli anni. Ma tutti fecero finta di non vedere. Gli unici, per amor del vero, a denunciare questo stato di cose furono i radicali, guidati da Marco Pannella. A tal proposito, il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi scrisse:  
“In nessun altro paese industrializzato i disavanzi pubblici hanno mantenuto per così lungo tempo dimensioni tanto ingenti come in Italia. I problemi posti dall’interazione tra debito accumulato e disavanzi ripetutamente elevati si fanno pressanti”.
Che amara delusione! A ben vedere, questa “ragione” assomiglia assai ad un pretesto di ordine diverso. Perché mai dei governanti abituati a spendere e a spandere, accreditandosi presso l’elettorato come dei veri e propri benefattori, avrebbero dovuto rinunciare al migliore dei privilegi?  In altre parole, se avessero fatto diversamente, si sarebbero scavati la fossa con le loro stesse mani, dato che il monopolio del consenso, passava (e passa ancora) proprio attraverso l’elargizione di favori e prebende pagate col debito…
La “responsabilità” dei politici nell’arco di 150 anni non si era mai vista, soprattutto nei confronti del Sud-Italia, dove fu attuata una fiscalità di rapina.  Tutta una serie di tasse e balzelli, fino ad allora pressochè sconosciuti, furono allora introdotti facendo passare il Regno delle due Sicilie dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte esorbitanti; imposta di ricchezza mobile, tasse di registro e bollo. tasse giudiziarie, successione, fondiaria, ecc.
Oggi, nonostante il crescente debito pubblico, i politici continuano imperterriti sulla strada dello spreco, elargendo favori a destra e a manca per alimentare il consenso ed assicurarsi la rielezione. Per questo motivo, si è resa necessaria la separazione tra il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale.  I politici hanno reagito in malo modo, incoraggiando (direttamente o indirettamente) correnti di pensiero che infondessero sfiducia nelle Banche Centrali.
Una di queste correnti è quella legata al Signoraggio Bancario. Su questo argomento si sono dette e scritte tutta una serie di corbellerie che ad elencarle tutte ci vorrebbe una vita. Lo stato si indebita perchè spende troppo rispetto alle sue entrate. La cosa è abbastanza semplice ma per ovvi motivi tutti preferiscono credere a tesi di complotti immaginari che hanno il solo effetto di continuare a deresponsabilizzare una classe politica incapace e, soprattutto, ad illudere i coloro che - credendo di essere più furbi degli altri - fanno proprie le tesi complottiste.
In realtà - senza troppa pubblicità - la stessa Banca d'Italia riconosce e definisce il Signoraggio Bancario.

Conclusioni

Il Ministero del Tesoro e dell'Economia sarebbero perfettamente in grado di gestire tutti i processi concernenti l'emissione monetaria. Inoltre, l'Istituto poligrafico dello Stato detiene già da tempo la cultura e le specializzazioni richieste in tale materia".  Su questo non c'è alcun dubbio. Per tali motivi, tutti si chiedono il motivo per cui non sia lo Stato a controllarne l'emissione.  Il problema - evidentemente - non è relativo alla competenza...
Il motivo principale di questo diniego  - occorre ripeterlo - sta nel fatto che la politica - senza l'ausilio di un'autorità esterna - praticherebbe un'emissione monetaria incontrollata, svalutando la moneta ad libitum e causando altresì un aumento dei prezzi.
Tutti ricorderanno la nefasta esperienza vissuta durante la Repubblica di Weimar in Germania dove per fare la spesa occorrevano carriole di marchi.
La stampa illimitata di banconote è infatti il desiderio segreto di tutti i politicanti spendaccioni che, in tal modo, potrebbero dar corso a tutti gli sperperi che quotidianamente mettono in pratica, senza soluzione di continuità.
Collocare nelle mani dell'esecutivo la stampa della moneta andrebbe contro il principio economico della "rarità monetaria", oltre che contro il principio democratico della divisione dei poteri. Infatti chi propone un ritorno alla sovranità monetaria vagheggia teorie cospirazioniste volte al controllo del mondo attraverso l'emissione monetaria. Il tutto, con la irresponsabile complicità dei politici. In realtà le cose stanno assai diversamente. La moneta, in vero, per essere valida deve essere scarsa. L'abbondanza di moneta è foriera di enormi processi inflazionistici, tanto che in tali casi si parla di iperinflazione.
Non esistono, dunque, soluzioni miracolose per scongiurare la crescita esponenziale del debito pubblico. L'unica soluzione da adottare è quella che attuerebbe ogni buon padre di famiglia: spendere in proporzione alle entrate. Nulla di più.
© ♔Pier Luigi

domenica 18 dicembre 2011

Vi confesso di essermi smarrito in questa selva di dichiarazioni contrastanti, non perché non sia in grado di seguirne il filo, ma semplicemente per l'angoscia provata in questi giorni. Un'angoscia tale da cassare in me ogni volonta di spesieratezza e di scherno.
Non posso non pensare, senza una punta di malizia, a quanto accaduto in parlamento, dove coloro che sinora hanno appoggiato il governo più pazzo del mondo, adesso hanno alzato cartelli contro il governo.
Intendiamoci, non sono un fan delle tasse. Tuttavia, non mi pare questo un atteggiamento serio.  A cosa serve inscenare queste carnevalate? Servirà forse a ridurre le imposte? Monti si sentirà scoraggiato e abolirà l'ICI sulla prima casa? No. E allora?
Poi, una volta approvata la manovra, assodati i nuovi regimi, tutto torna come prima.
Poi ci penso un po' e mi dico. Questo è un riflesso condizionato della democrazia parlamentare. Costoro lo fanno per assicurarsi un futuro parlamentare. Non  per altro. Altrimenti non si spiega chi critica oggi le Banche e la Massoneria come abbia fatto ad appoggiare - per diverse legislature,  sino all'arrivo di Monti - un apprendista massone, affiliato alla P2 di Licio Gelli.

venerdì 16 dicembre 2011

Pronostici pessimi

L'emergenza dell'euro-area continua.  Ieri, le previsioni del centro studi di confidustria hanno tracciato un  quadro catastrofico circa il PIL degli anni a venire. Si perderanno più di 800.000 posti di lavoro... Per senso di responsabilità prima che qualche banca entri in emergenza per una crisi di liquidità occorre cambiare rapidamente sendo di marcia. Se la vecchia europa dovesse ricorrere al FMI allora sarà la fine.

martedì 13 dicembre 2011

il disaccordo dell'immacolata


Nottetempo, i "mercati" si sono messi al lavoro. Pare che la Notte dell'Immacolata abbia portato loro consiglio:  i debiti pubblici continueranno a ballare fin quando i governi europei non avranno ottemperato a tutte le ricette monetariste di riduzione del debito. Ogni accordo su sanzioni può essere impugnato, per cui è poco credibile la promessa di far "bene"... Nikolas Sarkozy sta preparando il su  popolo alla perdita della tripla A. Francoise Holland, candidato socialista,  afferma che: "se sarò eletto rigonezierò accordo ... e chiederò che sia aggiunto quello che manca sulla crescita..." Marie Le Pen, da parte sua, auspica un ritorno al vecchio Franco per riportare l'orgoglio nella terra d 'Oltrape. Anche il Belgio si avvia a chiudere l'anno con un debito cospicuo. Insomma tutta l'area euro non sembra tanto contenta della sua moneta.

domenica 11 dicembre 2011

Eurocompromesso

L'erurocompromesso raggiunto con il metodo intergovernativo sta disintegrando lentamente tutte le sovranità nazionali. L'eccezione inglese non cambia la regola.

venerdì 9 dicembre 2011

Compleanno


Sono passati quattro lustri dalla creazione dell’Europa monetaria e di acqua sotto ai ponti ne abbiamo vista passare moltissima. Allora, a Maastricht, c’erano solo dodici Paesi. Oggi siamo a quota ventisette e, probabilmente, domani si raggiungerà quota ventotto con l’allargamento dell’Europa alla Croazia. Ma proprio in questo momento l’edificio europeo potrebbe collassare. Chi se ne intende ci suggerisce che i politici accettano misure drastiche solo quando si aprono davanti a loro le porte dell’abisso.

Correva l’anno 1992 e, a Palazzo Chigi, sedeva Il dottor Sottile, designato da Oscar Luigi Scalfaro per mettere a posto i conti: 93 mila e duecento miliardi di vecchie lire tra prelievi fiscali, tasse e balzelli vari. E fu solo l’inizio di una lunga serie di finanziarie “lacrime e sangue”, che prelevarono tutto quanto il prelevabile onde consentire il rispetto dei parametri di Maastricht, indispensabile per farci entrare nel Club di Eurolandia. Chi pagò? Pantalone, come sempre.


Intanto, Prodi e compagnia bella spacciavano l’euro come fosse una pepita d’oro.

Massimo D’Alema il sedici novembre 1998 dixit:

“Dobbiamo sfruttare nel migliore dei modi i grandi vantaggi che ci porterà l’euro: dalla stabilità alla spinta verso lo sviluppo economico, fino alla bassa inflazione e alle opportunità di crescita”.



Anche Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica, nonché Governatore della Banca d’Italia, il 7 febbraio dell’anno 2000, ad una delegazione di imprenditori italiani in visita al Quirinale, ebbe a dire:

“Vi ricordate quanto si pagava in più di interessi rispetto ai concorrenti europei? Prima dell’euro lo stato italiano era considerato un debitore meno affidabile di altri stati. Ora siamo credibili quanto gli altri”.

In tutto questo tempo, però, noi comuni mortali di crescita ne abbiamo vista poca e la credibilità è venuta meno. Le uniche cose che abbiamo visto crescere sono gli sprechi improduttivi e gli scandali a catena del dopo-tangentopoli. Il cambio sfavorevole, sin dall’entrata nell’euro, ci ha portato a spendere meno, ancor prima che si verificassero le crisi. L’euro avrebbe dovuto portare in Italia meno inflazione, tassi di interesse più bassi, e, soprattutto, riempire la voragine del debito pubblico. Per non parlare dell’Euro-tassa che doveva metterci in linea con il resto dell’Europa. Che ne è stato di tutto questo? Adesso, con la crisi in atto, siamo sull’orlo del baratro. Cosa dovrebbero capire i nostri politici?

Facciamo un po’ di storia. Il progetto di Eurolandia è nato nel segno dell’ambiguità. Si è costruita un’entità astratta, senza un governo politico unico, che nascondeva la forza della Germania e la debolezza della Francia. E, dotandosi di una moneta unica, l’Europa ha voluto giocare la sua partita tra i pesi massimi del mondo, comprese le economie emergenti. Per questo traballa ancora sotto i colpi del "mercato", e non riesce a reagire, rimanenendo nell'angolo. Così si direbbe o, meglio, così ci dicono.
”L’ Europa è cresciuta" – ci dicono. Certamente, ma a che prezzo e, soprattutto, in che senso?
Siamo davvero competitivi nell’ambito mondiale? Il problema del debito sovrano non investe solo i paesi mediterranei come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. Il problema del debito è alla base di questa costruzione monetaria, che non fa l’interesse del popolo, ma delle sue oligarchie finanziarie. Il debito pubblico è una zavorra che si auto alimenta, diventando, via via, insormontabile.
La crisi che sta investendo l’Europa è dovuta principalmente (ma non esclusivamente) al declassamento dei titoli statali del debito pubblico. Ma andiamo per ordine.
Lo Stato per venire incontro alle sue esigenze monetarie emette titoli di stato che vengono scontati dalle banche. Successivamente questi titoli vengono messi in borsa e quotati dalle famigerate agenzie di rating. Quando le banche intendono alzare i tassi di interesse, spediscono le proprie “veline” alle agenzie di rating, che, a loro volta, declassano i titoli di stato in questione. Dopo di che gli stati colpiti da giudizi negativi sono costretti – obtorto collo – ad accettare le condizioni capestro a tassi più elevati. Quando si supera un certo limite (rapporto debito/Pil), arrivano le autorità monetarie europee, spediscono “lettere intimidatorie” agli stati insolventi per indurli a più “miti consigli”. Se gli stati non recepiscono le “informative europee”, le oligarchie finanziarie mandano i loro emissari nei paesi disobbedienti per metterli in riga. Questa è – in estrema sintesi – la situazione attuale, ragion per cui, se l’alternativa è “la borsa o la vita”, meglio propendere per la seconda.
©  ♚Pierre

giovedì 8 dicembre 2011

Il preside precario

Viviamo in un'epoca in cui le esigenze della economia e quelle della politica confliggono fortemente, solo per usare un gentile eufemismo. La manovra del governo tecnico è inefficace oltre che vessatoria. Invece il comportamento della politica italiana è vergognosamente scandaloso. La resa delle classi dirigenti ai diktat dei poteri forti è palpabile  e ormai anche la gente comune comincia a capire.
La manovra è concepita in modo tale da rassicurare mercati finanziari e l'asse franco-tedesco, e corrisponde a quanto per il momento si richiede. E' ovvio che ciò non basterà a rifocillare gli appetiti superlativi delle classi parassitarie che decidono la sorte dei lavoratori.Si può soltanto prenderne atto, per il punto a cui sono arrivate le cose. Insieme bisogna prendere atto che siamo un paese politicamente, civilmente e istituzionalmente minore. La nostra storia già parla per noi, ma l’attualità impone una tragica presa d’atto del fatto compiuto. La politica - da almeno 150 anni - è al servizio della economia. In altre parole, ciò che sarebbe economicamente utile risulta oggi anche politicamente impraticabile.  Il decreto Monti non è utile  a fronteggiare l'emergenza come ci viene spiegato e ripetuto dagli "hous organs" del Mainstream.  Questa manovra è di per sè insufficiente a saldare il conto salato in interessi che il governo attualmente ha contratto con le Banche di emissione, ragion per cui ci aspettano altre manovre aggiuntive e/o correttive. Essa, conferisce al governo non l'autorevolezza  come ci viene spiegato, ma il  beneplacito necessario per trattare  con gli omologhi partner europei. Per questo i principali partiti, volens nolens, si vedono obbligati a sostenerlo. Anche i sindacati devono, obtorto collo, mandare giù il rospo. Altrimenti vedranno il loro potere - già ridimensionato dalle spinte economiciste - a ridursi ulteriormente. 

Le oligarchie del potere ( quello vero) non stanno solo alla finestra a guardare. Costoro sanno che il momento favorevole non è destinato a durare. Già prima che si indicano nuove elezioni, le esigenze della politica ritorneranno a a calcare la scena. E, in quel preciso frangente, il governo del Preside comincerà a navigare a vista, temendo  semmpre una tempesta in arriv. È questa circostanza, purtroppo, a rendere non del tutto plausibile la «politica dei due tempi» che l'esecutivo si è visto costretto ad adottare.

Il decreto, oltre a un sensibile accrescimento (che ha di per sé effetti depressivi) della pressione fiscale sul ceto medio, contiene una seria riforma delle pensioni e qualche buona misura a favore delle imprese. Ma il grosso degli interventi pro crescita è rinviato a un secondo tempo. Sono rinviate quasi del tutto le liberalizzazioni. E non si parla per ora di privatizzazioni. È rinviata la riforma della disciplina del lavoro. Sono rinviati gli interventi più incisivi sui costi della politica. Mancano infine provvedimenti volti a colpire la palla al piede rappresentata dalla inefficienza della macchina amministrativa.

Il governo Monti ha dovuto agire in fretta e, sicuramente, avevale sue buone ragioni per farlo. Un'ulteriore dilatamento avrebbe indotto il Presidente Napoletano ad un cambio della guardia; per cui  tale scelta, per quanto necessitata, porta con sé due inconvenienti. Il primo riguarda il segno e la qualità del decreto Monti. Se le misure rinviate fossero state presenti nel decreto ciò avrebbe sicuramente ridotto il disagio dovuto all'accrescimento della pressione fiscale. Gli effetti depressivi sarebbero stati ampiamente compensati dalla generalizzata constatazione di una radicale svolta, di un irreversibile cambiamento. Finalmente, sarebbe stato a tutti chiaro che si stavano predisponendo le condizioni necessarie per fare riprendere al Paese il cammino dello sviluppo.

Il secondo e più grave inconveniente consiste nel fatto che in Italia la politica dei due tempi, come sappiamo per lunga esperienza, è quasi sempre destinata all'insuccesso. Il governo Monti è figlio di circostanze eccezionali. E sono le circostanze eccezionali ad averne decretato la impopolarità fra chi . Ma, come lo stesso Monti ha osservato, la popolarità del governo è destinata comunque a ridursi a causa della amara medicina che esso ci dovrà somministrare.

lunedì 5 dicembre 2011

Settimana decisiva

Questa è la settimana decisiva. Chi pensa che io sia pessimista si sbaglia. La pressione europea è stata molto forte. I due punti che sono stati sicuramente sicuramente elusi da questa manovra rigurdano in primo luogo la crescita e in secondo luogo anche l'abbattimento del debito pubblico.  L'abbattimento del debito pubblico non si fa solo con gli avanzi primari iper recessivi. Bisogna andare alla radice del problema e prendere il "toro" per le corna. Su questo percorso, invece,  non si va da nessuan parte.
In secondo luogo, la crescita. A parte lo stanziamento corposo a favore della crescita non si capisce come si possa far decollare un paese depresso e non incentivato alla produzione.
Per crescere urge tagliare le tasse a persone fisiche e, soprattutto, alle imprese. Senza questi tagli le agevolazioni sono inefficaci. Inolre la riduzione della spesa è ancora limitata. Occorre ridurre il prerimetro pubblico,  azzerare gli sprechi, onde far riaffacciare l'efficacia. Sono chimere, lo so. Ma tant'è.


domenica 4 dicembre 2011

In vista dell'euro vertice.

Siamo prossimi all'euro-vertice...speriamo che il tono sia ispirato ad un maggiore ottimismo rispetto a quello usato in un discorso a Tolone dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Il perchè del pessimismo francese trova la sua raison d'etre nella mancanza di un'accordo con Angela Merkel, che si ostina ad essere troppo filotedesca. Una qualità che in ambito unitario non è da considerarsi come una virtù ma piuttosto come un difetto. La preoccupazione del Presidente Francese è quella di non cedere parte della sovranità all'Europa.

sabato 3 dicembre 2011

Sobrietà

Con la manovra che incombe sulle nostre teste si fa avanti sempre più la tentazione (che in questo caso diventa Virtù) di sobrietà. In queste settimane, leggendo i giornali o, molto più semplicemente, guardanto la tv, è venuto il desiderio di riprendere in mano le vetuste detestabili abitudini di buone formichine che nulla buttano e tutto conservano (come natura crea), che fanno attenzione al cambio di stagione, che riciclano o acquistano indumenti usati, che cercano di riparare ciò che si rompe in luogo dell'acquistare, ecc. Insomma è ora di tirare la cinghia ed ora anche di cominciare a cambiare le nostre abitudini. Ogni atto di edonismo sconsiderato va dunque accantonato ed, invece, va rivalutato l'atto frugale, sobrio e parsimonioso.

venerdì 2 dicembre 2011

VeteroPensionati

La riforma delle pensioni - sempre annunciata e sempre rimandata - è centrale nella giornata odierna. Il Partito Democratico, che pensava di "monetizzare" il governo tecnico a spese del PDL, si sta accorgendo del contrario. La Riforma Fornero sembra pronta: sistema contributivo per tutti, blocco della rivalutazione almeno per un anno, ed un aumento delle aliquote contributive. Chi invece non è assolutamente pronto è il Pd, stretto in una morsa fra i sindacati guidati dalla Camusso e il governo "amico". Il pericolo che sta correndo la moneta unica non chiede tentennamenti.  Quello che non si capisce è come faranno i "bamboccioni" a non rimanere tali se i loro padri e i loro nonni saranno ancora al lavoro. 
Rischiamo di assistere al crollo dell'euro, senza che si eviti il fallimento del BelPaese. E' una constatazione oggettiva che nessuno può fare a meno di tacere. La spesa con l'innalzamento dei tassi di interesse in italia con il 7 % di Interessi è da evitare. A questo livello dei tassi di interesse siamo al blocco del credito. Prende corpo anche il solito paccheto delle liberalizzazioni. I quotidiani di regime cercano di indorare la pillola dicendo che la perdita di sovranità non è in effetti così grave...  e anzi, in un certo senso, sarebbe auspicabile, se non  altro per uscire da un equivoco di fondo: se si vuole che vi sia una banca centrale che monetizzi il debito, occorre pure che vi sia un governo centrale. Il punto di fondo su cui occorre ritornare a riflettere è questo: o si cede un pezzo di sovranità nazionale oppure si rivendica il diritto di fare come più si crede opportuno. In  parole povere: se si vuole dare piena sovranità ai parlamenti nazionali allora occorre ritornare alla propria Banca centrale.
© ♕Pier Luigi

giovedì 1 dicembre 2011

Due piedi in una scarpa

Il “terrore” dei mercati per il crollo dell’euro non sarà tenuto lontano sin quando i diktat europei non saranno soddisfatti; per questo l’Ecofin stila l’agenda dei compiti a casa per l’Italia. Otto pagine fitte di tabelle e numeri che elencano  in tutto e per tutto le cose da fare. Adesso, in molti, cominciano ad abbracciare idee “separatiste” in tema di moneta, ad invocare, fuori tempo massimo, la sovranità nazionale e l'indipendenza dei partiti e del Parlamento nelle scelte economiche. Una scelta geniale e pure condivisibile. Ma la politica attuale non ha grandi margini di manovra. Tenere in piedi l’edificio dell’euro per i “monetaristi” è un must, ma tenere due piedi in una scarpa, no.  C’è chi sostiene che bisogna aderire al modello americano, dove la FED rimane il prestatore di ultima istanza. In tal caso bisogna fare dei passi indietro rispetto alle sovranità nazionali, alle liti del parlamento e accettare procedure coordinate di bilancio. In altre parole. se si vuole un prestatore di ultima istanza come la FED che monetizzi il debito, allora occorre seguire, in tutto e per tutto, il modello americano, dove infatti, per la maggioranza degli stati, non è prevista la possibilità di indebitarsi; e, quando ciò accade, allora occorre accettare anche l'eventuale allimento. Non è possibile volere la banca centrale americana e continuare a spendere e  a spandere all'italiana. No?

© ♔Pier Luigi