mercoledì 30 luglio 2014

Il tramonto dell'Occidente - parte seconda -

Liberalismo e Democrazia


liberalismo
    A questo punto occorre soffermarsi un poco sul rapporto fra  liberalismo e democrazia, al fine di riflettere sulla tesi consolidata che la "liberal democrazia" sia il compimento del primo in conseguenza, anzitutto,  del passaggio dal suffragio ristretto al suffragio universale. In effetti, il legame trai regimi liberali e quelli democratici è evidente e sostanziale. Non si può parlare, cioè,  di un'astrusità concettuale, di un connubio innaturale. Al contrario.
   Gli uni infatti (i regimi liberali) hanno trasmesso agli altri (i regimi democratici): le libertà civili e politiche, le costituzioni, le istituzioni parlamentari, la divisione dei poteri, la convinzione che il loro fondamento sia la partecipazione attiva dei cittadini come individui sulla base di diritti inalienabili. L'idea della continuità e della contiguità tra i due tipi è stata rafforzata, in maniera quanto mai vigorosa nel corso del Novecento, dalla loro contrapposizione sia ai modelli utopistici di democrazia diretta (vedi attuale il caso dei cinque stelle) sia ai regimi autoritari e totalitari di destra e di sinistra.
Ma vien da domandarsi, tornando alla domanda già posta: se nei sistemi che continuiamo a definire "democratici" non siano intervenuti, negli ultimi lustri, mutamenti tali che autorizzano a pensare che essi formino entità che richiedano l'elaborazione di nuove categorie per definirli con le seguenti conclusioni.  Per spiegarvi ciò, farò riferimento a tre tipi di sistemi, per poi sottoporli ad una sommaria analisi comparativa.
  1. il Sistema "tout court" Liberale, quello che è stato definito più propriamente come "Liberalismo Conservatore", a suffragio fortemente ristretto, poggiante su partiti di notabili;
  2. il Sistema Liberal Democratico, basato sul suffragio notevolmente allargato, incentrato sulla competizione tra partiti permanentemente organizzati, i maggiori dei quali a base di massa, divenuti i principali strumenti tanto della formazione e dell'orientamento dell'opinione pubblica, quanto dell’azione politica nei processi parlamentari;
  3. il Sistema Liberaldemocratico di ultima generazione, basato sul suffragio universale (ossia quello in cui ci troviamo noi oggi), nel quale i partiti rimangono si i soggetti istituzionali della competizione elettorale, dell'azione politica in generale,  ma la loro struttura risulta notevolmente mutata insieme con le tecniche attinenti all’organizzazione del loro rapporto con le basi di riferimento e alla “formazione” dell'opinione pubblica.
Della massima importanza sono inoltre due altri aspetti:
  • il sistema liberale di primo tipo (il sistema liberale classico)
  • quello del secondo tipo operante nell’ambito di singoli stati in grado di esercitare in maniera efficace la propria sovranità.
Su che cosa però? Su quelle che si presentavano essenzialmente come economie nazionali, pur nel quadro, naturalmente, del commercio internazionale, delle relazioni fra i vari stati e del libero mercato.
Viceversa, nel sistema liberaldemocratico odierno, ha visto e ancora vede gli Stati perdere in misura sempre maggiore, in rapporto al passare del tempo,  il proprio potere decisionale nei confronti dell’economia che ha assunto le caratteristiche dalla globalità. Ed è controllata in misura crescente da ristretti centri finanziari e industriali sovranazionali,  i quali, senza alcuna legittimazione democratica e, di fatto, senza più alcuna sottomissione sostanziale alla tradizionale sovranità dei vari stati nazionali, hanno assunto nelle proprie mani quel potere fondamentale di dislocare la produzione, la distribuzione delle risorse economiche e non solo…
L’altro aspetto assai trascurato ma non per questo meno importante è che la formazione dell’opinione pubblica in precedenza affidata si a mezzi di informazione che erano “sensibili” all’influenza dei cosiddetti “poteri forti”, ai “Think Tank” culturali, intellettuali ecc.,  è ormai controllata in misura sempre più massiccia da gruppi di plutocrati internazionali che esercitano, in questo ambito, un ruolo analogo a quello in campo industriale e finanziario, tenuto dalle oligarchie finanziarie e industriali.
Ma vengo a ragionare adesso brevemente su ciascun tipo di sistema.

Il primo tipo (vero sistema  liberale classico) era caratterizzato da questi principali elementi.
  1. Come è noto era il prodotto della vittoria politica, della società civile e borghese (andrebbe indagata a parte il concetto di società civile) appoggiata dai settori liberaleggianti dell'aristocrazia relativamente progressista, nei confronti dello stato assoluto. 
  2. in esso le costituzioni, con la separazione dei poteri, l'esercizio delle libertà politiche e civili,  costituivano la garanzia che lo stato mantenesse il ruolo, non già di padrone arbitrario, ma di regolatore legittimo secondo i principi della legalità istituzionale, proteggendo quindi la società dalle prevaricazioni del potere. 
  3. il suffragio ristretto rispondeva all'esigenza di mettere al riparo i possidenti, dal temuto assalto delle classi “pericolose”, di affidare la partecipazione politica, il controllo del potere agli individui dotati degli strumenti necessari per dare al voto il significato, non soltanto di mezzo di difesa degli interessi economico sociali, ma anche di manifestazione di una concreta capacità politica.
Il concetto di fondo che stava alla base può essere così espresso: la piazza della politica deve essere occupata da quanti posseggono l'insieme delle risorse materiali e intellettuali (culturali) che sono in grado di renderli (proprio in virtù di questo connubio di risorse) capaci di autodeterminazione; la piazza della politica deve essere altresì occupata da chi governato può diventare lui stesso governante;   da chi conosce l'ordine del giorno delle questioni in gioco ed è in condizione d'influire direttamente o indirettamente sulla formazione di quest'ultimo. Questo punto è stato chiarito in modo esemplare da Benjamin Constant.
In caso contrario, i soggetti sono da considerarsi eteronomi a vario titolo. Alla base della limitazione del suffragio pesavano in maniera massiccia gli interessi di classe, ma contava anche e molto la volontà che i soggetti della politica possedessero i requisiti necessari per essere attivi in posizioni e in gerarchie si diverse, ma non tali da creare barriere di esclusione per quanti costituivano la società politica e il suo bacino sociale.
Da sottolineare, dunque, in questo sistema, la sostanziale coincidenza tra la società politica e quella parte di società civile che sosteneva il processo politico in generale. La sua legittimazione ideologica poggiava, perciò, sulla contrapposizione dei diritti del cittadini in grado di essere attivo e consapevole, ai generici diritti universali dell’uomo. Si trattava del sistema che poi la critica socialista ha definito: liberalismo borghese. Esso aveva come ambito gli stati nazionali, i quali esercitavano la loro sovranità. E qui bisogna badare agli aggettivi della sovranità, alla loro combinazione…(giuridica politica, economica e militare) entro i confini del loro territorio.   La sovranità monetaria, come ha sottolineato più volte Giacinto Auriti, era già stata scalfita con la creazione della Banca D’Inghilterra, che diede la stura al processo d’indebitamento sovrano che oggi ben conosciamo.  Questo ultimo punto è stato chiarito in modo magistrale dal compianto Prof. Giacinto Auriti. occorre aggiungere, seppure per inciso, che tale modificazione strutturale, non avvenne in modo immediato ma, al contrario, in modo assai progressivo, ragion per cui tutto questo risulta ancora oggi incomprensibile ai più...
Tale sistema, mentre, per un verso, si qualificava in conseguenza del suffragio ristretto come un sistema di oligarchia allargata, per l’altro, nei limiti di quella componente del demos che lo sorreggeva, era dotato di un alto tasso di democrazia, tanto da poter essere definito, in una maniera che può apparire paradossale, si un’oligarchia, essendo le masse popolari escluse in tutto o in parte dal processo politico, ma una “democrazia”  operante, per quanto atteneva alla sua realtà interna.

Il secondo tipo di sistema, ovvero, quello liberaldemocratico, sviluppatosi in Europa sempre più pienamente tra l’ultimo Ottocento e l’avvento della globalizzazione, ha costituito insieme il compimento e l’alterazione del sistema liberale di primo tipo.  Il compimento in quanto i meccanismi istituzionali fondamentali sono passati dall’uno all’altro. Il suffragio ha conosciuto un allargamento (fino a diventare universale) che però, proprio per questo ha svilito il carattere meritocratico che in un certo qual modo poteva esser presente nell’oligarchia. L’alterazione in quanto in luogo di un bacino sociale non certo omogeneo ma poggiante non di meno sul comun denominatore costituito dalla prevalente combinazione di Proprietà e istruzione, il sistema è venuto a basarsi su due  bacini sociali diversi e persino in opposizione. L’uno costituito dai proprietari, dai titolari di redditi elevati dei ceti istruiti, l’altro dalle masse dei non proprietari  della città e della campagna in maggioranza poco o per nulla scolarizzati. Inoltre ha contribuito fortemente all’alterazione, poiché all’individualismo forte, proprio del sistema liberale di primo tipo,  nel quale, non a caso, i partiti dominanti erano  raggruppamenti il cui nucleo era  formato da notabili, è andato gradualmente sostituendosi un individualismo debole, in corrispondenza con la discesa in campo dei i cosiddetti partiti di massa, divenuti essi stessi i soggetti primari del sistema parlamentare basato sul  suffragio allargato universale, così che la democrazia assunse (come  ebbe a notare plasticamente Hans Kelsen) il carattere di uno Stato di partiti.  Di partiti diretti da élite ristrette, poggianti su quadri di professionisti della politica, preposti ad organizzare i loro membri, ecc..
In questo quadro, mentre il suffragio universale rendeva formalmente tutti gli individui soggetti dell’azione politica, in pratica, i veri soggetti diventavano i partiti che assumevano nelle loro mani il monopolio dell’azione politica.  Ecco la degenerescenza del sistema liberale classico, ossia quello ben descritto da John Stuart Mill.  In quel sistema l’individuo istruito, capace di consapevolezza politica, ed in grado di giudicare i programmi in maniera indipendente, senza cadere vittima di qualsivoglia strumentalizzazione e, soprattutto, della demagogia, cede il passo al cittadino eterodiretto, di cui parlava Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.
La compresenza nei sistemi liberaldemocratici di bacini sociali, non solo diversi, ma, a volte, in violenta contrapposizione, ha reintrodotto in vari paesi il rapporto tra le forze sociali legittimate a governare e quelle non legittimate (le classi pericolose); il che ha costituito, nel corso del XX secolo,   uno dei fondamenti delle crisi organiche dei sistemi liberaldemocratici oppure delle anomalie che hanno di fatto bloccato tali sistemi. Tra i più importanti elementi di continuità tra il sistema liberale classico e quello democratico vi era anzitutto il dato che lo stato nazionale manteneva il potere decisionale su tutta l’economia; poiché allora vi era  un’economia che vedeva collocati sul suo territorio i centri finanziari, le imprese industriali e agricole e, in genere, tutto il sistema volto a provvedere ai fabbisogni della popolazione. Da ciò veniva la possibilità per lo Stato di far valere -  se necessario –  il potere politico sui sottostanti centri di potere economico, per cui, appunto, le politiche economiche si configuravano come le politiche statuali e nazionali. E in ciò stava una delle sostanze forti del potere Sovrano!
Il terzo ed ultimo tipo di sistema su cui vale la pena di soffermarsi  è un sistema nel quale  i presupposti della democrazia liberale appaiono profondamente erosi. I principali elementi di questa crisi che si presenta, per molti aspetti, come dissoluzione, l'indicherei come segue:
 
  In primo luogo: l'individuo consapevole dei propri interessi, dotato delle risorse culturali per comprendere l'ordine del giorno politico, per arricchirlo con la propria partecipazione, per sottoporlo a verifica critica, per dare un voto autonomamente deciso, per controllare i suoi rappresentanti in parlamento e, mediante essi,  il governo,  appare, sempre più, come una specie in estinzione.
 
   In secondo luogo: sono entrati in un’agonia (che pare irreversibile) i grandi partiti di massa organizzati, i cui maggiori prototipi erano stati in Europa i grandi partiti socialisti, comunisti e democristiani. sicché la stessa definizione di Kelsen, degli stati democratici come stati dei partiti,  ha perso di significato.

   In terzo luogo è venuta meno l’economia nazionale. La stessa che Weber indicava come il fondamento materiale necessario degli stati nazionali  e del loro potere sovrano. E del fatto che questi stati potessero esercitare e, a maggior ragione,  avere un carattere “sovrano”.
L’economia nazionale è stata soppiantata da un SISTEMA economico globale, dominato da ristrette cerchie di finanzieri industriali, le cui decisioni non solo largamente si sottraggono al potere sovrano degli stati, ma, spesso, sempre più, vengono, letteralmente, IMPOSTE agli Stati! E non solo agli Stati piccoli e medi... Quelle che potremmo definire come le residue economie nazionali si presentano in misura via via maggiore come sotto sistemi locali.  Tra  gli stati,  i loro governi, i parlamenti e sistemi politici nazionali  da un lato, e le oligarchie sovranazionali dall’altro,  è dunque venuto a crearsi uno iato che disconnette via via più fortemente i due termini, con la conseguenza che il processo democratico, anche quando, per ipotesi, al massimo della sua effettività, nei singoli stati, non è in grado di influire con efficacia sull’agire e sul potere potere decisionale dei grandi potentati economici mondiali.

   In quarto luogo: la formazione dell’opinione pubblica è sempre più un prodotto pianificato  e “confezionato” con le tecniche della pubblicità commerciale e controllato - nell’era della rivoluzione informatica - dai Tycoon dell’informazione di massa, che operano  a livelli internazionali, in parallelo,  in sintonia e, in molti casi, in  condizioni di compartecipazione proprietaria con gli oligarchi della finanza e  dell’industria, esercitando quella che è stata definita dal prof. Giovanni Sartori, come “videopolitica” o, volendo usare un termine ancora più radicale, “videocrazia”.

   In quinto luogo,  la tradizionale separazione dei poteri, elaborata dalla dottrina liberale, cardine delle libertà, in cui Montesquieu pronuncia quella memorabile frase: “occorre che il potere freni il potere…”  (la libertà è figlia di questa frase),  di fatto non esiste. Quindi la parola chiave non è “separazione” dei poteri… ma, positivamente,  l'equilibrio, (il delicato rapporto funzionale) il controllo del potere. Occorre che non ci sia mai alcun potere che prevarichi sugli altri.  Se no… son guai! Qui stiamo invece di fronte ad un continuo svuotamento dei poteri, tant’è che dobbiamo riflettere non è un caso che uno dei primi atti che “legittima” (o meno) la formazione di un governo è la sua “quotazione in borsa”, vale a dire il gradimento o meno di un determinato governo da parte della Finanza Internazionale. Ciò non è una provocazione ma la semplice constatazione della realtà. In tutto ciò sta il fondamento primo dello svuotamento della sovranità degli stati,  i quali sono stati ridotti a stati amministrativi, ovvero a organi regionali dell'ordine economico politico e civile, proni alle direttive delle oligarchie plutocratiche mondiali. Per questo occorre ridisegnare la mappa tradizionale del potere, che oggi appare dunque obsoleta.

Sic res stantibus,  ecco l’interrogativo che si impone con forza  e a cui non è possibile sfuggire: qual è, in queste singolari circostanze, la condizione attuale del cittadino democratico? Il cittadino nei sistemi liberali ottocenteschi, era assai più attivo e influente di quanto non lo sia oggi. Lo era anche il cittadino nello stato dei partiti... poiché allora, nonostante tutto il male possibile, i partiti coinvolgevano attivamente i loro iscritti, in maniera permanente nel processo politico, davano un'ideologia, mobilitavano le campagne elettorali, con un rapporto diretto di partecipazione tra i partiti e la loro base di riferimento.
Oggi, invece, il cittadino è stato ridotto essenzialmente alla stregua di un consumatore passivo del processo politico, in sintonia con la figura del consumatore di un qualunque bene economico. A loro volta i partiti hanno subito una trasformazione epocale: il partito organizzato di massa,  sorto e sviluppatosi in Europa,  sta scomparendo e quello che ne resta sono dei meri elementi residuali senza alcuna incidenza politica. Nulla sparisce all'improvviso ma piuttosto si trasforma, cambiando impostazione e funzioni. e si va ovunque imponendo un modello di partito  centrato ed impostato sulla figura carismatica di un leader. In pratica si afferma un Partito della Persona. Un modello di partito che si adatta alla logica e ai meccanismi del mercato, così da affiancare al mercato economico, un omologo "mercato politico", dove al cittadino rimane la funzione di inserirsi o meno nel gioco della domanda e dell'offerta, "comprando o non comprando" "prodotti" che gli sono stati proposti dalle oligarchie dominanti ma su cui non ha alcuna funzione determinante.  Altro tratto caratteristico è la tendenza alla personalizzazione dei partiti secondo il disastrato modello americano. Difatti assistiamo sempre più a partiti o raggruppamenti che portano il nome di questo o di quello, senza alcuna valenza ideale, ma, anzi, sostituendo l'ideale con il "personale" e facendo passare quest'ultimo elemento come una sorta di "benedizione"... In questo clima parossistico di personalismo rivestono un ruolo di primissima importanza le cosiddette lobbies che influenzano e determinano la composizioni degli schieramenti. Al momento del voto al cittadino rimane una sola opzione: mi piace o non mi piace, prendendo a prestito la fumosa terminologia arcinota agli amici di Facebook.

In questo stato di cose, si rimane in un meccanismo bloccato e perciò nient'affatto democratico. Sbaglia dunque chi critica il Sistema: la democrazia. Ha ragione, viceversa, chi critica QUESTO SISTEMA.Ossia un SISTEMA di governanti NON ELETTI, controllati da Grandi Lobbies finanziarie. Questi funzionari, emetteranno LEGGI SOVRANAZIONALI, a cui i rappresentanti eletti dal popolo, scelti prima dalle oligarchie, dovranno sottostare se vorranno avere la loro minuscola parte di potere.

QUESTA è la VERA TRUFFA propalata agli elettori ignari della UE e fatta passare come una CONQUISTA per la pace europea. Ha un senso continuare a definire democratici questi sistemi?  io credo di no. Nulla può tanto danneggiare la democrazia e contribuire alla marcia verso la sua dissoluzione quanto l’accettazione acritica di questo sistema così come è. Se la democrazia deve avere un futuro è necessario che essa scopra le strade per un vero rinnovamento. Il miglior viatico per un vero rinnovamento democratico è quello tracciato dal compianto Prof. Giacinto Auriti attraverso l’attuazione concreta del suo programma sulla Proprietà popolare della moneta, teso ad assicurare giustizia per tutti e, indi, ad attuare in modo sostanziale la sovranità monetaria.
©  ♚Pierre