domenica 24 giugno 2012

Sovranità o Stato di diritto?

Premessa

A chi, oggi, si trovi ad esaminare il problema della sovranità, viene subito in mente il fatto che, fino a pochi lustri or sono, di sovranità non si parlava affatto o, se lo si faceva, ciò avveniva all'interno di minuscole conventicole di estremisti. Oggi, viceversa, tutti parlano di sovranità: sovranità perduta, sovranità da riacquistare e chi più ne ha più ne metta.. D'altra parte la sovranità si estrinseca in diverse modalità, per cui si parla di sovranità territoriale, sovranità nazionale e di sovranità monetaria. La sovranità, insomma, assomiglia sempre più ad un ingrediente indispensabile per qualsiasi ricetta da proporre. Perché?
Indubbiamente le risposte sono parecchie. Ma, a questo punto, dato che anche il sottoscritto ha usato sovente il termine di "sovranità" è d'uopo suggerire alcune riflessioni nello specifico.

L'origine del termine

Ora, senza voler ripetere cose trite e ritrite, occorre riflettere su alcune cose: la prima è di carattere lessicale. Il termine nasce quando l'Europa sembrava sprofondare nelle guerre di religione e le società europee si sentivano in pericolo. Una serie di personaggi da Thomas Hobbes ai giuristi francesi  inventarono un'ideologia che offriva su di un piatto d'argento la soluzione al problema: la sovranità. Tale soluzione si contrapponeva alla dimensione politica e culturale del tempo e metteva fine giuridicamente alle guerre di religione; poiché riconosceva il principio secondo cui non vi era altra autorità superiore a quella del re. Infatti, il concetto di sovranità rompe un paradigma del cristianesimo: l'uguaglianza. San Paolo asseriva che con la venuta del Cristo non vi è più il greco, il dalmata, lo schiavo, l'uomo o la donna.  La sovranità invece riaggancia la religione allo Stato secondo il noto assioma cuius regio,  eius religio.
In questo preciso ambito occorre evidenziare che la sovranità non eliminava ciò che già esisteva prima e, cioè, la sudditanza. Anzi, il predetto legame ne esce indubbiamente rafforzato, in quanto non vi può essere sovranità senza sudditanza. Con la creazione dell'idea di sovranità, dunque, non si fa un passo avanti per i sudditi; gli si chiarisce solo la posizione che essi occupano e dunque anche i diritti di cui implicitamente godono. Il concetto di sovranità viene messo in discussione con la Rivoluzione francese, quando i sudditi imbracciano le armi contro il Sovrano e diventano cittadini. In pratica la sovranità finisce quando (seppure sulla carta) inizia lo stato di diritto, dove tutti i cittadini diventano uguali davanti alla legge, sovrano compreso. 
In definitiva, il termine "sovranità" è adesso adoperato in modo ambiguo, senza alcun legame con l'etimo originario di cui è partecipe, per acquisire i significati più diversi, estranei all'etimo stesso; ragion per cui oggi, a rigor di logica, si dovrebbe parlare di perdita di cittadinanza, non di sovranità. Qualcuno potrebbe eccepire che in sostanza si tratta della medesima cosa... Non è così: la sovranità degrada la persona, libera ed indipendente, al rango di suddito, quindi si trova su di un altro livello qualitativo. Ciò non toglie che il suddito possa vivere meglio del cittadino, ricevendo protezione ed assistenza da parte del sovrano. Ma ciò evidentemente non per un diritto che si stabilisce all'atto della nascita dell'individuo, ma per un tacito patto stabilito  fra il sovrano ed il suddito. Un patto stabilito entro limiti gerarchici e perciò stesso codificato in un regime di dipendenza. Infatti, il sovrano potrebbe non essere sempre magnanimo e relegare il suddito ad un livello ancor più basso di quello che ricopre normalmente.
Forse non esagero se nell'indicare uno dei più grandi fautori della sovranità citerò Joseph De Maistre, il quale visse con profonda angoscia la crisi della sovranità, scaturita dalla Rivoluzione francese.  Costui vedeva nella crisi della sovranità  il dispiegarsi di tutta la potenza del maligno. Successivamente, sulla riflessione di De Maistre, secondo cui  "sovrano è chi prende l'ultima  e inappellabile decisione" si è inserito il pensiero di un grande giuspubblicista del XX secolo, Carl  Schmitt, il quale sosteneva che è sovrano chi decide sullo stato di eccezione. I tratti salienti della sovranità sono dunque l'unità e l'indivisibilità.  Oggi verrebbe da chiedersi qual è il volto di chi decide sullo stato d'eccezione? Qual è il volto a cui spetta la "decisione ultima ed inappellabile"?  Stando alle carte l'ultimo sovrano esistente è il Papa. Infatti lo statuto della città del Vaticano all'art. 1 così recita:
"Il sommo pontefice, sovrano della città dello Stato del Vaticano, ha la pienezza dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario". 
Ma basta dare un'occhiata alle cronache odierne per accorgersi che anche questa sovranità è solo apparente, fittizia.A ben vedere, dunque, non siamo in presenza di una crisi di sovranità, poiché la sovranità vive bene laddove vi sono sudditi, e qui di sudditi ve ne son parecchi. Qui siamo in presenza invece - se vogliamo rimanere fedele all'etimo del termine - ad una crisi dello Stato di diritto.

La società dei consumi

L'enorme impatto dei mezzi di comunicazione di massa, il ruolo invasivo della pubblicità e della televisione hanno a contribuito a determinare una certa uniformità degli stili di vita. Oggigiorno il consumo  non ha come unico fine la soddisfazione dei bisogni, esso possiede  altri significati: l’affermazione di una posizione sociale  in base a ciò che si consuma, il gusto della «gratuità» (desiderio di oggetti inutili) o, per alcuni sociologi, l’appagamento di un’insoddisfazione latente. Comunque sia, alcuni consumi hanno un carattere discriminante, nella misura in cui, per un certo periodo, essi rimangono appannaggio esclusivo di una stretta cerchia di persone. Il progresso tecnologico fa poi in modo che tali consumi vengono estesi alla masse e una volta generalizzati, vengono immediatamente sostituiti da altri più costosi ed inaccessibili nel loro ruolo di status symbol.  Ora sarebbe una perdita di tempo elencare i consumi che nei vari lustri si sono avvicendati  nel giocare questo ruolo.
In effetti, dopo aver ottenuto l'indispensabile  attraverso lo sfruttamento intensivo dell'agricoltura e dell'industria vi è tutta una serie di inutili mercanzie che hanno fatto si che il cittadino si trasformasse - gradualmente ma inesorabilmente - da produttore in consumatore. Questa trasformazione ha permesso che il cittadino fosse sempre più dipendente dai prodotti industriali, tanto da uniformare la sua vita ad essi.
Il cittadino, in effetti, si è trasformato da produttore in consumatore e nella sua parossistica ricerca di  merce da consumare ha finito per consumare persino i diritti di cui era titolare. In tal modo è retrocesso, senza saperlo, al rango di suddito, perdendo persino quelle peculiarità che almeno il sovrano gli garantiva: protezione e un certo grado di benessere proporzionale al suo stato.
Tornando al problema della sovranità, si può ben dire che essa è un falso problema. La  maggior parte della gente non sa cosa farsene della sovranità se ha necessità di procurarsi un lavoro e non ha di cosa vivere! D'altro canto l'estrema difficoltà nel procurarsi l'indispensabile rende il cittadino non suddito ma schiavo, poiché deve accettare obtorto collo ciò che gli viene imposto dal sistema senza se e senza ma! Intanto i nostri  governanti si dimostrano ogni giorno che passa incapaci di governare la cosa pubblica tanto che sono stati sostituiti da politici tecnocratici che stanno facendo il lavoro sporco con il loro implicito avallo. In questo ambaradan politico-istituzionale, dove la finanza ha sostituito in tutto e per tutto la politica, sorge spontanea la domanda: che fine ha fatto lo stato di diritto?
Dunque, da questo semplice ragionamento logico, appare chiaro che è la cittadinanza ad innervare lo stato di diritto, non la sovranità che invece attiene al sovrano (che può benissimo essere consustanziale ai poteri forti).


Pregiudizi e Antagonismo facile

Anche per ciò che concerne questi  poteri, occorre fare qualche precisazione che aiuta a liberarsi del sofisma antagonista, basato massimamente su illazioni e dunque poco attendibile sotto il profilo logico. Il nostro "ragionamento" è viziato dal pregiudizio, ossia dal fatto che abbiamo sempre accostato i poteri forti, le banche, le multinazionali ecc. ad un grande moloch intangibile da cui scaturirebbero tutti i mali del mondo. Ora, senza voler prendere le difese di alcuno e tantomeno dei poteri forti ( che sono vivi e vegeti e agiscono di conseguenza), si può serenamente affermare che  - allo stato dei fatti - siamo noi, con le nostre scelte effettuate ogni giorno (voto, consumi, stile di vita, ecc.) a determinare lo stato di cose in cui viviamo.
Anche l'idea di Stato come ente unico che garantisce il lavoro, la pensione e la salute, è un'idea massimamente in via di estinzione, che non corrisponde più alla realtà che ci circonda.  Ed anche questo dipende in massima parte dalle nostre scelte. Vi sono per esempio vastissime zone del mondo dove queste funzioni sono diversamente garantite. Per inciso: il pensionato nord-americano che affida i suoi risparmi di lavoro ad un fondo pensione vorrà - attraverso la sua delega - ottenere il massimo profitto; e, pertanto, non si curerà di come l'affidatario dei suoi risparmi li impiegherà... l'importante è il risultato l’ammontare della pensione... Allo stesso modo se tutti smettessimo di comprare l'iPhone, dubito che la Apple registrerebbe gli utili che fa adesso e magari sarebbe costretta a chiudere.
Questa spinta centrifuga è ingenerata anche da coloro che, in un modo o nell'altro, adesso invocano una maggiore sovranità. In parole povere: siamo noi, attraverso le nostre scelte irresponsabili  (consapevoli o inconsapevoli), che decidiamo (che ne so) se la Fiat o un'altra azienda italiana debba fallire o trovare altri mercati ove collocarsi meglio... quando decidiamo di acquistare una macchina tedesca piuttosto che una italiana... Questo vale in maniera indiretta e immediata ma sostanzialmente, anche per la finanza,che non è solamente una entità astratta, intangibile...indistruttibile.
Il risparmiatore che affida ad un terzo soggetto i risparmi che ha accumulato in una vita di lavoro, gli fornisce contemporaneamente anche una delega...Ciò significa che il proprietario della delega è autorizzato a fare esclusivamente l'interesse del delegante, ragion per cui un Fondo sovrano straniero potrebbe, paradossalmente, sfavorire il paese del delegante... E ancora: il caso di  alcuni cittadini italiani hanno sottoscritto BTP greci. Da questa semplice constatazione emerge il fatto incontrovertibile secondo cui noi siamo responsabili di tale perdita di sovranità…

I poteri forti

Esistono nuovi soggetti che sono i veri detentori della sovranità: i Fondi sovrani, i Fondi Pensione, le grandi banche d'affari e le agenzie di rating.  Questi operatori globali riescono a spostare ingenti masse di capitali tra i vari mercati con estrema facilità ed con ancor maggiore tempestività. Costoro esprimono la loro volontà attraverso le cosiddette "scelte di portafoglio", cioè scelte di allocazione di questi capitali.
Quindi - sintetizzando - esiste molto genericamente un nuovo soggetto politico, astrattamente definito, come "mercati finanziari internazionali" o, più brevemente, "mercati", i quali attraverso le loro scelte riescono a condizionare la vita quotidiana di ognuno di noi. Per questo si dice che i "mercati votano ogni giorno" ed anche che sono gli elettori più influenti ed incisivi del mondo globalizzato. Questo è quello che si dice un "fenomeno strutturale", in quanto esso fa parte della nostra quotidianità ed è destinato a rimanere, fin quando non vi sarà un radicale processo di rivoluzione.
Quindi, appare quanto meno impulsiva la scelta antagonista di chi vorrebbe tornare indietro alla propria valuta nazionale senza tener conto delle conseguenze che una tale scelta comporterebbe. In altre parole, Banca d'Italia o BCE non cambia lo stato delle cose, se rimarremo perennemente in balia dei “mercati”.
Naturalmente le scelte effettuate si esprimono attraverso i vari indici borsistici, oppure attraverso gli indici di carattere finanziario, come di recente è accaduto con il famigerato "spread".  Dopo di che, il tutto finisce nei decaloghi degli organismi sovranazionali, per divenire infine  misure ineludibili a cui i “governi nazionali” devono obtorto collo ottemperare. Ho virgolettato la parola “governi”, poiché nella situazione attuale poco rimane agli organi statali, in quanto le decisioni cogenti vengono prese altrove. Oggi allora i veri detentori della sovranità non sono più gli stati. Nella storia si registrano sicuramente altri episodi in cui gli stati sovrani  sono stati privati della sovranità: sono le cosiddette “repubbliche delle Banane”, coloro i quali si sono recati con il cappello in mano a piatire un  prestito al FMI. E fra questi, in tempi relativamente recenti, anche l’Italia. Si ricordi l’episodio dello “shock petrolifero”. Ma un tempo, per gli stati più forti il fenomeno era quanto meno reversibile, temporaneo. Invece, ad un livello più cogente, colpiva solo gli stati con un basso livello di sviluppo (le cosiddette repubbliche delle banane). Viceversa, oggi il fenomeno è diventato strutturale e riguarda tutti i paesi, nessuno escluso. Perché? Evidentemente, però, se tutti sono condizionabili (Francia e Germania incluse) ve ne sono altri (come l’Italia) particolarmente vulnerabili. E perché siamo particolarmente vulnerabili? Semplice: perché abbiamo accumulato un ingente debito pubblico che in questo caso viene chiamato  debito sovrano e quindi abbiamo bisogno di rifinanziare questo debito…  E perché abbiamo accumulato questo enorme debito pubblico? I complottisti del signoraggio bancario risponderanno che esso si ingenera per via di un crudele meccanismo di usura (grande usura) che indebita la maggioranza della popolazione planetaria ogni qual volta lo stato abbia esisgenza di liquidità, La realtà è alquanto diversa, poichè lo Stato prima spende e poi si indebita, in quanto ha speso più di quanto ha incassato.

Conclusioni

Ora, senza operare altre digressioni, mi  avvio alla conclusione. Esiste un gap spaventoso fra i processi decisionali presi dai vertici delle forze politiche sovranazionali e quanto attiene al pensiero popolare e nazionale. Solo adesso, in piena crisi, i “cittadini” avvertono i pericolo incombente sulle loro teste. E questo pericolo è una vera e propria spada di Damocle che incombe su tutta l'Europa. L’idea che la sovranità si sia trasferita a Wall Street coincide con il fatto che ci vengano imposte dall’alto delle prescrizioni di severa austerità, volte unicamente a raggranellare quanto più è possibile. L’austerità è un processo di recessione, non dettata da uno Stato sovrano ma da enti sovrannazionali che rispondono ai diktat dei poteri forti. Sta a noi, dunque, decidere ed invertire il senso di marcia. Indubbiamente oggi c’è una maggiore percezione sociale del problema. Ma non ancora l’esatta consapevolezza. Un problema che è apparentemente semplice ma che, a ben guardare, è assai complesso. Non è tanto un problema di sovranità nazionale, visto che ampie quote di sovranità sono state svendute nel tempo (dal dopoguerra ad oggi) in cambio della pace sociale e politica. I governi che si sono succeduti durante più di mezzo secondo sono stati “costretti” – in un certo senso – a pompare il debito pubblico per mantenere fede agli equilibri di Yalta e a garantire quindi la pace  sociale. Basti ricordare – per inciso - che alle amministrative del 1975 il PCI superò la DC. Se il medesimo risultato si fosse ripetuto un anno dopo alle elezioni politiche, probabilmente i patti sottoscritti a Yalta sarebbero stati stracciati. C’è una correlazione diretta, dunque, fra l’esigenza di mantenere la pace sociale e l’aumento del debito pubblico.
E, allora, in questa ottica, sarà gioco facile per l’informazione convincere l’opinione pubblica  che se c’è un debito  è dunque necessario onorarlo. Questo è facile da capire, come il fatto che se non  paghi il mutuo la banca si prenderà la tua casa. Ma il punto, forse, è proprio questo… A buon intenditore, poche parole.
© ♕Pier Luigi