lunedì 3 aprile 2017

Sull'errore di Giacinto Auriti

Articolo assai interessante per imbastire criticamente una discussione sulla teoria monetaria auritiana.

Propongo la lettura di queste riflessioni su certi ragionamenti del professor Giacinto Auriti, che non ho mai condiviso, come invece ho sempre condiviso la sua onesta e coraggiosa denuncia per truffa dell'8 maggio 1993 presentata contro la banca d'Italia, dimostrando che questa all'atto dell'emissione, presta denaro che invece dovrebbe accreditare, truffando così la collettività, che da proprietaria diventa debitrice del proprio denaro.
È mia convinzione che tale denuncia sia sostenuta da una logica di realtà, cioè da un pensare poggiante su fatti reali, e che invece altri pensieri riguardanti la concezione della moneta come fattispecie giuridica, poggino invece su logica formale ma non sostanziale, e quindi inefficace al punto che gli fece perdere la causa (cfr. la "Comparsa di costituzione e risposta" del tribunale civile di Roma contro Giacinto Auriti del 20 settembre 1994).
Credo che Auriti ebbe coraggio nel mettersi contro il sistema bancocentrico ma che non ebbe il coraggio ulteriore di vedere che tale sistema fu voluto fortemente dallo Stato, il quale consolidò tale sistema mediante decreti legge che dal 28 Aprile 1910 al 12 marzo 1936 concessero di fatto alla BCI il monopolio di emissione dei soldi, grave errore.
Credo altresì che i problemi odierni del nostro Paese possano essere risolti solo con la rimozione di questo errore, e che tale risoluzione esiga ulteriore coraggio conoscitivo dei fatti reali, coraggio che non vedo ancora affacciarsi da alcuna parte sia nella coscienza della classe politica, sia in quella degli ignari cittadini che la eleggono.
Oggi bisognerebbe contrapporre per esempio al sito "bastaeuro" il sito "bastamonopolio", perché il vero problema monetario che distrugge il futuro di tutti è l'anacronismo di un monopolio che principia dal primo secolo dopo Cristo e che di volta in volta è legalizzato dallo Stato ma, fino a prova contraria, mai fu legittimato da alcun nativo della nazione italiana.

Nereo Villa Castell'Arquato, sabato di Pasqua 2014



Giacinto Auriti attribuisce alla moneta la fattispecie giuridica, e questo è un errore.

Spiego il perché.

Auriti dice che la moneta non è 
“solamente la misura del valore, ma anche il valore della misura” (G. Auriti, “Il paese dell’utopia”, Ed. Tabula fati, Chieti, 2002, pag. 19) in quanto secondo lui l’unità di misura (“ogni unità di misura”) “ha necessariamente la qualità corrispondente a ciò che deve misurare” (ibid.).

Da questo presupposto egli evince poi il seguente sillogismo: 
“poiché ogni unità di misura è una convenzione ed ogni convenzione è una fattispecie giuridica, la moneta è una fattispecie giuridica”.

Il sillogismo è però sbagliato come il suo presupposto: ad una osservazione meno superficiale delle unità di misura, risulta che non vi è alcuna intrinseca necessità qualitativa fra l’oggetto misurabile e lo strumento di misura.

Infatti sostenendo che le unità di misura abbiano 
“necessariamente” le qualità corrispondenti a ciò che devono misurare, il presupposto di Auriti afferma che tali “qualità corrispondenti” NON siano intrinseche alle unità di misura, dato che se fossero intrinseche a tali unità di misura, non avrebbero bisogno di essere “corrispondenti” a queste.

L’orologio per esempio, pur misurando il tempo, non ha intrinsecamente in sé la qualità del tempo: le sue lancette indicano semplicemente uno spazio percorso, a cui NOI attribuiamo del tempo trascorso. Il tempo trascorso è dunque 
“qualità corrispondente” allo spazio percorso dalle lancette, solo perché gliela attribuiamo NOI.

Che noi attribuiamo del tempo allo spazio non significa però che lo spazio ed il tempo abbiano intrinsecamente le stesse qualità. Se le avessero non avremmo bisogno delle 
“qualità corrispondenti” che attribuiamo loro. Quindi l’unità di misura non ha necessariamente in sé la qualità corrispondente a ciò che deve misurare. O meglio ce l’ha solo perché siamo noi ad attribuirvela.

Per fare un altro esempio, ogni volta che con la nostra auto andiamo al distributore, l’erogatore “sfarfalla” carburante secondo un dispositivo calcolato precedentemente in base al rapporto fra il tempo di “erogazione sfarfallante” e l’unità di misura “litro”. Però l’erogatore e l’unità di misura litro, non hanno intrinsecamente né necessariamente la qualità della liquidità che misurano.

Rispetto al misurante, l’elemento “qualitativo” del misurato, che Auriti chiama in un esempio 
“lunghezza” (“qualità della lunghezza”), è già convenzione. Infatti la lunghezza non può esistere come “qualità” se non in ordine ad una convenzione. Senza una convenzione non può darsi alcuna lunghezza.

L’errore di Auriti consiste nel credere che la lunghezza sia spazio, o meglio, nel non accorgersi che la misura di una lunghezza non è spazio ma una necessaria relazione di pensiero: una misurazione, e quindi una lunghezza, non è lo spazio, ma una convenzione, astratta da una realtà che, in quanto tale, non è materia fisica, bensì una forma di pensiero.

Auriti afferma che “il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza” (ibid.). Così facendo parla della qualità della convenzione, perché “metro” e “lunghezza” non sono altro che qualità convenzionali.

Con simili affermazioni, se non si caratterizza in modo non convenzionale la “qualità della lunghezza” - e ciò mi sembra impossibile - si parla solo in modo antilogico o secondo tautologia astrattizzata e fuorviante.

Quindi anche l’equazione di Auriti fra “metro” e “moneta” è antilogica. Egli scrive: 
“come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore” (ibid.).

L’assurdità di questa equazione appare in tutta la sua evidenza nella misura in cui si specificano essenzialmente i termini: 
«Come la convenzione “metro” ha la qualità della convenzione “lunghezza” perché misura la convenzione “lunghezza”, la convenzione “moneta” ha la qualità della convenzione “valore” perché misura la convenzione “valore”» (ibid.).

A ciò Auriti aggiunge un’altra deduzione dicendo: 
“Sicché la moneta non è solamente misura del valore, ma anche il valore della misura che è il potere d’acquisto”. Mi pare che anche questa deduzione sia antilogica. In ogni caso la logica di questo “sicché” resta, fino a prova contraria, oscura.

Il pensiero successivo è il sillogismo altrettanto oscuro che Auriti afferma: 
“Poiché ogni unità di misura è una convenzione ed ogni convenzione è una fattispecie giuridica, la moneta è una fattispecie giuridica”.

A chi accetta come valido questo ragionamento, bisognerebbe chiedere allora se c’è nel mondo qualcosa che non sia fattispecie giuridica. “Fattispecie” significa letteralmente “appartenenza di fatto” (Vocabolario etimologico Pianigiani) ad una determinata specie di cose (ogni cosa che ha una forma appartiene di fatto ad un giudizio di pensiero circa la sua specie). Ora, se si crede che le cose che pensiamo siano, per il solo fatto che le pensiamo e le giudichiamo, siano tutte fattispecie giuridiche, si può dire in astratto che la moneta è fattispecie giuridica. Ma tale dire non rispecchia la realtà dei fatti, e cioè che l’ambito giuridico è un ambito diverso da quello mercatorio in cui la moneta è circolante. E se l’ambito giuridico è diverso da quello mercatorio, allora occorre correggere il tiro dicendo concretamente che la fattispecie della moneta non è quella giuridica ma mercatoria, o in generale, economica.

Distinguere è importante. E distinguere questi due ambiti lo possiamo fare solo attraverso un terzo ambito, quello del pensare autonomo, cioè di un atto interiore di libertà culturale.

Le fattispecie sono dunque perlomeno tre: giuridica, mercatoria, e culturale, e tutte e tre riguardano l’attività interiore dell’uomo.

In tal senso, ogni rapporto fra larghezza, lunghezza, e profondità delle cose, è SEMPRE un atto interiore che in generale confondiamo con la loro percezione, la cui forma, in realtà, è solo quella che si può pensare.

Il pensare umano però non è solo fattispecie giuridica come dimostra di credere Auriti con le seguenti parole conclusive del suo ragionamento: 
“dunque la materia prima per fabbricare moneta è la medesima che serve a produrre fattispecie giuridiche: forma e realtà spirituale ossia simbolo e convenzione monetaria” (ibid.), il che mi ricorda tanto la celebre frase “Tu sei solo chiacchiere e distintivo!” pronunciate da Al Capone” (nel film “Gli intoccabili” di Brian De Palma).

Infatti la riduzione del pensare umano a fattispecie giuridica non è altro che subconscia riaffermazione di un anacronistico monopolio emissorio di tipo imperialistico e/o mafioso.

Occorre dunque accorgersi che Auriti sbaglia nell’attribuire alla moneta la fattispecie giuridica in quanto la fattispecie propria della moneta è quella economica (e/o mercatoria).

Da qui la necessità di rimuovere il monopolio dell’emissione monetaria concesso alle banche di emissione dallo Stato, che è la vera causa della crisi economica (monetaggio iniquo, o signoraggio, debito pubblico, ecc.).

Auriti ebbe il merito di denunciare la truffa dell’emissione di moneta creata dal nulla. Ora però è necessario continuare questa sua denuncia, aggiungendo quella dell’anacronistico monopolio emissorio, non degno di uno Stato democratico moderno, che dovrebbe occuparsi solo di diritto e non più di economia. Infatti il monopolio di emissione dei soldi è fattispecie… imperialistica (“Il periodo di primo sviluppo dei monopoli fu quello ellenistico, nel quale fu esercitato sull’olio, sul sale, sul papiro, sui prodotti della pesca, sulle miniere e sulle banche. Roma impose il suo primo monopolio sulla coniazione delle monete nel I secolo d.c.”; cfr. 
Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato)... Oggi però non c'è più l'imperatore... E non dovrebbe più esserci.

tratto dal blog: http://creativefreedom.over-blog.it/2014/04/sull-errore-di-giacinto-auriti.html

sabato 21 marzo 2015

L'ecatombe demografica


Esattamente 15 anni fa, sul periodico settimanale “Panorama”, apparve un interessante articolo, a firma di Antonio Gaudio, intitolato “Benvenuto a Nonno City, Viaggio nel paese che anticipa il nostro futuro”. (pag.115 e seguenti).
L’articolo prendeva spunto da un caso verificatosi in un Comune della Toscana, situato nella Provincia di Siena: Castiglione Da Norcia. I censimenti dell’epoca registravano un calo dei residenti di circa la metà, rispetto a venti anni prima.
Ebbene, in questo articolo, l’autore illustrava quella che adesso è diventata una vera e propria ecatombe demografica.
Oggi queste cifre non ci meravigliano affatto, dato che esistono ancora comuni con pochissime persone. Il dato dovrebbe invece farci riflettere per l’assoluta gravità che una tal cosa comporta. Anzitutto il fatto che quell’articolo era tutt’altro che allarmistico… e preannunciava, in modo oltremodo profetico,  ciò che stiamo vivendo adesso.
Oggi viviamo in una società senza giovani e, soprattutto, senza bambini, dato che le nascite sono ridotte al lumicino. Il nostro paese si sta così devitalizzando nell'indifferenza di tutti. Del resto come biasimare coloro che, senza un lavoro e,soprattutto,  senza ragionevoli prospettive per il futuro, devono affrontare ingenti difficoltà economiche per metter su famiglia?


Se qualcuno, allora, non se ne fosse ancora accorto, bisogna ricordarglielo: il Bel Paese è – allo stesso tempo - teatro e posta in gioco.
Ci sono voluti venti anni affinché tutti percepissero il problema dell’Immigrazione come fondato ed anche pericoloso. Per questo motivo, i Mass-media, addomesticati dai poteri forti, hanno aggiunto un aggettivo qualificativo all'Immigrazione, denominandola "selvaggia". Questa scelta è servita per distinguerla da quella "buona" che, invece, sarebbe fonte di ricchezza per tutti noi, “se solo – come dicono i TG – ci liberassimo dagli antichi  pregiudizi”.
In Italia si sta verificando sotto i nostri occhi una vera e propria invasione di individui allogeni. Si, perché, non si tratta di uno spostamento progressivo e, soprattutto, volontario di persone consapevoli del proprio destino. Si tratta, viceversa, di una massa informe di individui, sradicati dalla loro terra natia, che cercano un rifugio dalle numerose guerre e dalle politiche dissennate e criminali provocate ad arte dai medesimi poteri forti. Ho usato - non a caso - il termine “IN-VASIONE”, poiché si tratta – letteralmente – di un “TRAVASO” improvviso di una grande moltitudine di individui all’interno di un territorio  occupato da cittadini membri di uno stato che, a rigor di logica dovrebbe essere "sovrano". Se a questo vi aggiungiamo che tale “travaso” non è gradito dalla stragrande maggioranza della popolazione, possiamo affermare, senza tema di smentita, che si tratta di una vera è propria INVASIONE, anche se non attuata con i mezzi classici di un’invasione militare organizzata. A ciò va aggiunto un altro problema che inizialmente non era stato ben considerato dai fautori entusiasti dell’immigrazione: il trasferimento all’estero di valuta nazionale.  Molti di questi "migranti", infatti, mantengono il resto delle loro famiglie, inviando loro mensilmente denaro. Questo, chiaramente, rappresenta una perdita enorme per il nostro paese, poiché si tratta, in un certo senso, di esportazione in massa di denaro all’'estero, al di fuori della zona Euro.
I politicanti, “camerieri dei banchieri”, che cosa si inventano? Presto detto: tutta una serie di provvedimenti legislativi che facilitino il ricongiungimento familiare, autorizzando gli altri membri della famiglia a ricongiungersi con il “capo famiglia”. Ma questo è solo un provvedimento tampone, poichè l'élite finanziaria esige che si faccia molto di più.
Ecco che allora che il “Grande pifferaio magico” TIRA FUORI dal suo CILINDRO la  SOLUZIONE al problema:L’IMPORTAZIONE di MATERIALE UMANO ALLOGENO, atto a formare la NUOVA GENIA ITALICA.
A questo importante diktat dei poteri forti fa eco la grancassa mass-mediatica che sforna continui proclami in favore dello sradicamento degli indigeni e, contemporaneamente, incoraggiando i medesimi all’accoglienza di questi disperati, facendo leva sui buoni sentimenti e quant’altro.
Naturalmente non si potrà parlare in alcun modo di una rinnovata stirpe italica ma solo di un lurido processo di “Meticciamento forzato”. La Nazione Italia è destinata così a scomparire dalla faccia della terra, sostituita da un amalgama indistinta, unita unicamente da motivi utilitaristici.
Si rivela come una vera e propria idiozia quella che i TG ci hanno  propinato per anni, secondo la quale gli immigrati costituirebbero una ricchezza per il paese, sol perché accettano di compiere lavori che gli italiani si rifiutano di fare. In primis, perché, oggi, con la crisi che stiamo vivendo, nessuno rifiuta un lavoro, anche se umile e poco dignitoso. In secondo luogo, perché gli immigrati non trovano più lo spazio che prima veniva loro abbondantemente concesso, se pure con salari da fame.
Infine, tutto ciò, nasconde il lato più ignobile della vicenda, perché presuppone la legittimità di approfittare dello stato d’estrema indigenza in cui versano questi disperati.
Giustificare l’immigrazione, sol  perché un disperato accetta di rimuovere l’amianto per una manciata di Euro, lavorando fino a 15 ore in una giornata, significa LEGALIZZARE LA SCHIAVITU’!
Eppure, nonostante si sia lottato per due secoli per abolirla e, soprattutto, per avere delle garanzie sulla salute, rieccola fare il suo mefitico ritorno.
In buona sostanza, tutto ciò che ci viene propinato per sostenere e giustificare l’immigrazione è falso.   Il paradosso è che questo stato di cose venga attuato principalmente da governi “progressisti” che dovrebbero, almeno in teoria, avere più a cuore le sorti dei più deboli.  A sinistra, ormai, si professa il dogma della assoluta bontà della società multietnica. In effetti, tutta la vulgata marxista-leninista, o quel che ne rimane, è stata riciclata, attraverso la proditoria sostituzione del proletariato con l’immigrazione. Non sono dicerie. Basta ascoltare i discorsi che i politicanti di turno fanno ad ogni tornata elettorale. Dietro interessate petizioni di principio e “nobili ideali umanitari" si celano interessi politici personali evidenti.
I nuovi derelitti delle società occidentali sono il nuovo serbatoio di voti a cui attingere nel futuro prossimo venturo. Costoro costituiscono un notevole bacino elettorale del tutto nuovo, pronto ad essere utilizzato per i più biechi scopi elettorali.
Difatti, mentre per i mercanti dei nuovi schiavi il profilo risulta essere assai più nitido, non accade altrettanto per le forze di governo che si riempiono la bocca con la tutela dei diritti umani e del Welfare.
Il delirio, naturalmente, non si ferma qui.  Esiste un nefando punto in cui la cultura del potere, propalata a piene mani dai potentati economico-finanziari, si incontra con i vizi profondi dei progressisti catto-comunisti: il malcelato disprezzo per tutto ciò che ha costituito il vero orgoglio italiano. La sinistra ha sempre avversato tutto ciò che investe e riveste il cosiddetto “carattere nazionale”.
Non è un segreto che, inoltre, con un significativo punto di arresto durante il Ventennio,  le élite finanziarie  italiane abbiano parlato prima francese e adesso inglese. Costoro mandano i loro diletti pargoli a studiare all’estero, prima in costosi College svizzeri e poi nelle più prestigiose Università Statunitensi.
La scuola statale italiana è riservata alla plebe, che deve rimanere in posizione di subordine rispetto a quelli che prediligono la cultura anglosassone. In questa ottica devonsi ricondurre l’aperta ostilità dell’establishment verso le materie classiche, come per es. lo studio del Latino e del Greco nei licei.
La sinistra, in buona sostanza, disprezza tutto ciò che il popolo ama. Se la gente comune guarda con sospetto agli stranieri, la sinistra li accoglie a braccia aperte. Se il nostro popolo è diffidente verso gli omosessuali, la sinistra cerca in ogni modo di imporli per legge alla comunità.  Se la nostra gente crede nella famiglia tradizionale, la sinistra la distrugge sin dalle fondamenta.
Ecco perché Liberismo e comunismo non sono altro che due facce opposte della medesima medaglia! Entrambe, anche se da prospettive opposte, intendono disgregare la famiglia e la società tradizionalmente intese.