sabato 31 dicembre 2011

L'occhio "invisibile" del mercato

Il Tesoro ha pagato rendimenti più bassi per collocare i suoi titoli.Vorrei tanto che un qualche segnale di inversione di marcia fosse giunto... invece... così non è. Il ministero del Tesoro ha sborsato interessi meno esosi per i piazzare i suoi titoli...  in realtà non è cambiato nulla, poichè questa è stato un mero espediente dellatesoreria bancaria. Ma i mercati lo sanno e, per questo, non modificano di una sola virgola il loro severo giudizio.
Siamo sotto osservazione dell'occhio "invisibile del mercato", se non altro per conoscere l'andamento del nostro debito pubblico che, in specie sotto il governo Berlusconi, si è ulteriormente dilatato.

mercoledì 28 dicembre 2011

Democrazia violata

Ernesto Galli della Loggia, in ossequio ai cosiddetti "poteri forti", tiene a precisare, sul "Corriere della Sera", che non ha mai scritto nulla circa una eventuale sospensione della democrazia. Dobbiamo dargliene atto, anche perchè non di sospensione si tratta ma di una sistematica violazione della medesima. La degenerazione del sistema politico italiano trova sempre nuove forme per manifestarsi, ragion per cui quando nessuno se lo aspettava, i segni della involuzione olgarchica hanno cominciato a manifestarsi in modo palese.
Si riteneva infatti che con l'adozione del bipolarismo (seppure imperfetto) fosse finita l'epoca dell'inciucio partitocratico.  Non ci si è resi conto, per converso, che la presenza sia pur larvale del cosiddetto "centrismo" di marca democristiana, equamente suddiviso in entrambi i poli, avesse mantenuto sotto traccia,  tutta la sua efficacia; per cui, se all'inizio, si riteneva "ininfluente" tale presenza, con il tempo, tale "ininfluenza" è diventata influente (pensiamo a Casini con la sua terzietà) e con la dipartita del caro Gianfrì tale presenza è divenuta addirittura condizionante.
Con la nomina di Mario Monti a Senatore a vita, il potere economico anzichè entrare nella politica dalla porta di servizio vi entra dal portone principale, con l'osanna di tutti i partiti, alla faccia della sovranità popolare e anche parlamentare. E sic res stantibus non resta che prenderne atto ed agire di conseguenza.

venerdì 23 dicembre 2011

Alleggerimento quantitativo

Lorenzo Binismaghi

Lorenzo Binismaghi, alla fine del suo mandato nella BCE, dichiara al Financial Times una cosa molto interessante. In breve: uno dei punti in cui c'è stato più scontro (quasi dogmatico) in  questo ultimo anno e mezzo nella Bce  è stato sul famigerato quantitative easing, concernente la  politica monetaria non ortodossa di acquisti sul mercato seguiti dalla FED, per sostenere il ciclo monetario degli Stati Uniti ed evitare che quel paese vada in recessione. In pratica si è soliti dire che la BCE non può e non deve (?) assumere tale politica, quando, in effetti,  potrebbe benissimo praticarla, qualora ci si trovassse in condizioni difficilissime, così come è accaduto negli Stati Uniti. Una cosa che praticamente fa anche la Bank of England. Bene, su questo punto, Binismaghi non riesce a comprendere il motivo di tale diniego. Interessante punto di vista che potrebbe -in un futuro nemmeno troppo remoto - spianare la strada per una nuova politica economica.

giovedì 22 dicembre 2011

Mister Mario e i tre porcellini dell’apocalisse

Il Passaggio dell’IDV dai banchi della maggioranza a quelli dell’opposizione è stato inutile. Alla fine Mister Mario ce l'ha fatta... la soddisfazione era ampiamente visibile sul suo viso e in quello della ex lacrimante Fornero.  Dopo la Camera, infatti, è arrivato anche l'OK del Senato:  la manovra è stata approvata. Così, dopo una dose massiccia di polemiche, si conclude il primo tempo del governo Monti, nato per torchiare gli italiani, imporre una stagione di ulteriori sacrifici(come se non ne avessimo fatti abbastanza), e, soprattutto, restituire alle Banche il ruolo di guida nell'economia del nostro sfortunato Paese. Ma questo è solamente il primo tempo. Il secondo si preannuncia abbastanza diverso. Passata questa prima fase di tassazione  i mercati si calmeranno per un po’... Ma poi? Ieri l'Istat ci ha avvisato: siamo in recessione. E l'effetto virale, dalle banche, si trasferirà immediatamente ai clienti. C'è poco da ridere, dunque.
La prossima mossa sarà la riforma del mercato del lavoro. Una cosa viene da chiedersi: Ma Mister Mario lo sente o no il lamento delle migliaia di persone che non l'hanno votato e si chiedono perché sia seduto sullo scranno più importante? I mercati continuano a scommettere sul fatto che la cosa non possa funzionare.  Tutto dipende da come reagirà la popolazione di fronte a quest’ennesima rapina. Non è così che uscirà sano dalla “tempesta”, non disintegrando l’apparato linfatico della cosa pubblica, dei partiti e del sindacato. Lo Status quo non glielo permetterà. Per questo è assai probabile che a pagare siano sempre i più deboli, quelli senza tutele (sindacali o di  posizione).
Dopo la stangata di Monti, vi saranno le prese per i fondelli,  guidate da meri calcoli elettorali,  in vista del voto che si terra – molto probabilmente  - entro la primavera del 2013.I tre partiti che, in modo assai ipocrita, appoggiano il governo del Preside si stanno preparando, con una serie di  contromanovre, per infinocchiare nuovamente gli italioti.
Trovo che tali calcoli siano veramente meschini, se non altro poiché il bene della nazione non è né al primo  né al secondo posto… ma all’ultimo. Qui l’unico cruccio che si pongono i “politici” è dettato dalla possibilità di essere rieletti e di continuare a sperperare denaro pubblico.
Inoltre, questi politicanti farebbero bene a non farsi troppo illusioni: l’esito  del voto non è completamente sotto il controllo del cosiddetto trio dell’apocalisse. Ciò che uscirà dalle urne dipenderà molto più da chi entrerà in campo e cosa saprà proporre al popolo bue.
I partiti minori, Grillo, Vendola ma anche alcuni outsiders  come i piccoli partiti neoborbonici potrebbero  mandare all’aria qualsiasi  piano politico. Milioni di elettori sarebbero in grado di sganciarsi dai partiti maggiori, drenando così i loro voti altrove, magari in formazioni nuove ed autonome dai vecchi schemi partitocratici. Naturalmente questa non è una certezza. Si tratta di una mera ipotesi. Potrà anche accadere che prima di andare al voto il governo tecnico sia percepito in modo diverso e, in tal caso, le cose si complicherebbero ulteriormente, introducendo un’altra incognita a quelle già esistenti, vanificando così qualunque tatticismo di marca utilitarista.  
Per questo ed altro, è assai ragionevole supporre che lo scenario futuro sia adesso ancora indecifrabile ed  è per questo che i partiti aspettano le prossime mosse… Sta agli italiani capire il gioco e non farsi soggiogare.

mercoledì 21 dicembre 2011

"Democrazia" sospesa


Osservare il cavaliere applaudire il capo dello stato fa un certo effetto, dobbiamo ammetterlo. 
Chissà come la prenderanno i suoi fans?
Evidentemente Berlusconi ha capito che se vuole continuare a rimanere nel gioco deve accettare il binomio Monti-Napolitano. Il carattere emergenziale non è l'unico binario entro cui si deve mantenere il governo. L'appello lanciato ieri da Napolitano puntava proprio a marcare questo aspetto. Si paventa una continuità nel governo dei banchieri... E' evidente che il lavoro sinora svolto dai politici  non ha dato i frutti sperati. 
La funzione di garanzia del Presidente della Repubblica si è "evoluta" in quella di "guida", uscendo così dall'alveo della carta costituzionale, senza che nessuna vestale della Costituzione si stracciasse le vesti per questo. Napolitano si trasforma così in un fedele cane da guardia e blinda il governo, dicendo chiaramente che non vi è nessuna sospensione della democrazia... Di quale democrazia parla il Presidente della Repubblica? Di quella, per caso, che non ha invalidato l'elezione di un governatore (Formigoni) palesemente eletto in spregio alla legge e, soprattutto, in spregio alla uguaglianza di fronte alla legge, presentando una lista con migliaia di firme falsificate? Oppure di quello "Stato democratico" che, in barba  alla Costituzione e a diversi risultati referendari, trova sempre modi  diversi per aggirare o disattendere il verdetto popolare e/o costituzionale? La lista delle domande potrebbe continuare all'infinito...

A questo punto occorre riflettere sul significato di "democrazia" a prescindere dalla disapplicazione dei suoi principi.


Antonio Salazar De Olivera sosteneva che:
"Se La democrazia consiste nel livellamento alla base,

nel rifiuto di ammettere le ineguaglianze naturali;
se la democrazia consiste nel credere che il potere 
trova la sua origine nella massa e non nell'élite,
allora, effettivamente, ritengo che la democrazia è una finzione.
Non credo al suffragio universale, poichè il voto individuale 
non tiene conto delle differenze umane. 
Non credo all'uguaglianza ma alla gerarchia...
Io non credo alla libertà... ma alle libertà. 
La libertà che non si piega davanti all'interesse nazionale, 
si chiama anarchia e distruggerà la nazione.
Non si governano angeli nello spazio, ma uomini sulla terra, 
che sono come sono e non come alcuni vorrebbero che fossero".

Le parole sono pietre e queste lo sono ancor di più. Sicuramente di più di quelle di Winston Churchill, secondo cui la Democrazia sarebbe: 
 "la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte quelle altre forme  che si sono sperimentate finora".
Eppure, alla prova dei fatti, il cosiddetto "governo del popolo" spesso si traduce in governo delle oligarchie finanziarie, che usano la democrazia come una sorta di  parola magica, in grado di incantare le masse inebetite dai messaggi subliminali di falsa libertà che la democrazia, attraverso i suoi molteplici strumenti, emana ogni giorno.
A ben vedere, dunque, il lusitano ha ragione da vendere: la democrazia è una finzione., una pietosa bugia, una pia illusione... e chi più ne ha più ne metta.
© ♚Pierre

martedì 20 dicembre 2011

Articolo 18 addio?

Il mercato ci ha concesso una tregua. Certamente. Ma non il credito di cui il popolo ha bisogno. Per questo lo spread tra bund e buoni del tesoro è ancora molto alto. Intanto il varo della manovra non ha sortito commenti positivi, nemmeno da chi si appresta a votarla.  Occorre tamponare i gravissimi problemi contingenti: pensioni, mercato del lavoro, ripresa ecc.  Non si può lasciare affogare questo paese nella palude delle varie lobbies che ancora riescono a dettare l'agenda dei loro assurdi privilegi. Bisogna inaugurare una vera rivoluzione copernicana che individui i veri privilegi e le reali povertà. Rimanendo fermi però sulla disciplina fiscale e di bilancio. Su quest'ultimo punto, però, vi sono ostacoli insormontabili. I veri problemi strutturali dell'Italia non possono essere archiviati con un tratto di penna: essi hanno origini antiche  e radici profonde e connotano la struttura gerarchica del nostro paese. Mettervi mano equivarrebbe a ingenerare una vera e propria rivolta dello status quo, la qual cosa non riesce praticabile ad alcun governo "democratico".


La politica s'è ormai disciollta nell'acido della stretta creditizia, sostituita dalle "molecole" tecno-finanziarie che non danno problemi di rigetto e, soprattutto, sono refrattarie alle reazioni popolari.
La politica - d'altro canto -  è morta da tempo immemorabile. Ma non è stato un caso di omicidio e nemmeno di suicidio. Si tratta invero di eutanasia.
I sindacati rimangono dunque da soli sulla barricata ma dubito che il soldato Camusso possa resistere al tiro incrociato dei partiti e delle banche.
Dopo il rigore immediato per i pensionati, occorre osservare che da parte dei dirigenti confederali non esiste una visione complessiva delle cose, per cui si registrano sempre i soliti distinguo che non giovano alla causa generale.
"Ragazzi, siamo in recessione" - verrebbe da dire. Ma non solo economicamente. Anche nel campo dei diritti si procede  con la scure. Si richiede sempre più flessibilità. A questo proposito si invoca la flex-security di marca danese, una sorta di mix fra flessibilità del lavoro e sicurezza. Ma l'ex Ministro del Lavoro, Cesare Damiano,  avverte di aver studiato la materia e che tale ipotesi risulterebbe irrealizzabile in Italia per via degli alti costi di realizzazione. E così l'art. 18 diventa sempre più ingombrante, fino a suscitare l'ira dei sindacati confederali.  Pietro Ichino, invece, si dichiara possibilista. Secondo la sua ipotesi si potrebbe assumere a tempo indeterminato, salvo poi sciogliere il rapporto senza troppe difficoltà. Una sorta di matrimonio scindibile,  dunque. Ma perché c'è tanto allarme sull'art.18? Le radici vanno ricercate in quella sorta di unione consociativa che risale alla prima repubblica, dove i socialcomunisti gestivano la politica del lavoro e i democristiani quella industriale. Entrambi, visti i risultati odierni hanno miseramente fallito.
 Forse questo articolo sarà stralciato e diventerà carta-straccia. Non che prima fosse proprio una misura equa. Tutti avevano avvertito la palese sperequazione fra le aziende con 15 dipendenti e quelle con 16. E dire che il vecchio subcomandante Fausto voleva estenderlo a tutti. Purtroppo però il referendum diede esisto negativo. I lavoratori fissi pensarono bene di recarsi al mare invece che a votare, facendo venir meno il quorum necessario...Le solite categorie protette non si mobilitarono per la estensione, e anche il "cinese", Sergio Cofferati, diede una mano a remare contro, attraverso qualche dichiarazione non proprio commendevole...
Adesso la trimurti sindacale sostiene che l'art. 18 non si tocca, confermando di voler tutelare i soliti noti, dimenticando che in Italia tre milioni e mezzo di lavoratori non beneficiano di suddetto articolo da quando sono entrati nel mondo del lavoro. 
Il Partito Democratico non sa che pesci pigliare, dove si confronta la linea Ichino, favorevole alla sua abolizione, e, dall'altra parte, c'è Cesare Damiano che è molto critico. Bersani, dal canto suo,   preferirebbe prendere tempo. Sull'articolo 18 c'è il rischio di far crollare tutto e il PD è pronto al dialogo ma solo dopo le feste. Ma questa ostinazione di principio sull'art. 18 non ha davvero senso, poiché non è estesa a tutti i dipendenti e finisce per lo più per favorire i soliti lavoratori sindacalizzati, penalizzando alcune ditte e favorendone altre. Inoltre se si vuole introdurre un parametro di equità, bisognerebbe o estenderlo a tutti oppure azzerarlo, mettendo anche chi è al sicuro nella medesima condizione di chi non lo è. Ma quest'ultimo punto, evidentemente, non conviene...


Specchietti per le allodole

Il debito pubblico

Un tema di estrema attualità, spesso sottovalutato nel passato, è quello dell’annoso debito pubblico.
A partire dagli anni ottanta, il debito pubblico è stato un problema solo per gli “addetti ai lavori”, non afferente l’ambito della politica partecipata, soprattutto a livello collettivo.  Nessuno si preoccupava più di tanto; e se qualcuno si permetteva di sollevare il problema nelle aule parlamentari veniva immediatamente ridicolizzato ed emarginato.
Tuttavia, gli eventi di questi ultimi anni ci dimostrano che era invece necessario prenderlo seriamente in considerazione. Oggi, purtroppo, ci troviamo nella necessità di sciogliere questo nodo, pena la perdita di conoscenza in un settore fondamentale per la nostra economia. La formazione del debito pubblico è uno dei primi frutti bacati della partitocrazia. Una sorta di vizio pubblico, per cui, tutti insieme, allegramente, si è proceduto per decenni a spendere e a spandere senza alcuna cognizione di causa. Il ricorso al debito, nel nostro Paese, è diventato - da quel periodo in poi - un modo ordinario di sgovernare il paese, e, viceversa, di governare gli appetiti famelici dell’apparato partitocratico,  in barba alle più elementari nozioni di economia. Adesso che la dimensione del debito in rapporto al Prodotto interno lordo ha assunto dimensioni macroscopiche fino ad arrivare al 120%, si corre ai ripari invocando lo stato d’eccezione e, persino, la sospensione della sovranità popolare. Attualmente il governo ha varato una manovra finale di sicuro impatto sociale. Ma non credo  servirà...

La storia

Senza andare troppo indietro nel tempo faccio una breve cronistoria degli eventi più significativi.
Per comprendere appieno il fenomeno (sottovalutato) del debito pubblico occorre scavare a fondo, fino alla “radice” politica di questa “realizzazione” delle due condizioni di sostenibilità del debito pubblico. I disavanzi primari cominciano a formarsi in modo consistente nella prima meta degli anni ‘70. Complessivamente, in questo decennio, il debito pubblico  aumentò dal 40% sino al 60%. Nel decennio dei “meravigliosi anni ‘70” abbiamo assistito ad un aumento del 20% del rapporto debito pubblico/Pil. Per capirne i motivi, occorre scomporre, per voci di spesa, il disavanzo di bilancio. Da che cosa era originato questo deficit? In quegli anni i disavanzi primari sono in parte giustificati da una esigenza di sostenere la nostra economia in una fase congiunturale sfavorevole. Ma questa è solo una parte della spiegazione.
Tra il 1970 e il 1980 la spesa pubblica corrente aumenta dal 32% al 39%. Quindi, un aumento di tale portata, non può avere come giustificazione  soltanto quella di sostenere l’attività produttiva. Il motivo  deve ricercarsi nella spirale contestazionistica del 1968, nella quale affiora con forza l’affermazione di taluni nuovi diritti che avranno negli anni successivi una ricaduta economica notevole.  Queste rivendicazioni salariali troveranno una risposta politica del tutto sganciata dalle teorie economiche che legavano il profitto al salario. Sono anni in cui si realizzano sostanziali aumenti contrattuali, trattamenti pensionistici più favorevoli ecc.   Anche nella sanità si registrò un forte aumento della spesa,  completamente slegata da una gestione oculata della cosa pubblica. I partiti, fregandosene della meritocrazia e dei rendiconti di bilancio, avviarono una "campagna acquisti" per esclusivo tornaconto personale o del partito di appartenenza. Il fatto che la spesa pubblica fosse sempre in continuo aumento non generò allarmi di grande portata. La condizione di permanente disavanzo strutturale del sistema ha origine quindi in una debolezza della politica. La politica fu incapace di governare responsabilmente i forti conflitti sociali che si determinarono in seguito al ‘68 e dunque vi fu una risposta consociativa dei partiti alle nuove esigenze che affioravano a ridosso degli anni ‘70. L’estrema incapacità della politica “democratica” dei partiti (partitocrazia) diede luogo ad una consociazione  attiva sul terreno della spesa pubblica, tra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. DC e PCI furono – in questo preciso frangente - sempre più frequentemente uniti nella votazione dei programmi di spesa, incuranti degli enormi debiti che ingeneravano.  La Banca d’Italia, negli anni settanta, condivise con il Ministero del  Tesoro l’obiettivo della crescita economica, anche a scapito del contenimento dell’inflazione; per cui, mentre il disavanzo primario aumentava, il tasso di interesse veniva mantenuto molto al di sotto del tasso di crescita del pil, favorendo, in questo modo, una stabilizzazione del rapporto debito/pil.
Per tal via, i debiti di bilancio, durante quegli anni, furono finanziati da quella che gli economisti chiamano “monetizzazione del debito pubblico (Finanziamento del debito). La legge infatti stabiliva che la Banca d’Italia fosse obbligata a sottoscrivere le quote  dei titoli di debito pubblico che il Tesoro emetteva sul mercato ma che non riusciva a vendere. Questo meccanismo aveva il forte svantaggio di ingenerare delle forti spirali inflazionistiche, anche se non produceva notevoli ripercussioni sul tasso di interesse, che rimaneva contenuto entro limiti accettabili. E'  la ricetta che alcuni politici invocano ora con la creazione degli euro bond, semplicemente per continuare a lucrare su tutto, non certo per arginare gli sprechi. Dimenticano che una tal cosa esige una governance europea con politiche comuni, un comune Ministero del Tesoro, un comune Ministero dell'Economia ecc. Una tal cosa, inoltre, prevede la modifica dei trattati e, per adesso, la Germania è fortemente contraria. 
Sino al 1970,  gli accordi di Bretton Woods furono in grado di contenere gli squilibri economici. Poi, però, la guerra del Vietnam fece lievitare fortemente la spesa pubblica statunitense, per cui il sistema andò in crisi.  Infatti, di fronte al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve auree.
Ciò spinse il presidente USA, in illo tempore, Richard Nixon,  ad annunciare, il 15 agosto 1971, a Camp David, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve statunitensi si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro degli USA aveva già erogato 90.000 tonnellate d’oro. Inoltre, occorre ricordare che, in tale occasione, la Federal Reserve stampò una quantità ingente di banconote, assai superiore alla quantità consentità dalla riserva aurea disponibile. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.
Nel dicembre dello stesso anno il Gruppo dei Dieci firmò l'accordo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. Lo standard aureo (Gold Standard) fu quindi sostituito da un non sistema di cambi flessibili.

La Svolta

Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi
Negli anni '80 la “musica” cambiò completamente. La FED (Federal Reserve), sul finire degli anni '70, incominciò, infatti,  a seguire il trend monetarista,  per cui vennero adottati tutti gli indirizzi restrittivi di detta politica monetaria. Proprio in quegli anni e, precisamente, nel 1979,  l'Italia fece il suo ingresso nello SME.   Due anni più tardi, nemmeno a farlo a apposta, si realizzò un fatto molto importante: il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore (in illo tempore) della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di comune accordo, decretarono per legge il divorzio fra Bankitalia e il Ministero del Tesoro. La Banca centrale di emissione (Banca d'Italia) non era più obbligata a sottoscrivere i titoli  statali che il Tesoro non fosse riuscito a piazzare sul mercato o a vendere ad investitori privati. Quindi, a questa trasformazione istituzionale, fece seguito anche un mutamento della politica monetaria. In cosa consisteva questa trasformazione? Anzitutto  fu messa in pratica la politica monetarista della FED  che si tradusse sia in una notevole restrizione della base monetaria sia in un poderoso aumento dei tassi di interesse.  Questi ultimi superarono di parecchi punti i tassi di crescita del Prodotto interno Lordo (PIL).    Mentre gli anni ' 70 furono caratterizzati dal patto di alleanza fra la Banca d’Italia  e il Ministero del Tesoro, gli anni successivi, furono caratterizzati da un enorme indebitamento dello Stato verso la Banca Centrale. Ma, in definitiva,  quale furono le ragioni di tale divorzio? La prima ragione fu quella di porre fine al meccanismo inflazionistico di disavanzo. Finanziare il disavanzo attraverso l’ampliamento della base monetaria creava sicuramente una spirale inflazionistica. La seconda motivazione era dettata dal fatto che si voleva “responsabilizzare” la classe politica, attraverso una politica legata al debito pubblico. Si riteneva, cioè, che il parlamento, messo di fronte al dato inoppugnabile di un aumento del deficit di bilancio pubblico e, soprattutto, ad un elevato aumento dei  costi, in termini di tassi di interesse, avrebbe messo  fine agli sprechi. Questa ultima  considerazione, però,  fu del tutto disattesa e gli anni ottanta furono caratterizzati da un’ingentissima spesa pubblica per il pagamento degli interessi.

Questo disavanzo di bilancio non si fermò nemmeno negli anni successivi dove, nonostante la congiuntura internazionale fosse favorevole, con una forte espansione del ciclo economico internazionale, il Pil passò dallo 0,6% del 1982 a quasi il 4 % del 1988. Dunque, nonostante una fase espansiva del ciclo economico, si continuò ad accumulare forti disavanzi di bilancio che fecero salire il debito pubblico in modo esponenziale.

Non si può parlare di un'applicazione della  teoria economica keynesiana. Difatti,  chi segue la politica di John Maynard Keynes, non farebbe mai una cosa del genere. La crescita di questo disavanzo anche negli anni ‘80 non fu l’esito di politiche neo keynesiane.  Il problema del disavanzo pubblico era noto a tutti in quegli anni. Ma tutti fecero finta di non vedere. Gli unici, per amor del vero, a denunciare questo stato di cose furono i radicali, guidati da Marco Pannella. A tal proposito, il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi scrisse:  
“In nessun altro paese industrializzato i disavanzi pubblici hanno mantenuto per così lungo tempo dimensioni tanto ingenti come in Italia. I problemi posti dall’interazione tra debito accumulato e disavanzi ripetutamente elevati si fanno pressanti”.
Che amara delusione! A ben vedere, questa “ragione” assomiglia assai ad un pretesto di ordine diverso. Perché mai dei governanti abituati a spendere e a spandere, accreditandosi presso l’elettorato come dei veri e propri benefattori, avrebbero dovuto rinunciare al migliore dei privilegi?  In altre parole, se avessero fatto diversamente, si sarebbero scavati la fossa con le loro stesse mani, dato che il monopolio del consenso, passava (e passa ancora) proprio attraverso l’elargizione di favori e prebende pagate col debito…
La “responsabilità” dei politici nell’arco di 150 anni non si era mai vista, soprattutto nei confronti del Sud-Italia, dove fu attuata una fiscalità di rapina.  Tutta una serie di tasse e balzelli, fino ad allora pressochè sconosciuti, furono allora introdotti facendo passare il Regno delle due Sicilie dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte esorbitanti; imposta di ricchezza mobile, tasse di registro e bollo. tasse giudiziarie, successione, fondiaria, ecc.
Oggi, nonostante il crescente debito pubblico, i politici continuano imperterriti sulla strada dello spreco, elargendo favori a destra e a manca per alimentare il consenso ed assicurarsi la rielezione. Per questo motivo, si è resa necessaria la separazione tra il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale.  I politici hanno reagito in malo modo, incoraggiando (direttamente o indirettamente) correnti di pensiero che infondessero sfiducia nelle Banche Centrali.
Una di queste correnti è quella legata al Signoraggio Bancario. Su questo argomento si sono dette e scritte tutta una serie di corbellerie che ad elencarle tutte ci vorrebbe una vita. Lo stato si indebita perchè spende troppo rispetto alle sue entrate. La cosa è abbastanza semplice ma per ovvi motivi tutti preferiscono credere a tesi di complotti immaginari che hanno il solo effetto di continuare a deresponsabilizzare una classe politica incapace e, soprattutto, ad illudere i coloro che - credendo di essere più furbi degli altri - fanno proprie le tesi complottiste.
In realtà - senza troppa pubblicità - la stessa Banca d'Italia riconosce e definisce il Signoraggio Bancario.

Conclusioni

Il Ministero del Tesoro e dell'Economia sarebbero perfettamente in grado di gestire tutti i processi concernenti l'emissione monetaria. Inoltre, l'Istituto poligrafico dello Stato detiene già da tempo la cultura e le specializzazioni richieste in tale materia".  Su questo non c'è alcun dubbio. Per tali motivi, tutti si chiedono il motivo per cui non sia lo Stato a controllarne l'emissione.  Il problema - evidentemente - non è relativo alla competenza...
Il motivo principale di questo diniego  - occorre ripeterlo - sta nel fatto che la politica - senza l'ausilio di un'autorità esterna - praticherebbe un'emissione monetaria incontrollata, svalutando la moneta ad libitum e causando altresì un aumento dei prezzi.
Tutti ricorderanno la nefasta esperienza vissuta durante la Repubblica di Weimar in Germania dove per fare la spesa occorrevano carriole di marchi.
La stampa illimitata di banconote è infatti il desiderio segreto di tutti i politicanti spendaccioni che, in tal modo, potrebbero dar corso a tutti gli sperperi che quotidianamente mettono in pratica, senza soluzione di continuità.
Collocare nelle mani dell'esecutivo la stampa della moneta andrebbe contro il principio economico della "rarità monetaria", oltre che contro il principio democratico della divisione dei poteri. Infatti chi propone un ritorno alla sovranità monetaria vagheggia teorie cospirazioniste volte al controllo del mondo attraverso l'emissione monetaria. Il tutto, con la irresponsabile complicità dei politici. In realtà le cose stanno assai diversamente. La moneta, in vero, per essere valida deve essere scarsa. L'abbondanza di moneta è foriera di enormi processi inflazionistici, tanto che in tali casi si parla di iperinflazione.
Non esistono, dunque, soluzioni miracolose per scongiurare la crescita esponenziale del debito pubblico. L'unica soluzione da adottare è quella che attuerebbe ogni buon padre di famiglia: spendere in proporzione alle entrate. Nulla di più.
© ♔Pier Luigi

domenica 18 dicembre 2011

Vi confesso di essermi smarrito in questa selva di dichiarazioni contrastanti, non perché non sia in grado di seguirne il filo, ma semplicemente per l'angoscia provata in questi giorni. Un'angoscia tale da cassare in me ogni volonta di spesieratezza e di scherno.
Non posso non pensare, senza una punta di malizia, a quanto accaduto in parlamento, dove coloro che sinora hanno appoggiato il governo più pazzo del mondo, adesso hanno alzato cartelli contro il governo.
Intendiamoci, non sono un fan delle tasse. Tuttavia, non mi pare questo un atteggiamento serio.  A cosa serve inscenare queste carnevalate? Servirà forse a ridurre le imposte? Monti si sentirà scoraggiato e abolirà l'ICI sulla prima casa? No. E allora?
Poi, una volta approvata la manovra, assodati i nuovi regimi, tutto torna come prima.
Poi ci penso un po' e mi dico. Questo è un riflesso condizionato della democrazia parlamentare. Costoro lo fanno per assicurarsi un futuro parlamentare. Non  per altro. Altrimenti non si spiega chi critica oggi le Banche e la Massoneria come abbia fatto ad appoggiare - per diverse legislature,  sino all'arrivo di Monti - un apprendista massone, affiliato alla P2 di Licio Gelli.

venerdì 16 dicembre 2011

Pronostici pessimi

L'emergenza dell'euro-area continua.  Ieri, le previsioni del centro studi di confidustria hanno tracciato un  quadro catastrofico circa il PIL degli anni a venire. Si perderanno più di 800.000 posti di lavoro... Per senso di responsabilità prima che qualche banca entri in emergenza per una crisi di liquidità occorre cambiare rapidamente sendo di marcia. Se la vecchia europa dovesse ricorrere al FMI allora sarà la fine.

martedì 13 dicembre 2011

il disaccordo dell'immacolata


Nottetempo, i "mercati" si sono messi al lavoro. Pare che la Notte dell'Immacolata abbia portato loro consiglio:  i debiti pubblici continueranno a ballare fin quando i governi europei non avranno ottemperato a tutte le ricette monetariste di riduzione del debito. Ogni accordo su sanzioni può essere impugnato, per cui è poco credibile la promessa di far "bene"... Nikolas Sarkozy sta preparando il su  popolo alla perdita della tripla A. Francoise Holland, candidato socialista,  afferma che: "se sarò eletto rigonezierò accordo ... e chiederò che sia aggiunto quello che manca sulla crescita..." Marie Le Pen, da parte sua, auspica un ritorno al vecchio Franco per riportare l'orgoglio nella terra d 'Oltrape. Anche il Belgio si avvia a chiudere l'anno con un debito cospicuo. Insomma tutta l'area euro non sembra tanto contenta della sua moneta.

domenica 11 dicembre 2011

Eurocompromesso

L'erurocompromesso raggiunto con il metodo intergovernativo sta disintegrando lentamente tutte le sovranità nazionali. L'eccezione inglese non cambia la regola.

venerdì 9 dicembre 2011

Compleanno


Sono passati quattro lustri dalla creazione dell’Europa monetaria e di acqua sotto ai ponti ne abbiamo vista passare moltissima. Allora, a Maastricht, c’erano solo dodici Paesi. Oggi siamo a quota ventisette e, probabilmente, domani si raggiungerà quota ventotto con l’allargamento dell’Europa alla Croazia. Ma proprio in questo momento l’edificio europeo potrebbe collassare. Chi se ne intende ci suggerisce che i politici accettano misure drastiche solo quando si aprono davanti a loro le porte dell’abisso.

Correva l’anno 1992 e, a Palazzo Chigi, sedeva Il dottor Sottile, designato da Oscar Luigi Scalfaro per mettere a posto i conti: 93 mila e duecento miliardi di vecchie lire tra prelievi fiscali, tasse e balzelli vari. E fu solo l’inizio di una lunga serie di finanziarie “lacrime e sangue”, che prelevarono tutto quanto il prelevabile onde consentire il rispetto dei parametri di Maastricht, indispensabile per farci entrare nel Club di Eurolandia. Chi pagò? Pantalone, come sempre.


Intanto, Prodi e compagnia bella spacciavano l’euro come fosse una pepita d’oro.

Massimo D’Alema il sedici novembre 1998 dixit:

“Dobbiamo sfruttare nel migliore dei modi i grandi vantaggi che ci porterà l’euro: dalla stabilità alla spinta verso lo sviluppo economico, fino alla bassa inflazione e alle opportunità di crescita”.



Anche Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica, nonché Governatore della Banca d’Italia, il 7 febbraio dell’anno 2000, ad una delegazione di imprenditori italiani in visita al Quirinale, ebbe a dire:

“Vi ricordate quanto si pagava in più di interessi rispetto ai concorrenti europei? Prima dell’euro lo stato italiano era considerato un debitore meno affidabile di altri stati. Ora siamo credibili quanto gli altri”.

In tutto questo tempo, però, noi comuni mortali di crescita ne abbiamo vista poca e la credibilità è venuta meno. Le uniche cose che abbiamo visto crescere sono gli sprechi improduttivi e gli scandali a catena del dopo-tangentopoli. Il cambio sfavorevole, sin dall’entrata nell’euro, ci ha portato a spendere meno, ancor prima che si verificassero le crisi. L’euro avrebbe dovuto portare in Italia meno inflazione, tassi di interesse più bassi, e, soprattutto, riempire la voragine del debito pubblico. Per non parlare dell’Euro-tassa che doveva metterci in linea con il resto dell’Europa. Che ne è stato di tutto questo? Adesso, con la crisi in atto, siamo sull’orlo del baratro. Cosa dovrebbero capire i nostri politici?

Facciamo un po’ di storia. Il progetto di Eurolandia è nato nel segno dell’ambiguità. Si è costruita un’entità astratta, senza un governo politico unico, che nascondeva la forza della Germania e la debolezza della Francia. E, dotandosi di una moneta unica, l’Europa ha voluto giocare la sua partita tra i pesi massimi del mondo, comprese le economie emergenti. Per questo traballa ancora sotto i colpi del "mercato", e non riesce a reagire, rimanenendo nell'angolo. Così si direbbe o, meglio, così ci dicono.
”L’ Europa è cresciuta" – ci dicono. Certamente, ma a che prezzo e, soprattutto, in che senso?
Siamo davvero competitivi nell’ambito mondiale? Il problema del debito sovrano non investe solo i paesi mediterranei come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. Il problema del debito è alla base di questa costruzione monetaria, che non fa l’interesse del popolo, ma delle sue oligarchie finanziarie. Il debito pubblico è una zavorra che si auto alimenta, diventando, via via, insormontabile.
La crisi che sta investendo l’Europa è dovuta principalmente (ma non esclusivamente) al declassamento dei titoli statali del debito pubblico. Ma andiamo per ordine.
Lo Stato per venire incontro alle sue esigenze monetarie emette titoli di stato che vengono scontati dalle banche. Successivamente questi titoli vengono messi in borsa e quotati dalle famigerate agenzie di rating. Quando le banche intendono alzare i tassi di interesse, spediscono le proprie “veline” alle agenzie di rating, che, a loro volta, declassano i titoli di stato in questione. Dopo di che gli stati colpiti da giudizi negativi sono costretti – obtorto collo – ad accettare le condizioni capestro a tassi più elevati. Quando si supera un certo limite (rapporto debito/Pil), arrivano le autorità monetarie europee, spediscono “lettere intimidatorie” agli stati insolventi per indurli a più “miti consigli”. Se gli stati non recepiscono le “informative europee”, le oligarchie finanziarie mandano i loro emissari nei paesi disobbedienti per metterli in riga. Questa è – in estrema sintesi – la situazione attuale, ragion per cui, se l’alternativa è “la borsa o la vita”, meglio propendere per la seconda.
©  ♚Pierre

giovedì 8 dicembre 2011

Il preside precario

Viviamo in un'epoca in cui le esigenze della economia e quelle della politica confliggono fortemente, solo per usare un gentile eufemismo. La manovra del governo tecnico è inefficace oltre che vessatoria. Invece il comportamento della politica italiana è vergognosamente scandaloso. La resa delle classi dirigenti ai diktat dei poteri forti è palpabile  e ormai anche la gente comune comincia a capire.
La manovra è concepita in modo tale da rassicurare mercati finanziari e l'asse franco-tedesco, e corrisponde a quanto per il momento si richiede. E' ovvio che ciò non basterà a rifocillare gli appetiti superlativi delle classi parassitarie che decidono la sorte dei lavoratori.Si può soltanto prenderne atto, per il punto a cui sono arrivate le cose. Insieme bisogna prendere atto che siamo un paese politicamente, civilmente e istituzionalmente minore. La nostra storia già parla per noi, ma l’attualità impone una tragica presa d’atto del fatto compiuto. La politica - da almeno 150 anni - è al servizio della economia. In altre parole, ciò che sarebbe economicamente utile risulta oggi anche politicamente impraticabile.  Il decreto Monti non è utile  a fronteggiare l'emergenza come ci viene spiegato e ripetuto dagli "hous organs" del Mainstream.  Questa manovra è di per sè insufficiente a saldare il conto salato in interessi che il governo attualmente ha contratto con le Banche di emissione, ragion per cui ci aspettano altre manovre aggiuntive e/o correttive. Essa, conferisce al governo non l'autorevolezza  come ci viene spiegato, ma il  beneplacito necessario per trattare  con gli omologhi partner europei. Per questo i principali partiti, volens nolens, si vedono obbligati a sostenerlo. Anche i sindacati devono, obtorto collo, mandare giù il rospo. Altrimenti vedranno il loro potere - già ridimensionato dalle spinte economiciste - a ridursi ulteriormente. 

Le oligarchie del potere ( quello vero) non stanno solo alla finestra a guardare. Costoro sanno che il momento favorevole non è destinato a durare. Già prima che si indicano nuove elezioni, le esigenze della politica ritorneranno a a calcare la scena. E, in quel preciso frangente, il governo del Preside comincerà a navigare a vista, temendo  semmpre una tempesta in arriv. È questa circostanza, purtroppo, a rendere non del tutto plausibile la «politica dei due tempi» che l'esecutivo si è visto costretto ad adottare.

Il decreto, oltre a un sensibile accrescimento (che ha di per sé effetti depressivi) della pressione fiscale sul ceto medio, contiene una seria riforma delle pensioni e qualche buona misura a favore delle imprese. Ma il grosso degli interventi pro crescita è rinviato a un secondo tempo. Sono rinviate quasi del tutto le liberalizzazioni. E non si parla per ora di privatizzazioni. È rinviata la riforma della disciplina del lavoro. Sono rinviati gli interventi più incisivi sui costi della politica. Mancano infine provvedimenti volti a colpire la palla al piede rappresentata dalla inefficienza della macchina amministrativa.

Il governo Monti ha dovuto agire in fretta e, sicuramente, avevale sue buone ragioni per farlo. Un'ulteriore dilatamento avrebbe indotto il Presidente Napoletano ad un cambio della guardia; per cui  tale scelta, per quanto necessitata, porta con sé due inconvenienti. Il primo riguarda il segno e la qualità del decreto Monti. Se le misure rinviate fossero state presenti nel decreto ciò avrebbe sicuramente ridotto il disagio dovuto all'accrescimento della pressione fiscale. Gli effetti depressivi sarebbero stati ampiamente compensati dalla generalizzata constatazione di una radicale svolta, di un irreversibile cambiamento. Finalmente, sarebbe stato a tutti chiaro che si stavano predisponendo le condizioni necessarie per fare riprendere al Paese il cammino dello sviluppo.

Il secondo e più grave inconveniente consiste nel fatto che in Italia la politica dei due tempi, come sappiamo per lunga esperienza, è quasi sempre destinata all'insuccesso. Il governo Monti è figlio di circostanze eccezionali. E sono le circostanze eccezionali ad averne decretato la impopolarità fra chi . Ma, come lo stesso Monti ha osservato, la popolarità del governo è destinata comunque a ridursi a causa della amara medicina che esso ci dovrà somministrare.

lunedì 5 dicembre 2011

Settimana decisiva

Questa è la settimana decisiva. Chi pensa che io sia pessimista si sbaglia. La pressione europea è stata molto forte. I due punti che sono stati sicuramente sicuramente elusi da questa manovra rigurdano in primo luogo la crescita e in secondo luogo anche l'abbattimento del debito pubblico.  L'abbattimento del debito pubblico non si fa solo con gli avanzi primari iper recessivi. Bisogna andare alla radice del problema e prendere il "toro" per le corna. Su questo percorso, invece,  non si va da nessuan parte.
In secondo luogo, la crescita. A parte lo stanziamento corposo a favore della crescita non si capisce come si possa far decollare un paese depresso e non incentivato alla produzione.
Per crescere urge tagliare le tasse a persone fisiche e, soprattutto, alle imprese. Senza questi tagli le agevolazioni sono inefficaci. Inolre la riduzione della spesa è ancora limitata. Occorre ridurre il prerimetro pubblico,  azzerare gli sprechi, onde far riaffacciare l'efficacia. Sono chimere, lo so. Ma tant'è.


domenica 4 dicembre 2011

In vista dell'euro vertice.

Siamo prossimi all'euro-vertice...speriamo che il tono sia ispirato ad un maggiore ottimismo rispetto a quello usato in un discorso a Tolone dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Il perchè del pessimismo francese trova la sua raison d'etre nella mancanza di un'accordo con Angela Merkel, che si ostina ad essere troppo filotedesca. Una qualità che in ambito unitario non è da considerarsi come una virtù ma piuttosto come un difetto. La preoccupazione del Presidente Francese è quella di non cedere parte della sovranità all'Europa.

sabato 3 dicembre 2011

Sobrietà

Con la manovra che incombe sulle nostre teste si fa avanti sempre più la tentazione (che in questo caso diventa Virtù) di sobrietà. In queste settimane, leggendo i giornali o, molto più semplicemente, guardanto la tv, è venuto il desiderio di riprendere in mano le vetuste detestabili abitudini di buone formichine che nulla buttano e tutto conservano (come natura crea), che fanno attenzione al cambio di stagione, che riciclano o acquistano indumenti usati, che cercano di riparare ciò che si rompe in luogo dell'acquistare, ecc. Insomma è ora di tirare la cinghia ed ora anche di cominciare a cambiare le nostre abitudini. Ogni atto di edonismo sconsiderato va dunque accantonato ed, invece, va rivalutato l'atto frugale, sobrio e parsimonioso.

venerdì 2 dicembre 2011

VeteroPensionati

La riforma delle pensioni - sempre annunciata e sempre rimandata - è centrale nella giornata odierna. Il Partito Democratico, che pensava di "monetizzare" il governo tecnico a spese del PDL, si sta accorgendo del contrario. La Riforma Fornero sembra pronta: sistema contributivo per tutti, blocco della rivalutazione almeno per un anno, ed un aumento delle aliquote contributive. Chi invece non è assolutamente pronto è il Pd, stretto in una morsa fra i sindacati guidati dalla Camusso e il governo "amico". Il pericolo che sta correndo la moneta unica non chiede tentennamenti.  Quello che non si capisce è come faranno i "bamboccioni" a non rimanere tali se i loro padri e i loro nonni saranno ancora al lavoro. 
Rischiamo di assistere al crollo dell'euro, senza che si eviti il fallimento del BelPaese. E' una constatazione oggettiva che nessuno può fare a meno di tacere. La spesa con l'innalzamento dei tassi di interesse in italia con il 7 % di Interessi è da evitare. A questo livello dei tassi di interesse siamo al blocco del credito. Prende corpo anche il solito paccheto delle liberalizzazioni. I quotidiani di regime cercano di indorare la pillola dicendo che la perdita di sovranità non è in effetti così grave...  e anzi, in un certo senso, sarebbe auspicabile, se non  altro per uscire da un equivoco di fondo: se si vuole che vi sia una banca centrale che monetizzi il debito, occorre pure che vi sia un governo centrale. Il punto di fondo su cui occorre ritornare a riflettere è questo: o si cede un pezzo di sovranità nazionale oppure si rivendica il diritto di fare come più si crede opportuno. In  parole povere: se si vuole dare piena sovranità ai parlamenti nazionali allora occorre ritornare alla propria Banca centrale.
© ♕Pier Luigi

giovedì 1 dicembre 2011

Due piedi in una scarpa

Il “terrore” dei mercati per il crollo dell’euro non sarà tenuto lontano sin quando i diktat europei non saranno soddisfatti; per questo l’Ecofin stila l’agenda dei compiti a casa per l’Italia. Otto pagine fitte di tabelle e numeri che elencano  in tutto e per tutto le cose da fare. Adesso, in molti, cominciano ad abbracciare idee “separatiste” in tema di moneta, ad invocare, fuori tempo massimo, la sovranità nazionale e l'indipendenza dei partiti e del Parlamento nelle scelte economiche. Una scelta geniale e pure condivisibile. Ma la politica attuale non ha grandi margini di manovra. Tenere in piedi l’edificio dell’euro per i “monetaristi” è un must, ma tenere due piedi in una scarpa, no.  C’è chi sostiene che bisogna aderire al modello americano, dove la FED rimane il prestatore di ultima istanza. In tal caso bisogna fare dei passi indietro rispetto alle sovranità nazionali, alle liti del parlamento e accettare procedure coordinate di bilancio. In altre parole. se si vuole un prestatore di ultima istanza come la FED che monetizzi il debito, allora occorre seguire, in tutto e per tutto, il modello americano, dove infatti, per la maggioranza degli stati, non è prevista la possibilità di indebitarsi; e, quando ciò accade, allora occorre accettare anche l'eventuale allimento. Non è possibile volere la banca centrale americana e continuare a spendere e  a spandere all'italiana. No?

© ♔Pier Luigi

domenica 27 novembre 2011

Default

Il più famoso quotidiano statunitense ormai non sembra avere dubbi: le grandi banche di affari stanno già facendo le prove tecniche sull'eventuale crollo dell'Euro. Il mercato, fra l'altro, sta già allontanandosi dall'eurozona, poichè non esiste un governo unico e dunque nessuna sicurezza. Se la moneta tedesca subirà una rivalutazione del 25% a noi toccherebbe una svalutazione del 50%. Non esistono in letteratura economica esempi significativi. L'unico a cui si potrebbe far riferimento, soprattutto in via temporale, è quello dell'Argentina. Per l'Islanda dovremo aspettare ancora prima di trarre qualche  bilancio.
Ciò si tradurrà con un aumento vertiginoso dei prezzi, soprattutto dei prodotti petroliferi e dei prodotti importati. Per tal via sarà utile mettere le auto straniere in garage e tornare ad utilizzare la cara vecchia 500. Niente maggiolone VolksWagen: anche i ricambi saranno in vendita a costi proibitivi. Il lato positivo della faccenda va invece a beneficio delle case automobilistiche italiane che potrebbero sfruttare il vantaggio di una moneta svalutata nel mercato globale. Di tale congiuntura economica beneficerebbe anche lo Stato Sociale che potrebbe avere le mani libere per conferire pensioni e assegni di disoccupazione. Per converso, chi ne farebbe le spese sono i detentori di titoli e azioni ed i risparmiatori in genere che vedrebbero assottigliarsi il loro capitale. 
Una soluzione equa potrebbe trovarsi nel rimborsare solo i risparmiatori italiani, mandando a ramengo quelli stranieri. Ci si troverebbe in pratica con il debito dimezzato  e la possibilità concreta di tagliare drasticamente le tasse. L'Italia tirerebbe un sospiro di sollievo. Almeno fino ad un eventuale invasione straniera.
  ©  ♔Pier Luigi

sabato 26 novembre 2011

Rischio


L'euro è a rischio: è vero.  I motivi sono noti. Ma tutti fanno finta di non conoscerli. Non è difficile capire cosa voglia dire in concreto.  I sostenitori della moneta unica ritengono che un ritorno alle valute nazionali sia una sciagura: fughe di capitali, disoccupazione e inflazione oltre ai problemi collegati alla riconversione di una parte degli euro in un'altra moneta. Il circolo finanziario dirige il circo mediatico con le solite "ricette" da propinare al popolo bue. La rinomata Moody's ritiene che i fallimenti multipli  non siano  ipotesi fantasiose ma una concreta possibilità. Come per dire: se gli stati sovrani non si metteranno in riga facendo quadrare i conti e i bilanci, saranno guai per tutti.  Oggi il tesoro italiano  ha dovuto emettere 8,8 miliardi in titoli poliennali. Le banche sono molto pessimiste al riguardo. Solo se la  cancelliera cambierà idea sugli eurobond la crisi si attenuerà. Viceversa più tempo passa perggio sarà! Se la BCE non assumerà il ruolo di prestatore di ultima istanza, le banche dovranno prepararsi al fallimento. La Cancelliera tedesca pretende che i singoli paesi mettano a posto i propri conti pubblici come condizione per intervenire, parla di unione fiscale e di revisione dei trattati. Cose che richiedono mesi, mentre i capitali abbandonano i paesi in difficoltà con la velocità della luce. Per questi ed altri fattori ancora la situazione sembra precipitare.

Ormai anche nelle segrete stanze berlinesi ci si prepara ad una uscita dalla moneta unica. Le tappe della dipartita sarebbero state elaborate dall'Università Helmut Scmidt di Amburgo, che fa capo alle forze armate. Chiusura delle Banche, emissione delle nuove banconote, rigidi controlli alle frontiere, doppia circolazione delle due monete ed infine il passaggio al nuovo marco rivalutato del 25% rispetto all'euro.

Esistono comunque molte difficoltà nella uscita dall'euro. La moneta non è solo un mezzo per comprare beni e servizi. La moneta ha tre funzioni fondamentali: unità di conto, mezzo di pagamento, e riserva di valore, ragion per cui, vi sarà, come sempre accade chi ci perde e chi si arricchisce. Sicuramente occorre evitare la fuga di capitali all'estero e bloccare lo scambio di merci finché tutto sarà più chiaro.

Per l'Italia occorre conoscere come saranno rivalutati i titoli di debito e, soprattutto, quanto perderanno i detentori, poiché se i BTP rispondono alla normativa italiana, non così avverrà per le obbligazioni piazzate a Wall Strett! Per questo motivo alla dichiarazione di default occorrerà non pagare il debito e seguire l'esempio islandese, facendo a meno dell'euro e del FMI.
Ma è difficile che i nostri governi (mera espressione dell'alta finanza) facciano una scelta del genere...
  ©  ♔Pier Luigi

giovedì 24 novembre 2011

Euro-petardi

All'’asta dei Bund tedeschi c’è stato un fiasco. Un botto pauroso che nessuno si aspettava. Un titolo decennale tedesco è andato per un terzo “non-coperto”. E’ un altro chiarissimo segnale di come la crisi non interessi solo i paesi mediterranei. La crisi è generale. L’unione non sa che pesci pigliare. Cosa significa ciò? In primis significa che i nostri politici ci hanno mentito all’atto di entrare nella cosiddetta moneta unica. Non è stato un buon affare, soprattutto considerato il cambio della Lira con l'Euro. A parlare così non sono i soliti pur autorevoli euroscettici, come Antonio Martino o Giorgio La Malfa. Il malcontento comicia ad essere bipartisan. Il rettore dell'Università Bocconi di Milano, ritenuto da tutti come uno stimato ed autorevole economista, ha affermato fra l'altro: "Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato".   I titoli dei debiti pubblici sono denominati in euro ma è come se fossero quotati in valuta straniera.  Ciò dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, che questa unione è surrettizia. L'euro è servita principalmente alla Germania.  Servirebbe una modifica dei trattati di Maastricht e di Lisbona. Mister Mario sembra invece avere le idee ben chiare e prepara al salasso gli italiani che vivono del loro lavoro. Questi ultimi  si accorgeranno presto di cosa significa praticamente “governo tecnico”. 

mercoledì 23 novembre 2011

Back run

Giorno dopo giorno i mercati continuano a scommettere e le risposte continuano a mancare. In questo tragico quadro lo spread è tuttora in salita. Anche questo non aiuta il governo. Il permanere della difficile situazione finanziaria ha rafforzato le tesi di coloro che non vedevano di buon occhio il governo tecnico e il commissariamento della democrazia.  Ieri la Spagna ha smaltito la sbornia post-elettorale e la corsa ai depositi bancari è già incominciata. I bonos a tre mesi avevano 5,22 di punti in più da pagare rispetto a quelli tedeschi. In Grecia il ritiro dei depositi dalle banche commerciali è arrivato a circa un quarto del totale dei depositi nell’ultimo anno. Ma anche le altre Banche europee e soprattutto quelle tedesche registrano un calo sui depositi. Per UniCredit i depositi sarebbero diminuiti del 10% e Banca intesa avrebbe visto addirittura una diminuzione del 16 %.   E il Belgio, tanto per cambiare,  si aggiunge nella danza dello Spread. Da Barroso a SarKozy tutti vogliono i soldi tedeschi.
Nella vita quotidiana come reagisce l’italiano medio? L’immagine del Paese è quella di una Bisanzio decadente. I consumi si sono notevolmente ridotti. La gente comincia a rendersi conto della portata della crisi e si rinchiude in casa, pensando alla famiglia, a difendere ciò che si a più a cuore.
Le difficoltà oggettive che Monti deve affrontare sono dunque enormi. I sacrifici in arrivo saranno difficili da digerire. E’ evidente che non esistono ricette miracolose. Ma è altrettanto evidente che queste non siano affatto risolutive se non si prenderanno in considerazione quelle che andranno a destrutturare l’intero sistema, rimuovendo le sacche di inefficienza e innalzando il livello dell’occupazione giovanile. Quest’ultima langue da troppo tempo e se non verranno presi dei provvedimenti all’altezza della situazione c’è il rischio specifico che la situazione prenda una piega davvero irreversibile, con conseguenze disastrose per tutti.
Intanto arriva il BTP-day…. e incomincia la truffa dell’oro alla patria…
© ♕Pier Luigi

sabato 19 novembre 2011

La nuova fase

Finalmente è calato il sipario sulle frivolezze italiche. Questa è l’unica nota gradevole. Il resto  si preannuncia come un concerto di note dolenti, a cominciare dall’Ici sulla prima casa. Intanto, i politicanti italiani, dopo le impertinenti incursioni giornalistiche che avevano messo a nudo la loro ignoranza in fatto di economia e finanza, sono alle prese con lo “Spread”, non per risolverlo, ma per imparare cosa sia, ovviamente… del resto come potrebbero risolvere qualcosa? Non hanno saputo far nulla per diciassette anni, a parte dire “si”, ed oggi sarebbe fin troppo ingeneroso chiedergli altro. All’uopo hanno cominciato a seguire dei corsi accelerati di economia e finanza. C’è da ben sperare, dunque.

A questo proposito, giova segnalare che i rischi di peggioramento per l’economia dell’eurozona sono aumentati, e le banche sono in estrema difficoltà. Da un paese vessato, ingessato in politiche rigoristiche, non ci si può aspettare niente di nuovo; ed è anche irrealistico credere che dopo la “cura Monti” vi sarà una rapida ripresa economica con una conseguente  crescita delle esportazioni. La globalizzazione dei mercati ha imposto una sonora batosta alla competitività del Paese-Italia che, per via della tassazione sul lavoro e sulle imprese, si trova- di fatto - spiazzato di fronte alle “tigri asiatiche”.  A questo devesi aggiungere la concorrenza sleale che viene fatta ai paesi dell’eurozona, in un contesto così fiacco di domanda mondiale e specialmente europea.

E mentre tutto ciò accade fra gli applausi scroscianti dell’opposizione e i continui ringraziamenti a Napolitano,  cosa pensa il Cavaliere? Ce ne eravamo dimenticati, tutti presi dall’insolvenza degli stati sovrani. Eppure lui, come sempre, è al lavoro.  Nei corridoi di Palazzo Grazioli si mormora che egli stia preparandosi per la campagna elettorale. Sta cercando infatti d’imbellettare il fido Alfano, per prepararlo alla “pugna”.  La tecnica è la tecnica. E, almeno qui. siamo allo stato dell’arte.

Quello che ci manca è una politica realmente popolare. Una politica che restituisca la parola e la moneta al popolo, non a chiacchiere, però. Una politica  che riesca a conferire a questa parola il suo valore semantico più alto, visto che oggi appare del tutto destituita di qualsiasi fondamento.

venerdì 18 novembre 2011

Veline ed evidenze

Mentre le veline bancarie e confindustriali ci assicurano che il governo Monti non è espressione dei poteri forti, gli studenti ritornano nelle principali piazze italiane propriio per contestare Mario Monti e, guarda caso, le Banche. Un segnale inquietante, sicuramente da non sottovalutare, ragion per cui i "poteri forti" si attiveranno immediamtamente, onde non far precipitare la situazione.
D'altro canto, come non dar ragione a quei giovani che vedono spodestati due governi sovrani, di cui uno, la Grecia, perfettamente in grado di governare e, soprattutto, con un premier senza scheletri  o "donnine" nell'armadio. Sarà anche per questa ragione che le veline "democratiche" si cimentano, ogni giono che passa, nell'elevare lodi al governo nascente. Vi è tutto un "fiorire" di articoli, di basso ed alto spessore culturale, inneggianti alla sobrietà del governo Monti, e alla palese differenza con quello precedente. Che il nuovo governo sia nettamente differente da quello precedente è un dato acclarato e pure condiviso. Nessuno, con un po' di sale in zucca, si sognerebbe di paragonare Mara Carfagna ad  Elsa Fornero, o la Prestigiacmo ad Anna Maria Cancellieri; ma che in tutto questo ci sia stata una palese sospensione della pur debole democrazia esistente, pure questo è assolutamente evidente.

Intanto il PDL, per bocca del cavaliere, dopo aver dato il suo sostegno a Mister Mario, rovescia la clessidra e incomincia il conto alla rovescia: "Gli diamo 100 giorni di tempo , poi usciamo e si va alle urne". Il messaggio del Cavaliere è fin troppo chiaro: Monti rimanga lo stretto necessario per varare le riforme impopolari (reintroduzione dell'ICI sulla prima casa, tagli alle pensioni di anzianità, riforma del mercato del lavoro, ecc.), e poi se ne vada.
Il guaio è che per varare certe misure non era affatto indispensabile  un governo "tecnico". Questo, infatti, nonostante sia un governo "snello", "ancorato all'austerity", ci costa circa il doppio!
L'operazione si è resa necessaria per evidente incapacità dei nostri politicanti, che non hanno voluto assumersi direttamente la responsabilità di fare il "lavoro sporco".
Ora, lega nord a parte, tutti voteranno questi provvedimenti, quindi, diretti o complici, poco cambia.

giovedì 17 novembre 2011

Super Mario

Ci si limita alle reazioni ufficiali, alle cose trite e ritrite, al fatto che il Signor Mario sia l’uomo giusto: prestigio, cultura, autorevolezza, ecc. Tutte chiacchiere che aspettano di trovare una verifica seria nel futuro prossimo.  Vedremo se saprà far uscire dalle secche della crisi il nostro paese. Anche se prima dovrebbe esser chiaro il significato reale della crisi, non il suo pretestuoso ingresso per via d’una strategia speculativa che nulla ha in comune con l’economia reale di questo paese.
Si tratta di un aspetto assai importante che non va affatto sottovalutato, soprattutto adesso, dove le aspettative nei confronti del nuovo governo sono in continua crescita.
Più chiaro sembra invece il piano di qualcosa di premeditato, di lungamente preparato nella "cucina" della UE.
Non a caso il nuovo  capo del governo sa che l'atteggiamento dei partiti è dettato da un mix delicatissimo di utilitarismo e coercizione e se questo equilibrio fra i due componenti si rompe, anche che il suo mandato potrà finire prima del tempo. Sullo sfondo rimane l’amaro in bocca d’ una speculazione finanziaria ancora in atto con un Euro in bilico tra la vita e la morte prematura. Mario Monti è consapevole del fatto che è un emissario, e di come l'Italia sia percepita ed usata dai mercati internazionali come mezzo di ricatto e dalla Ue tenuto come Paese sotto osservazione. La sua è un operazione difficile, ma avrà dalla sua la stampa asservita al potere finanziario globale. E, in tal modo, con i giusti appoggi dovrà convincere l'opinione pubblica italiana che :“abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità”,  (quali?) che è “il momento di farsi «formiche» serie e operose”, e bla bla bla…
Si tacciono i problemi veri, quelli cioè che, invece, sono all’origine del dissesto. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, pena la fine del sistema.
Ad ogni Buon conto se Mister Mario sarà veramente come dicono (Super) dovrà dimostrarlo. E per farlo non serve assecondare i mercati, subendo il loro continuo ricatto. Quello che serve è saper prevedere le loro mosse e anticiparle, insomma. George Soros Docet.

mercoledì 16 novembre 2011

Mister Mario

Le veline politicamente corrette ce lo descrivono come un uomo serio, senza fronzoli,  distaccato, privo di supponenza ed ostentazione, sobrio nel vestire e parco nel mangiare; una sorta di "englishman in Italy".  Un personaggio lontano anni luce dal suo predecessore.  A pochi concede familiarità e sorrisi, parla quanto basta, con un tono semirobotico, si limita all'essenziale. E' stato invocato dai poteri forti per fronteggiare la tempesta speculativa che si  abbattuta  sull'Italia. Dubito, però, che il suo mandato si  limiti a questo. Speriamo che la sua sobrietà non si tramuti in una sorta di autoritarismo dispotico,  foriero d'una eccessiva tassazione e riduzione di beni e servizi.

lunedì 14 novembre 2011

Crisi di Stato

Quella che appariva come la forma meno perniciosa delle altre, si sta rivelando, alla prova dei fatti, la peggior forma di governo. E non mi riferisco solo al caso italiano, dove un parlamento eletto dal "popolo" abdica la sua sovranità e la mette al servizio della tecnocrazia monetaria. Il mio discorso è di ordine generale, e investe tutto il panorama occidentale. Chi sosteneva che vi fosse un matrimonio inscindibile tra mercato e democrazia tralasciava il fatto, nient'affatto secondario, che il mercato va sempre contro natura e alla democrazia predilige il liberismo economico, che tutto può dirsi fuor che essere democratico. Il liberismo si accoppia facilmente con il tecnocratismo, distruggendo la sovranità popolare. Vissuti e culture diverse sono costrette ad omologarsi, a diventare dei nuimeri equivalenti e sovrapponibbili. I poteri delle multinazionali si espandono portando al lumicino quelli nazionali. Le prevaricazioni del mercato finanziario su quello dei beni reali non si contano; e oggi anche le aziende italiane "diversificano" le loro attività trasformandosi da produttori di merci in produttori di utili. E' la mefitica mentalità mercatista che, sin dalla fine '800, ha lentamente invaso la nostra penisola, producendo vieppiù prevaricazioni e disuguaglianza sempre più ampie. Si sbagliava di grosso, allora, Winston Churchill, quando coniò il famigerato aforisma sulla democrazia. La democrazia non è "il migliore dei sistemi possibili", non è un valore universale a cui tutti devono, volenti o nolenti, adeguarsi. Basta dare un'occhiata al governo che si sta preparando per avere un'idea più chiara di come ci stanno gabbando.

 Chi non si adegua ai parametri imposti da Bruxelles viene prima redarguito, poi ricattato e, infine, commissariato. Ed  è proprio attraverso il perverso sistema del commissariamento che l'eurocrazia impone i suoi diktat. I paesi che non si adeguano vengono esautorati completamente da ogni potere decisionale. Ogni cosa viene decisa altrove in modo palese, lasciando agli emissari delle banche centrali e di affari il ruolo di guide.

Voi direte che non c'è più la maggioranza, che il Cavaliere non ha più i numeri per governare. Io invece affermo che - da tempo immemorabile - non esiste più lo Stato, quello con la S maiuscola.
Un vero Stato in grado di esprimere una politica estera esente dalle ingerenze esterne; uno Stato capace di assumere le scelte in piena autonomia, senza l'ausilio dei poteri forti, uno stato che sappia fare a meno delle Banche e sia in grado di restituire la moneta al popolo, unico e vero sovrano.

domenica 13 novembre 2011

Quel diavolo di Spread

La prima cosa che ho fatto ieri, appena saputa la notizia delle dimissioni ufficiali, è stata quella di ungermi nuovamente il deretano. Noi italiani dobbiamo ancora fare i conti con quello che ci aspetta prima di emettere gridolini di gioia. Non conosciamo con esattezza le dimensioni del siluro fiscale che ci verrà proprinato sicuramente per via anale. Non credo si tratti di una dolce euchessina...tanto per intenderci. Quindi, è' quanto meno prematuro stappare una bottiglia di champagne, anche per chi aspettava da tempo il fatidico momento.  Gli ingenui ritengono che la dipartita di Berlusconi dal governo del Paese sia una sorta di antidoto contro tutti i mali, depressione inclusa. Per questo mi riesce veramente difficile comprendere quei gesti sconsiderati fuori e dentro le aule parlamentari. gesti sicuiramente indegni di un paese che ama definirsi civile. La situazione avrebbe richiesto un atteggiamento assai diverso, soprattutto da parte di quel ceto medio riflessivo a cui anche io aspiro ad appartenere. Invece no. Si è preferita la caciara, il lancio di monetine, il boato di gioia, i canti partigiani,  per il tiranno costretto alla resa. Si festeggia l'ennesimo 25 Luglio o 25 aprile che dir si voglia. Si possono comprendere i politicanti che hanno tutto l'interesse di sostituirsi al tiranno per tirare le fila in modo "democratico". Costoro lamentano un deficit di democrazia: vero! Ma come pensano di risolverlo questo deficit? Pensano davvero che senza Berlusconi tutto torni alla "normalità democratica"? Non sarà un governo tecnico o di salute pubblica a riportare in auge la democrazia. Al contrario.
 I governi tecnici rispondono ai dettami del capitale gestito dai privati in modo maggiore rispetto a quelli politici. Le uniche preoccupazioni dei privati sono quelle  di ricavare utili e dividendi, non altro. Ai privati non interessano il numero dei disoccupati in aumento o quello dei cassa integrati. Non che con i governi politici ciò non accada. Anzi. I governi politici, però,  devono - in un certo qual modo - rendere conto al proprio elettorato delle norme che di volta in volta varano, anche se poi - nella prassi - sono soliti fregarlo.
A ben vedere dunque occorre cambiare il Sistema. Nessuno indaga sulla perversione che è alla base della emissione monetaria. Nessuno ha il coraggio di denuciare chi si appropria del nostro lavoro attraverso l'emissione di interessi sulla "nostra" moneta. Abbiamo, complice il governo Prodi, regalato agli eurocrati l'emissione monetaria e, soprattutto, il controllo sul debito. In pratica siamo passati dalla padella alla brace.
Siamo vittime dello spread, il nuovo moloch a cui sarannno immolate le vittime in onore del Dio Mercato. Con questo precedente, infatti, anche il meccanismo parzialmente democratico delle elezioni sarà sottoposto al vaglio dei mercati tramite lo Spread.  In pratica, se un eventuale candidato alla guida del Paese facesse salire lo "spread" lo si sostituirà con uno che gradito ai mercati, in modo tale che lo spread rimanga entro una certa soglia gradita agli eurocrati.
Per tal via anche la leggenda secondo cui quanto sta accadendo sia tutta colpa nostra, per via delle mancate riforme, è una sonora bufala. Le riforme non c'entrano niente con la crisi. La crisi è parte integrante del Sistema.
Per uscire dal baratro occorre prendere una strada che nessuno vi consiglierà:uscire dall'Euro e riprendersi il diritto di battere moneta, facendo a meno dei banchieri e della loro ingerenza usuraia nella creazione del debito.

sabato 12 novembre 2011

I signori della moneta e la "cura proibita".

Luca Papademos  e Mario Monti
Non è un caso se Atene e Roma, pur così lontane, siano in realtà vicinissime. Mentre qui si traccheggia per proporre un governo di emergenza guidato dall'economista Mario Monti, ad Atene si trova l'intesa per un governo di "salute pubblica" con a capo Luca Papademos.   Due economisti, dunque.  E se qui lo scandaloso Cavaliere aveva offerto il fianco ai suoi sinistri detrattori per  le sue performances erotiche,   il buon vecchio Papandreu, per converso, era rimasto casto come un amanuense. Indi, a ben vedere, almeno nel caso della Grecia, l'invocazione del governo di salute pubblica è stata quanto meno strumentale. Per non parlare poi del gioco delle tre carte che avviene "normalmente" fra i mercati e politica...
L'uso di termini sanitari è quanto mai appropriato,  ivi compresa la "cura" Anche gli uomini, nemmeno a farlo apposta, sono intercambiabili.  Quella che non cambia, però, è la cura: aumento della pressione fiscale, taglio di beni e servizi pubblici, innalzamento dell'età pensionabile, riforma del mercato del lavoro, ecc. In altre parole, si tratta di varare manovre massimamente antipopolari: le cosiddette manovre "lacrime e sangue". E' l'ennesima solfa che i cosiddetti scienziati della finanza propongono ad ogni ricorso ciclico della crisi. Non è la prima volta e non sarà l'ultima se non si cambia sistema.  Sono almeno venti anni, senza andare troppo indietro nel tempo, che ciò accade.   Tutti ricorderanno la tempesta finanziaria che nel 1992 si abbattè sulle Lire (italiana e britannica) ad opera dello finanziere speculatore filosofo George Soros, a cui fece seguito il famigerato repulisti ordito dai magistrati attraverso Tangentopoli. Per questo ed altro vengono evocati i cosiddetti "governi tecnici", così come si farebbe con un demiurgo in una tragedia greca. Costoro non dovranno dar conto a nessuno, eccezion fatta per i "signori della moneta". Tutti sanno che i debiti con la Bce (che poi sono in gran parte debiti contratti con le banche francesi e, soprattutto, tedesche) non verranno mai onorati. Perché allora vengono sempre concessi? A queste domande non è facile rispondere rimanendo seri e soprattutto sinceri.

Sicuramente un ritorno alla vecchia lira potrebbe risolvere in parte il problema; anche se sarebbe stato meglio rimanere fuori dall'Euro e aspettare almeno che all'unità monetaria fosse affiancata quella politica e, soprattutto, quella economica. E' praticamente impossibile gestire un paese con una moneta unica attraverso distinti debiti pubblici, senza un fondo di garanzia comune e, soprattutto, non tenendo conto che il PIL non potrà mai essere uguale per tutti gli Stati dell'unione.
In altre parole si sarebbero dovuti cambiare i parametri e il sistema.

Nel caso di un ritorno alla moneta nazionale (sia essa dracma o Lira) vi sono diversi fattori che vanno considerati; in quanto adesso, oggettivamente, la situazione è mutata.  I debiti contratti in  euro  diventeranno sicuramente più onerosi  attraverso il ritorno alla moneta nazionale.  E nessuno potrebbe impedire che essi vengano calcolati in euro, in dollari o in altra valuta pregiata. Per evitare una tale nefasta prospettiva  si renderebbe necessario un netto rifiuto di onorare il debito; in quanto sarebbe pressoché impossibile chiedere di rifinanziarlo sui mercati internazionali, attraverso una moneta svalutata. Allora bisognerebbe congelare i conti correnti in gran segreto,  evitare di far conoscere le proprie intenzioni ai banchieri centrali (per questo costoro hanno emissari ovunque!) bloccare qualunque esportazione di valuta all'estero e quindi uscire dalla Unione Europea e ricominciare ad emettere moneta per proprio conto, facendo a meno delle cosiddette Banche Centrali e, soprattutto, dell'emissione di denaro pubblico dietro pagamento di un esoso interesse.

Per questi motivi molti partiti politici giudicano poco conveniente appoggiare un governo tecnico.  Infatti, in tal caso, si sarebbe chiamati a pagarne il prezzo in valuta "elettorale", il che risulterebbe molto sconveniente allorquando il governo tecnico finirà il suo mandato. La fragilità di un ipotetico governo Monti è racchiuso in questi precisi parametri: appeal popolare,  appoggio incondizionato del parlamento, accettazione e della manovre "lacrime e sangue". Costi quel che costi. Di qui discendono tutti gli appelli al rigore, al senso di responsabilità, all'unità nazionale ecc. Sono tutti pretesti utili per creare un salvacondotto alle politiche "lacrime e sangue". Nulla di più.

venerdì 11 novembre 2011

L'uomo dai "poteri forti"

La precipitosa nomina di Mario Monti a Senatore a vita risponde al diktat dei cosiddetti "mercati". Esso è stato sempre considerato, al di là della sua autorevolezza, uomo dei "poteri forti"; e la sua nomina si inserisce perfettamente in questo quadro. Sul suo conto si dice che la "fede nell'Europa" sia il migliore biglietto da visita. Ma, a questo punto, occorre chiedersi: in quale Europa crede Mario Monti?
Si dice pure che egli non risponda ai canoni del freddo tecnocrate, che non abbia interessi personali da perseguire e che abbia a cuore solo l'interesse dell'Europa. Cosa ha fatto in concreto per L'Europa Mario Monti?
Laureatosi in economia alla Bocconi di Milano ha poi conseguito una specializzazione alla Yale University, studiando con James Tobin, teorico della famosa tassa sulle transazioni finanziarie, meglio nota come "Tobin Tax". Ha insegnato inoltre economia alla stessa Università Bocconi. Nel recente passato, come commissario UE, accogliendo il ricorso della Sun Microsistems, ha inflitto alla Microsoft una mega multa di circa mezzo miliardo di euro, condannando il gruppo americano a consegnare i codici sorgente per rendere i server compatibili con quello di Bill Gates. Ha un curriculum impeccabile, dunque, ma non ha esperienza politica. Se venisse nominato Presidente del Consiglio dovrebbe trattare con quella masnada di avventurieri nominati alla camera e al Senato. Ogni sua decisione, perciò, dovrà sempre passare attraverso le forche caudine del parlamento.

A chi si impegna oggi nella destituzione di fondamento a questa accusa, bisogna ricordare che tutti gli uomini dell'establishment economico europeo non sono eletti, ma designati. La designazione odierna è una sorta di investitura oligarchica, che però non risponde ad alcun canone tradizionale; manca, in altre parole, qualunque legame dall'alto verso l'alto. Per tale preciso motivo, questa ed altre nomine analoghe, appaiono veramente fuori luogo, se non altro perché non rispondono alla volontà popolare, sempre richiamata ad ogni piè sospinto. Appare evidente che la nomina di certi uomini sia sempre funzionale al gioco di Banche d'affari come la Goldman Sachs. Mario Draghi e Gianni Letta rappresentano due esempi calzanti di questa strategia monetaria.

L'accellerazione imposta da Napolitano in favore di Monti è il preludio ad un eventuale incarico per l'ex commissario europeo. Lo schema che probabilmente seguirà Monti sarà quello del già collaudato modello Dini, con la formazione di un governo tecnico svincolato dalle segreterie dei partiti, in specie IdV e Lega Nord. Monti dunque sfrutterà l'art. 92 della Costituzione per avere le "mani libere" nella nomina dei ministri. I mercati, in realtà, non chiedono Monti, ma una chiarezza politica che manca da tempo e che, per converso, avrebbe autorizzato un ritorno alle consultazioni elettorali.
E la crisi non è stata ingenerata dai mercati e nemmeno dai lavoratori. La crisi è stata ingenerata dalle Banche e dalla loro politica usuraia che inevitabilmente si riversa sull'ultimo anello della catena.

sabato 8 ottobre 2011

Requiem

"Il termine socialismo non designa più un nessun ordine sociale esistente e neppure alcun modello di società realizzabile a breve o a lungo termine". André Gorz

"Il mondo è in continua "evoluzione". Il futuro è a portata di mano. Tutto cambia e tutti devono cambiare". Questo è il refrain che spesso ci sentiamo ripetere da più parti e che nessuno si sente di contrastare. Tuttavia, ciò rappresenta non tanto un idem sentire, quanto piuttosto il verbo liberal-capitalista propinato in varie salse  e a man bassa dal sistema. Questo refrain – per meglio dire - risponde alla logica del dover essere. La peculiarità di questo tipo di logica sta nella difficoltà di riconoscere ciò che è…ciò che viene dal basso, appunto. Questo moralismo – a mio parere - è molto radicato nella società odierna, per cui tutti gli altri “modi d’essere” e, più in particolare, l’essere insieme (comunitario) ha difficoltà ad essere compreso ed accettato.
Nell'attesa che si inverino le profezie economiciste, può essere utile riflettere sulla svolta storica che già c'è stata e che si può sintetizzare così: il turbocapitalismo continua - malgrado tutto - a stravincere perché i vari socialismi hanno irrimediabilmente perso la partita. Un giudizio molto severo, si dirà, non pienamente conforme ad una corretta analisi dei fatti, si potrebbe persino aggiungere. Tuttavia, dopo che il socialismo reale è stato costretto alla resa (anche perché non ha trovato un esercito di uomini che avesse tentato una qualche sparuta forma di resistenza), all'uomo comune non rimane altro da dire.
Dopo il superamento del bipolarismo (Usa-Urss) e della divisione della politica ideologico-sociale in due blocchi, sono falliti anche i cosiddetti socialismi riformisti.  Si può affermare, infatti, senza tema di smentita, che a furia di revisioni e compromessi, i socialismi riformisti si sono snaturati ad araldi dell'economia svincolata dalla politica, a bardi della finanza collocati al posto dello stato, dimenticando il ruolo dello stato centrale come catalizzatore del bene comune e organizzatore della politica sociale della comunità. Si potrebbe persino parlare di un vero e proprio naufragio del socialismo riformista che, a causa del senso di minorità nei confronti dell'universo liberale, è stato completamente annacquato dalla cultura vincente.  Qualcuno ha parlato – forse esagerando – di un “suicidio del Socialismo”. A questo punto non ha senso avere un "socialismo", quando esiste un "liberalismo progressivo" che tende a spostare l'ago della bilancia in favore del benessere. Lo Stato, come sintesi politica della società e organizzatore delle attività economiche, è sul viale del tramonto. Appare perciò lampante che, per le odierne società occidentali, non vi sia altro destino se non quello di essere governate dagli immensi flussi finanziari che scorrazzano senza limiti, manovrati dalle cosiddette oligarchie finanziare, attraverso innumerevoli canali di comunicazione. E come se si fosse data la stura ad una lunga era planetaria, in cui è l’egemonia incontrastata del denaro a farla da padrone. L'egemonia d’una ricchezza creata dal nulla e moltiplicata anatocisticamente sulle spalle dei lavoratori. Un’economia di carta, i cui parametri non sono rappresentati dalle risorse naturali ed umane di cui effettivamente si dispone, bensì dalla capacità truffaldina di rastrellare pseudo-moneta da impiegare in manovre speculative sulle valute dei vari paesi, ovvero in acquisizioni e smembramenti di imprese a carattere strategico e/o d'interesse nazionale. L’Italia, in questo senso, è un paese messo all’incanto. E' un paese che, per colpa di una classe politica composta in massima parte da inetti, viene messo all'asta e svenduto al migliore offerente. Il tutto per ripianare un bilancio falsato da truffe contabili e strutturali a vari livelli.
E' la stagione del potere usurocratico globale, il cui simbolo maggiore, oltre alle Torri gemelle, è la famigerata “Strada del Muro” (Wall Street).  Un muro assai più tenace di quello che è andato in frantumi a Berlino. E’ la stagione del capitalismo finanziario, del cosiddetto turbo capitalismo e, soprattutto, di un potere in cui i ministri decretano misure economiche antipopolari, digitandole attraverso le grandi banche di affari e dei grandi gruppi finanziari. Questi ultimi non investono alcunché, non si assumono alcun rischio e, ciò nonostante, possono registrare volumi mostruosi di commissioni e affari incommensurabili, perché danno suggerimenti su come trarre maggior profitto dalle speculazioni in atto sui popoli.
Si tratta, in buona sostanza, del potere mondialista, nella cui ideologia utilitarista è insita la volontà di dominio sui popoli. E’ un potere basato sulla logica del profitto, che necessariamente entra in rotta di collisione con idealità, religioni,  le diversità etniche e nazionali, ragion per cui le aspirazioni dei popoli all’indipendenza politica ed economica vanno a farsi benedire. Un “dominio” che ha per compito precipuo quello d'arrestare ogni anelito spirituale dell’uomo. Un potere assoluto che, per sua natura, tende a soffocare l’intima esigenza dell'uomo, a cercare un senso superiore alla vita nella trascendenza, nella spiritualità, nella solidarietà sociale, nel bene comune. E tutti conosciamo quanti danni ha causato il crollo di Wall Street nel 1929…
Naturalmente, questa non è solo la politica esercitata e praticata oltreoceano; anche in Europa ha preso piede - lentamente ma inesorabilmente - questa mefitica mentalità. Si può dire, ad esempio, che la nostra "unione europea" è fondata sulla lenta ed inesorabile estromissione del popolo dalla gestione della cosa pubblica. E ciò avviene in vari modi e a vari livelli: anzitutto, attraverso una competizione selvaggia che rifiuta ogni progettazione democratica dell'economia, ogni ordine morale, che fa strame di ogni sicurezza sociale, che postula il ritiro dello stato dagli stessi suoi compiti istituzionali: dal Lavoro alla Sanità, dalle comunicazioni alla Scuola, fino all'amministrazione della giustizia. Inoltre, la libera circolazione dei mezzi finanziari non confluisce su investimenti correlati ai bisogni della collettività... tutt'altro. Il capitale, si sa, corre dove lo chiama il maggiore e più rapido profitto, tanto che nelle società contemporanee, in America come in Europa e altrove, allo spirito d’impresa si va sostituendo lo spirito finanziario, proprio come paventava Keynes.
Verrebbe voglia di rivedere certa letteratura ormai messa all'indice,  eppure tanto concorde nei giudizi sul capitalismo finanziario. Mi tornano alla mente, addirittura, fra gli scritti più demonizzati, quelle pagine di LENIN sull'imperialismo come stadio del capitalismo.  Tutta roba che solo a ricordarne l'esistenza si rischia di venir lapidati non solo da destra ma pure dalla cosiddetta "sinistra". E non aiuterebbe molto insistere col proporre la tesi dello Stato sociale della chiesa, ricordando che non sono ammissibili l'abuso, la  speculazione, il trasferimento all'estero di redditi a danno dei propri concittadini  e della propria patria. Non aiuterebbe molto, perché, fra l'altro, questa che viviamo, è pure la stagione della grande intolleranza. Un'intolleranza camuffata, negata e quindi più becera, subdola, perché nessuno la avverte come tale.   E' l’intolleranza del capitalismo che non ammette la concorrenza di altri sistemi portatori di  norme etiche  e limitazioni giuridiche; l’intolleranza di chi - con estrema arroganza e cinismo - bolla gli altri sistemi come irricevibili, superati, o semplicemente antieconomici ed oltremodo onerosi; l'intolleranza dei governanti e dei partiti politici che  non ammettono i propri errori: ritardi, immoralità, omissioni, incapacità e quant'altro  di peggio a loro  carico  e danno possa essere attribuito.


                                              Il vero volto del Liberal-capitalismo in meno di un minuto


Questa altresì è la stagione della politica senza motivazioni di ordine teorico e ideale, della politica immiserita a concorso per la difesa e la conservazione di privilegi, della politica involgarita a competizioni tra odalische che sgomitano per rientrare nei serragli dei pashà del capitale ed eunuchi che tentano di estrometterle; competizioni tra corpi stremati, magari scissi, che non hanno più un'identità, né osano dichiararla. Costoro non tollerano nemmeno che ci si permetta di chieder loro dove e con chi vogliono andare.  In Italia, tutte le forze politiche (destra e sinistra) millantano ottime soluzioni   per assicurare il bene comune; non le esibiscono, non le divulgano ma dicono di averle, e ciò gli basta per chiedere a gran voce di essere preferite le une all'altre. In realtà, su un punto essenziale non si differenziano fra loro: magnificare il libero mercato e la libera concorrenza, relegando lo stato all'infimo ruolo di supplente, così come si farebbe con un semplice pivellino alle prime armi. Che poi, allo stato dei fatti, non ci siano spazi reali per la libera concorrenza ed il libero mercato…beh…questa è una questione che lor signori non si pongono nemmeno, e su cui si guardano bene di incidere come si dovrebbe. La conquista di fette rilevanti del mercato tramite la corruzione è argomento attuale che appassiona solo il lettore di cronache scandalistiche. Cosicché ormai come accade in Francia, Italia, Spagna,  quasi quasi è un argomento che annoia. Ne deriva che le inchieste giudiziarie in corso potranno soltanto favorire un ricambio interno al ceto politico-imprenditoriale dominante, nel senso che tutto potrà risolversi in una sorta di turn-over fra le ex stelle di prima grandezza ed i loro discepoli e manutengoli attualmente in “panchina”, in attesa di “entrare in campo”. Quando invece, per le abilitazioni a produrre e a competere da una parte, e per il mandato politico dall’altra, servirebbero norme tassative, severamente sanzionate e comunque inclusive di verifiche costanti, rapide e ben procedibili. Altrimenti,  corrotto e corruttore, finiti sotto processo, o  verranno "salvati", oppure  sostituiti da “galantuomini” della stessa pasta, senza dubbio più accorti e dunque più difficilmente imputabili, ma, in definitiva, senza remore concrete ad emulare le gesta dei loro “maestri” e predecessori.

Quanto prima affermato attiene al mercato solo relativamente alle sue più miserevoli patologie, ma non individua le sue caratteristiche  peculiari.  Non che truffare su opere e servizi destinati alla collettività sia peccato veniale, non che non facciano ribrezzo gli sporchi lucri su ospedali e case di riposo, su carceri fatiscenti e cimiteri lottizzati. Per non parlare poi dell'edilizia popolare, della viabilità, dei trasporti e delle tante cattedrali nel deserto che sono state erette solo per riempire il portafoglio di imprenditori senza scrupoli, avidi di denaro ed incuranti del bene comune, aggiungendo così altra carne al fuoco  del debito pubblico che, invece di estinguersi, va ad aggiungersi all’enorme mole di spreco preesistente e presente. Sono crimini aberranti che richiederebbero ben altri interventi di quelli consentiti ad una macchina della giustizia farraginosa, scarsa di operatori e con allacciamenti di fortuna.   Interventi che  difficilmente potranno essere portati a termine in modo proficuo, senza uomini e senza mezzi, le cui risorse vengono giorno dopo giorno decurtate per far fronte alla scarsità di denaro in circolazione. Del mercato, ancor più delle patologie che possono colpirlo, preoccupa il potere patogeno che esso esercita in termini di scelte produttive e di offerte consumistiche. Attraverso il mercato passa una logica di prevaricazione e di dominio da parte di soggetti che, grazie alla loro forza economica sovranazionale e allo loro sempiterna presenza nei mass-media, riescono a condizionare il mercato stesso,  piegandolo ai propri voleri. Alla  libertà di competizione produttiva e mercantile fanno da corollario la legittimazione del massimo profitto e la decolpevolizzazione dell'individualismo. E se ciascuno dispone della piena libertà e viene pure spronato nell'intrapresa di attività che servono soltanto ad assicurare rapidi profitti, tralasciando ogni aspetto che riguarda il bene comune,  si guarderà bene dal mettere a rischio capitale e futuro aziendale per prodotti nuovi correlati alle necessità effettive generali dell'oggi e del domani. Gli sembrerebbe di bestemmiare contro la razionalità economica operando nel sociale, mettendo da parte i vantaggi che deriverebbero da una completa privatizzazione di beni e servizi. Così facendo, infatti,  potrebbe andarne di mezzo anche il suo buon nome di capace imprenditore e di abile affarista, per cui appaiono normali le proteste da parte di chi chiede insistentemente di sciogliere lacci e lacciuoli, controlli e quant’altro ostruisca il libero agire.   Le sortite costose dei ricavi a medio termine erano appannaggio esclusivo dei capitani d’industria: personaggi d’altri tempi, ormai superati.  Oggi ci si fa un "nome" e si fanno grandi affari sui beni superflui, sui servizi di lusso, non certo sui bisogni primari della popolazione. E sul mercato ci si può stare attraverso le suggestioni mas-mediatiche, che inducono sempre bisogni nuovi, mai avvertiti prima, ma subito impellenti ed incomprimibili. Così inteso e protetto, il mercato genera gravi malattie: culturali, sociali,  economiche.  Non solo rimuove la centralità dell'uomo col suo lavoro, non solo instaura l'era dell' Homo oeconomicus, cancellando quella dell’Homo religiosus, ma getta alle ortiche persino il modello socialdemocratico degli anni '30. Dal modello fordista viene sottratto il sostegno alla maggiore occupazione e l'incentivazione allo stato per l'offerta  di sicurezza sociale e per i lavori pubblici; vengono confermate  la grande automazione e la standardizzazione, ma essenzialmente, per ridurre gli organici del personale qualificato, mentre i guadagni di produttività vengono sottratti  al fisco e vengono progressivamente indirizzati verso il mercato finanziario, magari in quello dei titoli di stato esentasse, non solo a danno dello spirito d'impresa, ma soprattutto contro lo Stato e i cittadini. Lo Stato, in questa maniera, si va progressivamente svuotando di ogni significato pregnante, meritando perciò la retrocessione a “statalismo”. Lo Stato, complice il familismo clientelare di certi politicanti d’accatto, viene costretto ad arretrare nei confronti dei servizi ai cittadini, facendo passare l’idea che “privato è meglio”, quando invece, alla prova dei fatti, nulla è cambiato concretamente.
diritti_umani_civili_politici03Oggi, insomma, nel nostro paese come altrove, l'assoluta libertà di iniziativa economica tende a confliggere coi diritti umani, con  la stessa crescita economica delle comunità. E se così è, la proposizione di nuove forme di organizzazione politica  è davvero urgente. Nuove forme per nuova sostanza. Nuove forme per nuove  istanze concretamente finalizzate a correggere le attuali regole economiche e procedure lavorative. Si tratta infatti di proporre un'alternativa credibile e ragionata all'arbitrio economicistico.  E, a guardar bene, non ci sarebbe bisogno di grandi sforzi creativi.  In Italia basterebbe riscoprire i valori e principi esposti nella nostra costituzione, i diritti e  i doveri socio economici che essa detta e garantisce. Ma non solo. Anche durante il vituperato regime fascista furono gettate le le basi  per una riscossa antieconomicista e soprattutto sociale dell’ordinamento statuale. Si tratta solo di avere la capacità di ammettere quanto di buono è stato fatto, scartando il resto. Oggidì invece occorre rivedere  l'ordinamento della Repubblica, non solo per quanto attiene alle funzioni del Presidente della Repubblica, delle Camere, del numero dei parlamentari, del sistema elettorale,  quanto piuttosto relativamente al vincolo, alla possibilità di revoca del mandato politico.  La nostra Costituzione, al di la di come la si voglia interpretare, è pur sempre una buona sintesi di un illuminato pensiero politico-sociale italiano ed europeo. E se si fa ricorso alla carta costituzionale si trovano già belle e pronte tutte le indicazioni utili per rispondere compiutamente alla domanda di socialità delle istituzioni e, soprattutto, della centralità del lavoro. Quest’ultimo è alla base del dettato costituzionale. Non se ne può prescindere accampando stati di necessità o di “emergenza”. Queste ultime, purtroppo, si susseguono anno dopo anno, tutti gli anni, senza soluzione di continuità, secondo un disegno inteso a reprimere le istanze sociali. Non si può disattendere un diritto costituzionalmente garantito che è alla base della nostra Costituzione. Non si può disattendere il diritto del lavoro con l’appello ad una scala di compatibilità in cui l’occupazione e le retribuzioni vengono relegate  all’ultimo posto.  Senza il lavoro non c’è società, non c’è lo Stato, non c’è cittadinanza,  non c’è libertà e, soprattutto senza un lavoro che rispetti la dignità umana, si perde persino la peculiarità di esseri umani.
Il primo fine del cambiamento verso il futuro non può non essere il recupero del diritto negato, il ripristino della centralità del lavoro. Ma se si concorda con questo assunto, si dovrà concludere che la crescita economica tanto è efficace in quanto legata alle priorità sociali. E se le misure dell’efficacia economica sono i fini sociali, balza all’evidenza che l’economia del profitto individuale (o di gruppo) di per sé confligge con l’utilità sociale perché postula violenza, alienazioni, dominio del singolo (o del gruppo) contro gli altri, dei pochi contro tutti.
Purtroppo, però, non è questa la morale corrente. Il ceto politico dominante e il popolo che lo segue, si fanno portatori di una mentalità utilitaristica ed arrivista, in cui il primo posto spetta sempre al profitto, al guadagno facile, non alle regole, o al rispetto del prossimo.
La Costituzione italiana, tuttavia, non lascia spazio alla morale corrente.
L’Art. 41 della costituzione recita:
“L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Altro che meno Stato e più privato! Altro che mercato e competizione a briglia sciolta!
Per rimanere nella legalità costituzionale, l’economia del nostro paese dev’essere soggetta a programmi determinati dalla legge. In altre parole, si richiede una politica economica che determini quale sviluppo, quali consumi, quale crescita possano e debbano essere perseguiti per l’utilità generale. Si richiede una regolazione dell’economia nel quadro politico-culturale dettato dalla Costituzione, per uno sviluppo ordinato al bene comune non soggetto alla concentrazione della ricchezza, bensì ad una democrazia realmente e  largamente partecipata. Orbene, a proposito di revisione costituzionale, i nostri cari governanti, fra cui tanti ex missini del PDL, cosa vogliono veramente? Si vuole uscire dalla violazione dei diritti e dei doveri costituzionali o si vuole cambiare la costituzione perché troppo sociale? I partiti italiani o ciò che ne rimane, vogliono fare ammenda delle violazioni costituzionali che hanno commesso, oppure vogliono eliminare le norme che pongono fuori legge il loro operato?
Io sono fermamente convinto che sia più credibile l’ultima ipotesi.
A queste domande, naturalmente, le forze reazionarie e conservatrici coerentemente oppongono le loro scatole di compatibilità, le loro “emergenze”, i loro più o meno espliciti dinieghi. Ma di fronte a queste domande, le forze che più generalmente si dicono sociali o socialiste o restano mute, perché non le intendono più, oppure danno le medesime risposte delle forze conservatrici e reazionarie o, benché vada, rispondono con gli accenti confusi dei pentiti storicamente impenitenti. E a chi le incalza chiedendo loro conto del loro nome, borbottano l’eterno “risanare per rilanciare”, oppure che c’è ripulsa storica, che  c’è un’invalidazione del termine “ socialismo” e perciò occorre far ricorso al più generico termine di “sinistra”.
Se non che Norberto Bobbio  scrisse che “l’unica certezza della sinistra è di dubitare di se stessa”.   E, a questo proposito, rincara Paolo Flores d’Arcais: “Le sinistre non sono diverse,  o almeno non sono sufficientemente diverse dalle destre,  non lo sono nel loro agire che è poi quello che in politica conta”. In effetti, i termini centro, sinistra, destra non hanno più significati e contenuti concreti o meglio stanno solo ad indicare  gli antichi serbatoi di voti. Le richieste di correggere i comportamenti politici funzionali al capitalismo mostrano chiaramente un nuovo ordine una nuova vera democrazia, per ordinare la società e lo sviluppo economico secondo l’interesse di tutti e il bene di ciascuno.
Fra la gente semplice, purtroppo, eccezioni a parte, è venuta meno la sana pratica della solidarietà sociale, di quella socialità che invita a partecipare, a sentirsi parte di un tutto. Le uniche partecipazioni  gradite oggi, se non agognate, sono quelle delle donne ai concorsi di bellezza. Il concetto fondamentale secondo cui i beni della terra appartengono al popolo in quanto destinati allo sviluppo della società umana sta venendo progressivamente meno. Per contro si fa strada la via apparentemente bella dell’egoismo del “tutto e subito”.  Oggi  il popolo ha spostato i suoi interessi, prendendo a prestito modelli individualisti e perciò stesso legati al godimento del singolo, invece che all’usufrutto della società.  Concetti alieni che non ingenerano più insopprimibili convergenze di solidarietà, bensì diventano il fulcro di quell’egoismo estraneo alla nostra cultura e alla nostra storia. Questi concetti fanno il paio con le divisioni artificiose introdotte dai nostri politicanti, i quali puntano a dividere il dissenso attorno a questioni faziose o praticamente marginali: o a coagularlo, esclusivamente per venire incontro ai propri interessi.  Quei sentimenti sono stati prima anestetizzati e poi lentamente cancellati attraverso il culto dell’individualismo, della falsa libertà, del muoversi senza scopo (o per motivi inerenti la vita stessa), del successo a tutti i costi. Non altro. In effetti - e gli uomini liberi possono dirlo - nel nostro paese, in seguito all’ingresso dello “spettacolo” nell’agone politico, si sono distrutti quei germi primigeni di quel socialismo indistinto, ante-litteram che,  seppure in sonno, albergavano fra la gente del popolo, e avevano generato il nucleo della cultura italiana. Un nucleo che si ritrovava unito nei momenti belli e in quelli brutti, che condivideva feste e lutti, gioie e dolori, abbondanza e privazioni.
Oggi, purtroppo, lo scenario è radicalmente cambiato. L'Italia non è più un paese rurale né di emigranti; e ciò non perché si sia realmente evoluto, diventando un paese realmente industrializzato, ma perché è stato espropriato della sua vera storia e delle sue tradizioni, privato della sua ricchezza ed infine umiliato attraverso una falsa unità. L'Italia è un paese al collasso, che esporta poco e importa molte cose inutili, un paese di vecchi e per vecchi...   Il popolo oggi viene convocato ad ogni scadenza alle elezioni-farsa, per dare una qualche parvenza di legalità ad un sistema di dittatura globale: la plutocrazia mondialista. Quando il popolo si sarà finalmente accorto dell'inganno "democratico" sarà troppo tardi. Il popolo dovrà - obtorto collo - obbedire se vorrà continuare a campare. In caso contrario vi sarà prima la esclusione dal sistema, (come già accade per alcuni) attraverso una procedura di lenta e graduale emarginazione; in seconda battuta, l'arresto o, per gli individui più pericolosi, finanche l'eliminazione fisica.  Una unione che postula la ritirata dello stato da ogni suo compito istituzionale, ragion per cui alla fine del processo non vi sarà neppure più la parola stato.  Il tempo, si dice, che è un "galantuomo", che, in pratica dovrebbe servire a chiarire le cose. Ma, spesso, le cose si offuscano più il tempo passa. Rimangono, cioè, nel dimenticatoio. Per converso, oggi occorre rivalutare il valore dello Stato come fulcro principale di ogni comunità umana, pena lo smembramento di essa. Lo Stato ha, come principale compito quello di coagulare le diverse esigenze e, soprattutto le diverse aspirazioni, facendole convergere  però verso un unico obiettivo: il bene comune. E, così bene inteso, il nome socialismo può essere riscattato dalle appropriazioni indebite e strumentali; usato dagli uomini liberi per significare un ordine sociale,  un modello di società da realizzare, un modello alternativo a quello dello scontro cieco, belluino, ingenerato dagli egoismi individuali; un modello da contrappore al razzismo  neo-utilitaristico della razza-padrona, che tende a perpetuare le classi sociali,  rendendole  schiave, inamovibili; trasformando i cittadini in servi,  conferendo loro l’infimo ruolo di schiavi permanenti, condannati perennemente a fornire le proprie braccia, in cambio della mera sopravvivenza.