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venerdì 5 ottobre 2012

La retorica della demagogia

La Crisi dell'euro zona ha rinverdito la demagogia populista, che ha avuto buon gioco nel buttarsi a rotta di collo nella beatificazione delle vecchie monete nazionali e nella santificazione di Giacinto Auriti, "patrono" della proprietà popolare della moneta. Il tutto portato a compimento dai suoi indegni epigoni, promotori delle cosiddette "monete locali": simec, scec, fiorito, ecc.

D'altro canto - scherzi a parte - non mi pare nemmeno lecito beatificare "Man Draghi" come salvatore dell'euro. Nella prima settimana del mese scorso, "Man Draghi" si è tolto  la maschera: ha assicurato - nonostante i divieti stabiliti dal Trattato di Maastricht -  che la B.C.E.  assumerà, qualora si rendesse necessario, il ruolo di prestatore di ultima istanza per tutti i governi della zona Euro. Con il banale pretesto di salvaguardare i finanziamenti a tassi convenienti per lo stato, ha reiterato la solita solfa circa l’importanza della “stabilità dei prezzi", compito primario della Banca Centrale.
Allo stato attuale, il governatore della BCE ha salvaguardato esclusivamente le quotazioni di hedge fund, la solidità delle banche e fondi pensione, le cui sorti dipendono ormai solo dagli indici borsistici, tenuti artificialmente in vita tramite massicce iniezioni di liquidità ("fiat money") creata "ex nihilo" dalle banche centrali di tutto il mondo.
A questo punto, un tentativo si deve pur fare. Modesto, come sempre, franco e amichevole come spesso avviene su questo Blog.
In altre parole qualcuno dovrà pure cercare di chiarire l’anomalia italiana ai non addetti ai lavori  e a tanti altri semplici curiosi che si dividono tra quelli che l’hanno capita, e insistono nel darle sonoramente al Cavaliere, attribuendogli tutti i mali di questo mondo, anche quando dice clamorosamente la verità, e quelli che hanno difficoltà a capirla, perché è l’anomalia più anomala e complicata del mondo.
L'Italia è il paese con il più alto debito sovrano al mondo (al primo posto ci sarebbe il Messico ma occorre far mente locale e rimanere coi piedi piantati per terra senza cercare di andare oltremanica ed attraversare l'oceano a nuoto). L'Italia è altresì il paese europeo dove si registra il prelievo fiscale più cospicuo di tutta l'Europa.  Ciò nonostante l'Italia è un polo manifatturiero senza eguali e ha un risparmio privato senza dubbio ragguardevole. 
Molti - a sinistra - risponderanno immediatamente dicendo che esiste pure un altissimo tasso di evasione/elusione fiscale, ragion per cui causerebbe un prelievo fiscale da record.
Sul debito pubblico altri - a destra  - risponderanno che, dopo decenni di sperpero di danaro pubblico, sarebbe ora di fare dietro front e tagliare recisamente i costi sociali di scuola, sanità e pubblica amministrazione.
Entrambe le risposte contengono un ampio margine di verità, ma entrambe sono viziate da un difetto fondamentale: aver sottovalutato il continuo innalzarsi sopra il livello di guardia del debito pubblico, fatto questo denunciato dall'inizio degli anni '80 dai radicali; e, di contro, aver sopravvalutato il problema del signoraggio bancario e della sovranità monetaria.

La svolta

Giovedì 26 Luglio il Governatore della BCE ha lanciato la sfida al "dio mercato" credendo di avere - senza alcun merito - l'asso nella manica: la stampa della moneta.

Stampare, stampare, stampare...

Stampare moneta è quello che chiedono tutti i keynesiani del mondo. Non solo: anche i banchieri  fanno la medesima richiesta, a cominciare dagli USA. I partiti seguono a ruota: e, conservatori e progressisti, si ritrovano uniti. Vi siete mai chiesti il perché? Stampare moneta e magari magari distribuirla a pioggia alle banche è l'asso nella manica di Man Draghi, è quello che gli speculatori chiedono insistentemente come prezzo da pagare onde evitare di stringere la cima del nodo scorsoio al collo dei popoli europei. Niente di miracoloso dunque ma la semplice, antica professione che tutti i governanti hanno messo in pratica come ultima risorsa prima del tracollo imminente; e, in sintesi, al fine di risolvere problemi che poco hanno a che fare con la moneta e molto, invece, con gli equilibri sociali ed economici, con i terremoti profondi che si generano sotto la crosta del Pianeta.
Due ovvie considerazioni:
  1. Quei paesi che negli ultimi anni hanno stampato moneta a trilioni, ridotto a zero i tassi, cosa hanno ottenuto? Costoro hanno, senza tema di smentita, aumentato i deficit, allentato le regole contabili, tollerato scandali, malversazioni e buchi di regolamentazione. E tuttavia non hanno visto una significativa ripresa dell'economia e/o una riduzione della disoccupazione. L'ultimo esempio è la Gran Bretagna, entrata ufficialmente di nuovo in recessione prima delle Olimpiadi: hanno stampato denaro, ridotto i tassi, consentito gli scandali (JPMorgan, LIBOR ecc. ) ma l'economia arretra e la disoccupazione avanza. E il Giappone, che da vent'anni stampa soldi, aumenta i debiti e ha tassi a zero. E gli Stati Uniti, che hanno sempre stampato - e si apprestano a ristampare - 2 trilioni di dollari, tassi a zero "almeno fino al 2015", debito /PIL oltre 100% per "crescere" dell'1,5%, con la disoccupazione ufficiale all'8% (quella reale al 15%) hanno forse risolto qualcosa ? L'Europa ha già "stampato" 3 trilioni di euro senza risolvere nulla, rinviando solo di anno in anno il problema principale, cioè lo squilibrio dei paesi legati dalla moneta unica. E qui sarebbe il caso aprire la seconda riflessione;
  2. Lo scontro tra i vertici della Volkswagen e il Marchionne della Fiat è la metafora più recente della crisi dell'euro. Marchionne sa benissimo da anni che la Fiat in Europa, con il vincolo dell'euro, perderà progressivamente quote di mercato a favore dei tedeschi.
Quest'ultimo, viceversa, ha una presa reale sull'economia visto che la Germania non è l'Italia e viceversa.

Conclusioni

Le differenze tra i sistemi economici e sociali dell'Italia e della Germania non consentono alla Fiat di poter produrre a Torino o a Pomigliano. La Fiat per rimanere in Italia ha bisogno di tornare alla Lira. In altre parole occorre  poter svalutare almeno del 20% per compensare il gap tra sistema tedesco e quello italiano.  Per invertire la tendenza a comprare tedesco occorre, in effetti, rendere
le auto italiane più convenienti. In alternativa, l'unico evento che potrebbe - forse - tenere ancora insieme due sistemi profondamene diversi sarebbe un cambio Euro - Dollaro sotto il rapporto 1,10. Ma quel cambio farebbe scattare altre conseguenze negli equilibri mondiali. Per questo lo scontro FIAT - Volkswagen è il campanello d'allarme dell'euro: con la moneta unica in Europa solo le fabbriche tedesche sarebbero competitive e neanche i francesi si salverebbero. Anche il caso ILVA, a ben vedere, è un altro sintomo di questa malattia: stante l'euro, ai costi attuali, (e dentro i costi ci sono anche quelli per rendere ecologicamente compatibili alcuni impianti) l'acciaio in Europa possono produrlo solo i tedeschi, a meno di non mettere a carico dello Stato il differenziale dei costi, alla faccia dei debiti. L'Italia, secondo analisi tecniche non inclini al conformismo culturale dilagante, avrebbe da guadagnarci ad uscire dall'euro in determinate condizioni. Alcuni azzardano addirittura che l'Italia potrebbe uscire dall'Euro prima di altri paesi - e non per il pericolo di un ritorno del Berlusca - ma per semplice convenienza, per il calcolo costi - benefici. E allora a cosa serve, stampando euro, difendere una moneta senza economia?

Che Draghi, presidente della BCE, difenda il suo posto di lavoro è comprensibile, ma nessuno cerchi di far credere ai disoccupati italiani, spagnoli o greci che stampare moneta sia la soluzione di tutti i problemi. D'altra parte i politici non si farebbero scappare un'occasione così ghiotta. Ed è proprio in questo frangente che si originano tutti i complotti del mondo. I politici sarebbero "costretti" ad agire in tal modo non perché detengano (come sosteneva falsamente Auriti, riprendendo le teorie paranoidi di Pound) animo servile, ma perché "Camerieri dei Banchieri". Un dogma vero e proprio (questo si) basato su illazioni, teorie campate per aria e,tanta, tantissima fantasia. L'unico modo per rimanere tutti sulla barca europea sarebbe quello di prendere atto che la "crescita" drogata e non rispondente all'economia reale dell'eurozona, deve lasciare il passo ad una "decrescita" ordinata e solidale. Ridurre la velocità dei debiti assieme a quella dei costi, delle diseguaglianze, delle speculazioni e delle corruzioni. Ma non chiedetelo a Mario Draghi.
© ♕Pier Luigi

lunedì 30 aprile 2012

Ripudio totale o farsa?

"L'Italia ha messo in conti in ordine": così ripetono incessantemente le sirene giornalistiche a libro paga del Capitale. Eppure, ciò nonostante, lo "spread" sul nostro debito rimane a livelli stratosferici. La cosiddetta manovra "salva-Italia", altro non è che una manovra assolutamente depressiva. Qualcuno, in vena di scherzi, l’ha ribattezzata: "Manovra Affossa-Italia". I paesi a bassa crescita come il nostro non potrebbero mai sostenere una tale batosta. E questo i "mercati" lo sanno. Inoltre, è proprio il meccanismo debitorio che non lascia altri spazi di manovra.
"Gli interessi divorano il capitale": questo lo diceva pure mia nonna. Un aumento di capitali dell'EFSF o del suo futuro clone ESM (Europea Stability Mechanism) non serve a nulla se non si conosce il modo in cui questi verranno impiegati. Anzi, a ben vedere, la sottoscrizione di questo accordo capestro espone l'intero paese ad un ulteriore esautorazione delle proprie funzioni, in favore di un'organizzazione finanziaria intergovernativa
E, comunque vada, si tratta sempre di soluzioni-tampone che non risolvono alla radice la questione.

La domanda allora sorge spontanea: che fare per evitare il tracollo finanziario e, successivamente, anche quello economico? Premesso che i "mercati" ci indicano di credere sulla seria probabilità che l'euro crolli, e pertanto continueranno a "sfidare" l'Italia sul fatto che non sia in grado di pagare il suo "debito sovrano" come bisogna comportarsi? L'Italia è diventata ormai il banco di prova dell'euro. Se l'Italia cede il crollo dell'Euro è sicuro.
Il refrain che ci sentiamo ripetere è che abbiamo contratto un debito enorme e che dobbiamo onorarlo. Messa in questi termini la questione non può essere elusa, anche perché l'insolvenza non è un buon "biglietto da vista" per chiunque, figurarsi per uno stato sovrano. Chi chiede un prestito deve onorarlo. Su questo non ci piove.  Ma sarebbe superficiale soffermarsi su questa semplice apparenza. Vediamo perché.
Vi sono varie teorie al proposito. Tutti (o quasi) sostengono che il debito vada onorato. Ci si divide solamente sul modo in cui saldare il debito.
I "mercatisti" sostengono che il debito - siccome è stato contratto dallo Stato - a lui spetti pagarlo. Se può lo deve pagare, se non può (perché non ha le risorse) deve comunque assicurare la solvibilità di un emittente sovrano. Quindi le ricette proposte sono: cartolarizzazioni, drastica riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni,  messa all’incanto di beni demaniali, improduttivi ed inutili ecc.  Altri, invece,  sostengono che il debito sia di "tutti", quindi debbano essere i cittadini ad onorarlo, magari istituendo una tassa patrimoniale, proporzionale ai propri averi.
Nessuno però si cimenta nel trovare soluzioni alternative e, perché no,  anche fuori dal comune. Luca Abete a Ballarò ha sostenuto quest’ultima tesi. La via della rincorsa alle manovre con lo spread che sale  non servirà a riavviare l’economia ma ad affossarla ulteriormente.
Le Banche italiane sono in una condizione di persistente sofferenza e non possono resistere a lungo all’innalzarsi dello spread.  Non esiste, infatti, solo la strada mercatista secondo cui chi ha contratto i debiti li paga (se può) o, al limite, occorre assicurare la "cosiddetta" solvibilità dell'emittente sovrano.
C'è anche la strada di chi il debito lo respinge o, meglio, lo ripudia, poiché non è esatto affermare che sia stato il "popolo" ad indebitarsi... ma, invece,  chi lo ha contratto a suo nome... E se, chi l''ha contratto, legittimamente o illegittimamente, non è in grado di onorarlo, è giusto che venga messo alla sbarra, con tutto ciò che una tal cosa comporta sul piano giuridico e legale.

In vero questa strada non è affatto nuova. E' una strada antica, percorsa molte volte, dal Medioevo (ed anche prima) in avanti, anche se in circostanze e modalità del tutto diverse rispetto a quelle attuali. 
Illustri regnanti hanno fatto fallire fior di banche sol perché non erano in grado di pagare l'alto tasso di interesse che queste ultime praticavano. Il fallimento della Compagnia dei Bardi a Firenze, nel 1345, per insolvenza di sua maestà britannica, Edoardo III, è un esempio da manuale. La città di Genova fece il primo esperimento di ripudio totale del debito sovrano tra il 1200 e il 1300. All'epoca bastava sostituire il banchiere e il gioco era fatto. Certo esisteva anche il problema di ricostituire la credibilità perduta… Ovvio che una tal cosa, in specie quando il debito era stato contratto consapevolmente da regnanti senza scrupoli, non deponeva bene per chi lo metteva in pratica. Ma il  tempo aggiustava tutto, si svalutava e si andava avanti.  E, dunque, si potrebbe eccepire che, oggi, nell'era dei mercati globalizzati, il gioco riesce assai più difficile rispetto al passato, ma non per questo impossibile.  Oltre all'Argentina si potrebbe citare un altro caso assai più interessante.

Nel 2008 l'Islanda si è trovata al centro di una grandissima crisi di solvibilità.  Le tre banche principali dell'isola, dopo aver promosso una campagna finanziaria a base di Junk-bond fallirono, ragion per cui vennero nazionalizzate. Occorre sottolineare che queste banche hanno subito una politica di "deregulation finanziaria", in virtù  della quale avevano la possibilità di emettere i cosiddetti titoli spazzatura, al fine di indurre fondi di investimento a sottoscriverli, con l'attrattiva di riscuotere alti tassi di interesse.  Queste banche private dovevano moltissimi miliardi ad alcune  banche britanniche ed olandesi. L'ammontare della cifra superava di svariate volte quello del Prodotto Interno Lordo dell'intero paese nordico. Il guaio fu che il governo Islandese si rese garante delle banche private, ragion per cui il governo giunse alla bancarotta. La corona islandese,  di conseguenza, crollò. Come sempre accade in questi casi arrivò l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale che concesse fondi per l'importo di tre miliardi e mezzo, chiedendo in cambio durissime manovre finanziarie. Qui accadde un fatto inconsueto per noi popolo di "pecore": la gente scese in piazza e, dopo tre giorni di civile e democratica protesta, costrinse il Primo ministro del governo, Geir Hilmar Haarde a dimettersi. Il nuovo esecutivo socialdemocratico - presieduto da  Jóhanna Sigurðardóttir – ripropose in altra salsa la solita manovra finanziaria (tre miliardi e mezzo), con una salatissima tassa patrimoniale del 5,5% per 15 anni a carico dei contribuenti; al che il popolo islandese scese nuovamente in piazza. A quel punto e, precisamente, nel marzo del 2011,  il presidente della repubblica,  Olafur Grimson, decise di indire un referendum popolare. Tutta la stampa internazionale gridò allo scandalo, ma gli islandesi non si fecero intimidire e andarono avanti sulla strada che avevano deciso di intraprendere. Il risultato fu strepitoso: il 93% (udite, udite!) dei voti espressi risultò a favore del ripudio totale del debito da insolvenza causato dalle banche private. In parole povere, gli islandesi hanno detto, senza se e senza ma, NO alle richieste del FMI;  e se il Presidente del consiglio precedente pensava di dover comunque onorare il debito, ciò avrebbe significato per il popolo che anche lui andava messo alla sbarra. Tanto che anche il nuovo esecutivo viene costretto a dimettersi. Con un altro referendum gli islandesi si sono nuovamente (sebbene con una percentuale di adesione più bass) espressi in favore del ripudio del debito. In più, si è aperta una nuova fase costituente dopo quella avutasi dalla indipendenza dalla Danimarca.   La nuova costituzione si forma con il contributo di 25 cittadini estratti fra centinaia di persone mai iscritte a partiti, e quindi estranei alla politica. 
Costoro hanno riscritto la costituzione tramite consultazione collegiale su svariati testi  attraverso il Social network! Una rivoluzione, dunque, realmente democratica e  popolare.
Purtroppo, però, anche questa volta, il popolo è stato sonoramente gabbato.
Infatti,  le cose sono andate assai diversamente da come vengono raccontate sui mass-media.
Il debito estero, dunque,  non è stato  ripudiato, così come ci viene raccontato da più parti e come richiedevano gli stessi cittadini. L'Islanda sta tuttora ripagando il suo debito! Nel contempo, però,  (questa è la nota positiva) si aperto un processo contro il presidente consiglio precedente, reo di aver permesso di condurre il paese allo sfascio.
Rimane da dire che comunque all'atto pratico - all'atto della contrattazione . - parte del debito sia stato già pagato. Purtuttavia, la differenza tra noi e loro è abissale; in quanto noi italiani non stiamo decidendo alcunché! Come per l'entrata nefasta nell'Euro, così per il Fiscal Compact, l'ESM, l'assurdo del pareggio in bilancio scritto nella Costituzione.
Intanto, prosegue il percorso partecipativo, con la nuova costituzione ormai pronta, nuove piattaforme online per la democrazia diretta ed una più equa distribuzione delle ricchezze.
Questa è la via maestra da seguire per uscire dal tunnel depressivo in cui siamo tragicamente piombati. Possibilmente, però, senza pagare un debito che non è stato contratto con il consenso consapevole dei cittadini.

giovedì 5 gennaio 2012

Bugie di sistema

La nuova "lenzuolata" liberalizzatrice di Monti, volta alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, andrà a tutto vantaggio dei grandi supermercati ed ipermercati. I piccoli esercizi ne usciranno sicuramente penalizzati. Ancor di più saranno penalizzati gli operai che verranno costretti a duri turni di lavoro. Il vero macigno che frena la crescita non è l'orario degli esercizi -che è già di fatto parzialmente liberalizzato (apertura nei giorni festivi e le domeniche)-  ma l'eccessiva tassazione sulle imprese il cosiddetto Total tax rate al 70 % circa. Per rifare sviluppo nel nostro paese occorre abbassare drasticamente questi prelievi, altrimenti i fallimenti e i licenziamenti diventeranno una costante fissa e non facilmente eliminabile del nostro sistema paese.   l primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Si parla ovviamente dell'economia regolare, quella che paga e produce. Ma esiste, ovviamente, anche quella irregolare che non paga e produce lo stesso. In questi contesti, gli orari di lavoro sono già di fatto iper liberalizzati, oltre ogni regola e decenza, tanto da poter far impallidire anche un muso giallo... Ecco il dato di fondo in tutta questa faccenda: è l'enorme strabismo della Pubblica Amministrazione nello scovare gli evasori. In realtà il fisco conosce  - e  ha tutti gli strumenti per farlo - chi evade veramente. Questo naturalmente vale anche per il precedente governo Berlusconi che nulla aveva fatto in proposito. Vi sono infatti intere zone dell'Italia totalmente al nero. E non serve fare un Blitz una tantum per capire che certe zono sono tutte così. Ma, evidentemente, anche coloro che operano nel settore della repressione e della ispezione sanno benissimo come stanno le cose. Quindi, in definitiva, è errato affermare che il Paese non cresce. Anzi, è falso. Questo paese non può e non deve crescere. In pratica, i poteri forti lo hanno dichiarato già fallito.
   

lunedì 2 gennaio 2012

Domande

La gente chiede al governo una netta inversione di tendenza. Anzitutto una ripresa della crescita economica; il che significa un aumento della occupazione e una brusca frenata dei licenziamenti. Qualcuno sarebbe pure tentato di suggerire misure di reale equità fiscale. Purtroppo ciò non si traduce con Equiltalia... tutti coloro che si aspettano questi benefici rimarranno delusi. Equitalia, infatti, segue il mefitico trend del "forte con i deboli e debole con i forti". Ma che cosa significa, esattamente, equità?

Non sono propenso a sostenere che la ricchezza, anche se ottenuta onestamente, vada perseguita e punita. Ciò si tradurrebbe in una becera guerra ottemperata non tanto in nome dell'equità ma della cosiddetta invidia sociale. Occorre saper dintinguere, dunque, divindendo nettamente chi lavora onestamente da chi è solito corrompere, raggirare, sfruttare, truffare e perseguire unicamente il tornaconto personale, senza tener in debito conto i diritti altrui. Penso per esempio a quei manager che hanno male amministrato tante aziende, portandole sull'orlo del fallimento; ma anche a certi operai sindacalizzati che sfruttano la loro posizione di relativo privilegio, per continuare a percepire uno stipendio, senza un debito corrispettivo in termine di produzione. I primi, magari, dopo aver fatto strada attraverso pratiche illegali, ricorrendo finanche alla corruzione, hanno lasciato tutti sul lastrico con una cospicua buonuscita. E i secondi non hanno mai avuto a cuore le sorti dell'azienda in cui prestavano la loro opera, preoccupandosi unicamente di sfruttare al massimo una situazione di vantaggio a cui non intendevano riununciare. E ancora. C'è equità di trattamento fra le diverse generazioni? Sanno i nostri giovani a cosa stanno andando incontro? Avranno questi ultimi un trattamento pensionistico che si rispetti? O meglio: avranno semplicemente una pensione? Qualcuno parlerà anche della famigerata evasione fiscale. Ma anche qui esistono delle considerazioni preliminari da farsi. Esiste una evasione che, in un certo senso, potremmo definire, strutturale e necessaria, poichè senza di essa, l'impresa cesserebbe di esistere (almeno in questo sistema). Ed esiste una evasione sistematica ed egoista, volta unicamente alla realizzazione di cospicui profitti. Allora per mettere fine ad entrambe occorre riformare totalmente il sistema. Sicuramente esiste una parte del paese che produce reddito e lavora e ve n'è un'altra sostanzialmente parassitaria. Penso, per esempio, alla pletora di colletti bianchi assunti massimamente attraverso la famigerata Legge 285 del 1977.  Enti di ogni genere e tipo, senza alcuna cognizione di buona amministrazione e di bilancio, annoverano fra le loro fila facchini, braccianti agricoli, ecc. impiegati in modo del tutto disarmonico,  magari con evidenti inversioni di ruoli e mansioni, giustificati nel loro agire solo da una nefanda prassi politico-clientelare.

Costoro, spiace dirlo, rappresentano la fascia di parassitismo più ampia esistente nello stivale italico anche se - occorre ammetterlo - sono in massima parte collocati al Sud, spesso attraverso il cosidcdetto  "voto di scambio". Inoltre vi è un problema di credito per le imprese. I tassi di interesse, insieme alla presenza costante sul territorio della criminalità organizzata, portano al fallimento moltissime imprese. Queste mefitiche pratiche devono cessare. La Crescita non c'è e, temo, non ci sarà nemmeno in un prossimo venturo. Il cosiddetto decreto Salva-Italia altro non è che un decreto salva-banche e, per adesso, ha ottenuto un unico risultato: ha innalzato la pressione fiscale al top (45%). Ciò significa che in questo anno vi sarà un calo vertiginoso del reddito... Certo se si fossero tagliate le spese inutili e si fossero cancellati tutti i privilegi, a cominciare da quelli parlamentari, l'effetto sarebbe stato sicuramente depotenziato. Ma... tant'è. I nostri governanti parlano di "fiducia" come di una sorta di parola magica che può risollevare le sorti disastrate del nostro paese. E' vero, poichè in un sistema in cui la moneta non ha più intrinsecamente alcun valore, la fiducia rimane l'unica cosa di cui necessita. Ma a quale costo? Chi pagherà? Chi dovrà continuare imperterrito a fare sacrifici per mantenere in vita questa economia folle e profondamente iniquia?
© ♔Pier Luigi

lunedì 5 dicembre 2011

Settimana decisiva

Questa è la settimana decisiva. Chi pensa che io sia pessimista si sbaglia. La pressione europea è stata molto forte. I due punti che sono stati sicuramente sicuramente elusi da questa manovra rigurdano in primo luogo la crescita e in secondo luogo anche l'abbattimento del debito pubblico.  L'abbattimento del debito pubblico non si fa solo con gli avanzi primari iper recessivi. Bisogna andare alla radice del problema e prendere il "toro" per le corna. Su questo percorso, invece,  non si va da nessuan parte.
In secondo luogo, la crescita. A parte lo stanziamento corposo a favore della crescita non si capisce come si possa far decollare un paese depresso e non incentivato alla produzione.
Per crescere urge tagliare le tasse a persone fisiche e, soprattutto, alle imprese. Senza questi tagli le agevolazioni sono inefficaci. Inolre la riduzione della spesa è ancora limitata. Occorre ridurre il prerimetro pubblico,  azzerare gli sprechi, onde far riaffacciare l'efficacia. Sono chimere, lo so. Ma tant'è.


lunedì 26 settembre 2011

Caduta libera


I più autorevoli commentatori della stampa italiana sono tuttora concentrati a scrivere necrologi del Sistema Italia. Molti di loro sono anche illustri accademici oppure giornalisti economici; altri, molto più semplicemente, editorialisti. Mettendo da parte questi ultimi, che poco conoscono la materia, gli altri cosa dicono? Se ci fate caso, a parte numeri, tabelle e grafici, tutti parlano la stessa lingua. Perché? Il motivo deve ricercarsi nel fatto che l’ideologia liberista, dopo la caduta del muro di Berlino, non ha avuto alcun competitore valido nella corsa verso la supremazia globale, ragion per cui, anche a livello culturale, si è accreditata come l’unica via percorribile per raggiungere pace e sviluppo e prosperità. Nel momento attuale si butta la croce addosso al Cavaliere, reo di non aver saputo governare il paese e di averlo fatto precipitare sull’orlo dell’abisso. In realtà, poco conta il timoniere, quando la rotta è radicalmente sbagliata. Con questo non si vuole assolutamente assolvere il Cavaliere dalle sue precise responsabilità e, soprattutto, dal fatto che egli abbia a cuore la tutela dei suoi interessi privati. Tutt’altro. Uno Stato che ama definirsi tale deve tutelare gli interessi di tutti, non di un singolo cittadino. Ma la politica, in democrazia, serve solo a chi la esercita nelle aule parlamentari, non al popolo minuto, che si vede calare dall’alto norme che non condivide e non approva. Ci si riempie la bocca del verbo costituzionale, ma si dimentica, troppo spesso, che è proprio il dettato costituzionale ad essere disatteso.
E mentre le borse ondeggiano in balia del vento ingenerato dai mercati, i governi degli stati europei rimangono a guardare, ora facendo un timido accenno all’autorità europea, oppure facendo dietro front,dicendo di voler più autonomia di giudizio. Sta di fatto che le economie occidentali sono ingessate e non sanno far fronte comune contro le economie “emergenti” (i cosiddetti BRICK). I governi occidentali non sono in grado di fronteggiare una situazione al limite della schizofrenia. Da una parte, infatti, vi è l’esigenza di tenere i conti in ordine, arrivando se non al Pareggio di Bilancio, almeno ad un concreto risultato che riduca notevolmente il debito pubblico e, dall’altra, vi è la necessità, imprescindibile per un’economia capitalista, di stimolare la crescita. Le due esigenze sono in palese contrasto fra loro, ragion per cui ci si trova d’innanzi alla cosiddetta figura del “cane che si morde la coda”. Quello che accade qui non allarma solamente i paesi dell’eurozona, che vedono costantemente messa in seria crisi l’esistenza dell’euro, ma anche il FMI e la Banca Mondiale sono preoccupati al riguardo. In realtà, in questo scenario demenziale non c’è via d’uscita.
Le Banche appaiono come le “vittime”, come coloro che si accollano il debito pubblico degli Stati (il cosiddetto debito sovrano) acquistando a malincuore “Bond”, e gli stati appaiono come allegri dissipatori di denaro pubblico. La realtà, però, è alquanto diversa. Poiché se esiste un notevole spreco di danaro pubblico, esiste pure il problema, niente affatto irrilevante, del Signoraggio Bancario. Un problema, quest’ultimo, di cui nessuno parla. Non troviamo, difatti, alcuna informazione al riguardo, nemmeno un trafiletto nelle pagine interne dei giornali. Tutto il circuito mass mediatico (sia esso di destra o di sinistra) è totalmente controllato dalle Banche, per cui risulta assai difficile trovarne qualche traccia. Qualcosa la si trova in rete, ma viene immediatamente bollata come bufala ed archiviata nella voce “complotti e fantapolitica”. E’ difficile, dunque, sganciarsi dal potere delle Banche quando qualsiasi coalizione governativa, in barba alla volontà popolare, non è altro che una mera espressione di queste ultime. Il popolo deve poter rivendicare il diritto alla propria sovranità se vuole, a tutti gli effetti, essere padrone del suo destino. Sin quando il popolo non avrà il diritto di decidere per proprio conto, senza ingerenza alcuna, la politica monetaria,  il timone dell’economia rimarrà nelle mani di pochissime persone che continueranno a tirare i fili della politica mondiale. Il resto: il rispetto dei diritti umani, quelli del lavoro, dei nostri risparmi ecc. sono solo una diretta conseguenza.
© ♚Pierre