Visualizzazione post con etichetta Fiat money. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fiat money. Mostra tutti i post

martedì 12 agosto 2014

Cosa accadde veramente nel 1929 negli USA


Gertrude M. Coogan
Nel consigliare la lettura di un libro oltremodo interessante (richiedibile qui: http://www.edizionidiar.it/coogan-gertrude/i-creatori-di-moneta.html), è d'uopo pubblicarne un interessante estratto al fine di mettere in luce una delle pagine più nere della storia economica mondiale: la crisi del 1929. Il libro in questione è: “I creatori di moneta”, scritto da una sconosciuta  quanto sottovalutata economista americana.  Gertude M. Coogan, infatti,  racconta, con dovizia di particolari, cosa avvenne prima e, soprattutto,  dopo la grande crisi del 1929. 


IL GIORNO DELLA RESA DEI CONTI

I primi brontolii di tuono cominciarono a udirsi nel settembre 1929. Il fallimento della ditta Hatry a Londra nel settembre di quell’anno scatenò da parte di fonti estere “ben informate” una consistente vendita di titoli. Naturalmente, quelle fonti non potevano essere i banchieri internazionali, che erano in grado di conoscere il giorno e l’ora in cui sarebbe avvenuto un terribile crollo. Per tutto il mese di settembre e sino alla terza settimana di ottobre, mentre alcuni titoli raggiungevano nuove quotazioni record, vi furono massicce liquidazioni. I venditori europei di titoli li convertirono in denaro liquido e trasferirono all’estero i loro depositi, L’oro cominciò ad affluire in Europa.

Il 24 ottobre 1929, alle 11 in punto, centinaia di azioni in centinaia di emissioni vennero poste in vendita “sul mercato”. Sarebbe stato molto strano se si fosse trattato di una semplice coincidenza. Era assai insolito che migliaia di persone avessero deciso di vendere nello stesso istante. Era anche strano che tutti costoro avessero deciso di vendere “sul mercato”. Gli investitori inesperti non piazzano ordini “sul mercato”. Questa è un’operazione che sanno compiere solo le “vecchie volpi”, ovvero gli internazionalisti e i loro accoliti, sul genere degli speculatori che agiscono come consiglieri del Governo e affermano che “gli speculatori devono essere nel giusto”.


Il crollo del mercato continuò giorno per giorno. La nuova èra era finita. Gli internazionalisti avevano ristretto la fisarmonica monetaria. Erano stati loro stessi a gonfiarla d’aria e adesso spettava a loro il privilegio di sgonfiarla. Non avevano alcun dubbio di informare il signore o la signora Smith che essi avevano deciso di bloccare il credito. In fin dei conti, era un loro privilegio restringere il volume delle promesse di pagamento (prestiti) in circolazione, esportare l’oro al di fuori del paese e far crollare l’intera struttura della moneta e dei “prezzi”.


Non erano stati loro ad espanderla? Era il loro strumento, in modo “legale”; essi avevano il permesso esclusivo di servirsene a loro piacimento e per il loro personale profitto.
Come sapete, gli imprenditori hanno uno spiccato senso del dovere. Si assumono la responsabilità di costruire grandi fabbriche, di favorire la scienza e il progresso tecnico e di far sì che gli esseri umani meno intraprendenti di loro possano disporre di ciò che è fisicamente necessario per vivere. Tali ideali sono troppo elevati e se gli imprenditori non fossero tenuti a bada, entro poco tempo i lavoratori conquisterebbero una grande indipendenza; questi ultimi infatti, se hanno un lavoro assicurato e retribuito con alti salari, possono accumulare in breve tempo delle proprietà. E’ quindi necessario che i supremi custodi della Nazione, i banchieri internazionali, smorzino gli entusiasmi di questi imprenditori sinceri e laboriosi.
Gli imprenditori, gli agricoltori e i lavoratori americani continuarono a lottare. Quasi ogni giorno, un cosiddetto leader proclamava enfaticamente che l’America era fondamentalmente sana e che una campagna per favorire l’acquisto di titoli avrebbe risolto i problemi della Nazione. Siate patriottici: comprate adesso. Dopo tutto, non c’è nulla che vada male! Manca solo la fiducia. Occorre ripristinare la fiducia. Tutto il ciclo congiunturale si basa – in sostanza – sulla “fiducia” (fiducia malriposta, purtroppo). I cicli congiunturali si verificano perché, per qualche ragione “misteriosa”, la popolazione, in vaste proporzioni, perde improvvisamente “fiducia”.

Comunque, l’unico vero mistero è il motivo per il quale non si è mai detta la verità al popolo, e la verità è che la nostra stessa moneta (nella misura di oltre il 95%) [oggi al 100%, n.d.r.] è basata sulla fiducia; è un fatto puramente psicologico. Essa esiste quando lo vogliono alcune menti e scompare in modo analogo.


Venne convocato il consigliere dei Presidenti [Bernard M. Baruch n.d.r.]. Egli era già stato il “consigliere” dei Presidenti Wilson, Harding e Coolidge e ora era il consigliere del Presidente Hoover. E’ strano che, con tutta la sua “grande conoscenza dell’economia e della finanza”, egli non consigliasse il Presidente Wilson di emettere in modo corretto una nuova valuta onesta, costituzionale e senza interessi, che recasse impresso il sigillo del Governo degli Stati Uniti. Se egli, nella sua “grande saggezza”, lo avesse fatto, l’America non avrebbe mai subito la drastica caduta dei prezzi agricoli che venne provocata nel 1920 né avrebbe mai avuto quel “problema agrario” di cui egli si occupa così spesso sulla stampa “rispettabile”.
Questo consigliere riferisce che dal 1921 ha concentrato le sue risorse mentali sulla “soluzione” del problema agricolo: le sue parole devono avere influito su gran parte della legislazione approvata per “soccorrere” gli agricoltori, dato che il suo parere era “richiesto dai Presidenti”. Certamente i suoi amici colsero i frutti del suo lavoro. Gli agricoltori sono soddisfatti di questi risultati? I documenti mostrano pure che dal 1920 il “consigliere” ha esercitato una notevole influenza sulla legislazione approvata per “regolare” gli scambi di beni che sino a quell’anno avevano funzionato in modo eccellente per gli agricoltori.

Fu anche strano che egli, nonostante le sue vaste conoscenze, non mettesse in guardia il Presidente Coolidge dal concedere prestiti internazionali svantaggiosi. Vista la sua grande conoscenza dei movimenti monetari internazionali, avrebbe dovuto sapere che stavamo semplicemente sottraendo risorse alle regioni agricole comportandoci in modo davvero magnanimo sullo scenario internazionale: producevamo beni e ne finanziavamo la vendita ai paesi stranieri, sottraendo al nostro stesso popolo il denaro necessario al loro acquisto.

A quanto pare egli non consigliò il Presidente Coolidge nell’agosto del 1927, quando il Consiglio di Amministrazione della Riserva Federale decise di aumentare la pressione e di sospingere un mercato azionario febbrile verso livelli sempre più alti. Vi erano numerosi uffici statali che raccoglievano statistiche per lui, ed egli doveva certamente sapere che molti titoli venivano venduti per un valore molto superiore a quello degli utili delle loro corporations. Oltre agli efficienti servizi statali, egli avrebbe potuto consultare il dottor Goldenweiser, direttore delle ricerche del Consiglio di Amministrazione della Riserva Federale. Questo funzionario capace avrebbe potuto fornirgli numerose statistiche che mettevano in evidenza i pericolosi sviluppi futuri.

Calvin Coolidge
Naturalmente, a quell'epoca, tutti si chiedevano se gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di emettere certificati azionari tanto rapidamente da soddisfare la grande richiesta. Forse egli stava consigliando il Presidente  Coolidge sul modo in cui le tipografie e le industrie grafiche avrebbero potuto sfornare questi certificati in modo abbastanza rapido. Negli stessi scritti del “consigliere dei Presidenti” si rende noto al pubblico che egli uscì dal mercato azionario prima del crollo dell’ottobre 1929. E? strano che non abbia informato della sua sensazione di incertezza il Presidente Hoover. E’ strano che, se sapeva vendere oculatamente i suoi titoli, non abbia informato il Presidente Hoover che vi era qualcosa di “fondamentalmente sbagliato”. Se avesse capito, il Presidente Hoover non avrebbe ripetuto così spesso che “l’America è fondamentalmente sana” o che “la ripresa economica è imminente.”
Se il “suo consigliere” lo avesse avvertito, il Presidente Hoover non avrebbe mai commesso il grande errore di convocare una “conferenza economica” nel gennaio del 1930, nel corso della quale invitò gli imprenditori a continuare a investire denaro nell’ampliamento degli impianti industriali. Alcuni onesti imprenditori seguirono l’esortazione del Presidente e il prezzo che pagarono per la loro cooperazione fu la perdita delle loro imprese.
Eppure, questo stesso consigliere continua imperterrito a consigliare il Presidente. Egli – si afferma – è il “Presidente non ufficiale” di questa amministrazione. Noi cambiamo i Presidenti, ma non i consiglieri. Gli americani dovrebbero porre alcune domande al prossimo candidato alla Presidenza e cercare di cambiare i consiglieri.

Gertrude Margareth Coogan – I creatori di moneta

venerdì 22 novembre 2013

Angela uber alles


L'elezione di Angela Merkel era pressochè scontata, vista l'inconsistenza dell'SPD e dei Liberali. Tuttavia alla culona teutonica  mancano 5 seggi per avere la maggioranza assoluta in parlamento. Un trionfo quasi scontato dunque, ma inaspettato nelle proporzioni. I liberali scompaiono dalla scena politica e si vedono affiancati dal partito anti-euro, guidato da un professore di Amburgo. Tuttavia, anche quest'ultimo rimane fuori dal Bundestag per una manciata di voti. Bernd Lucke raggiunge infatti il 4,7% dei votanti, tanti per un outsider, ma insufficienti per superare la soglia di sbarramento al 5%.

Dalle reazioni socialdemocratiche scaturite dalla notizia che i liberali non sarebbero entrati in parlamento si intuisce che ci sarà un accordo con la Merkel al fine di garantire la governabilità del paese.  Peer Steinbrück ha confermato, però, che non farà parte di un eventuale governo, lasciando la strada aperta ad altri nel suo partito. Il loro eventuale apporto nella prossima squadra di governo sarebbe comunque tutto da valutare. Il risultato dei socialdemocratici è stato assai deludente, al di là di ogni peggiore aspettativa. l 2,7% rispetto al 2009, con il 25,7% dei consensi l’Spd ha comunque registrato il suo secondo peggiore risultato di sempre. Questo pessimo risultato è merito della Merkel che ha fatto proprie le politiche socialdemocratiche.
Difficile immaginare un cambio di regia in ottica europea. I risultati spostano, almeno a livello partitico, il Parlamento a sinistra, “bocciando” sia lo spauracchio rappresentato dal cosiddetto partito anti-euro Alternative für Deutschland (che con il 4,7% ha comunque realizzato il migliore risultato mai raggiunto da una formazione appena formatasi) che i liberali dell’Fdp (4,8%) guidati da quel Rainer Brüderle che non ha mancato lo scorso marzo di ricordare come un’Italia fuori dall’euro sia possibile. Durante la scorsa legislatura l’Spd ha sempre appoggiato, con il voto in parlamento, tutte le proposte della Cdu/Csu in materia di Unione Europea ed euro. Se è vero che ad inizio campagna elettorale Steinbrück aveva cercato di portare il tema dell’Unione europea all’interno del confronto sottolineando le responsabilità mancate dalla Germania, con il passare delle settimane sia lui che la Merkel hanno quasi escluso la questione dai loro dibattiti. La Cancelliera è tornata a parlarne in maniera convincente solo ad una decina di giorni dalle elezioni, ribadendo l’importanza dell’Euro, solo per allontanare il rischio di un possibile successo di Alternative für Deutschland (fino a quel momento completamente ignorato da ogni sua uscita pubblica). Sarà necessario sottoscrivere un programma condiviso e probabilmente l’Europa sarà uno dei punti di cui discutere, ma nonostante la netta presa di posizione netta della Merkel sugli Eurobond (“mai con la Cdu/Csu al governo”), nel caso di una nuova Grosse Koalition, non sarà difficile trovare un punto di incontro.

Il possibile cambio di marcia potrebbe arrivare solo nel caso in cui la Merkel decidesse di rischiare la propria popolarità interna in cambio di un prestigio internazionale che ancora, almeno nei paesi del Sud Europa, non è riconosciuto a causa della sua pretesa di austerità nei conti pubblici.  

 I tedeschi abbracciano così la politica della culona teutonica,  e ci condannano allo stillicidio dell’austerità per altri anni. L’hanno capito bene i crucchi, le politiche di rigore imposte all’Europa dalla Merkel convengono eccome: il plebiscito riservato alla cancelliera blinda l’euro nel paese che beneficia più di tutti della moneta unica europea. Ma perché?
La risposta è molto semplice: l’euro è in realtà il vecchio marco che ha cambiato nome. Da quando il mortadellone Prodi ci trascinò a suon di tasse (e forse anche con qualche artificio di bilancio) nell’€uropa delle banche e della finanza apolide, abbiamo cominciato a pagare a peso d’oro il mezzo di scambio, mentre la Germania riesce ad ottenerlo dal “mercato” praticamente a interessi zero. Da quando siamo entrati in €uropa abbiamo conosciuto cosa significasse la parola “spread”, differenziale: la differenza che hanno i titoli di stato tedeschi con quelli del resto dell’eurozona.
Il meccanismo, ormai abbiamo imparato a conoscerlo è molto semplice: gli Stati ex-sovrani creano ex nihilo delle cambiali con le quali si indebitano chiamate “titoli di stato”.  In Italia le famigerate "cambiali" vengono gestite da un cartello di operatori finanziari autorizzati da Bankitalia, tra cui figurano le banche d’affari americane Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Barclays, Meryll Linch, City Group, accompagnate dai vari istituti nominalmente europei come Deutsche Bank, Bnp, HSBC, Unicredit ecc… 
Questi “specialisti” del debito pubblico italiano hanno il compito di piazzare i titoli del debito italiano nel cosiddetto “mercato finanziario”, ovvero tra le stesse banche che decidono quanti interessi far pagare all’Italia o alla Francia o alla Spagna ecc.., fissando come parametro di riferimento l’interesse sui titoli di stato tedeschi: se lo SPREAD BTP/BUND è a 250 significa che il titolo di stato italiano rende 2,5 volte di più che quello tedesco, ovvero che l’Italia dovrà pagare gli interessi sulla moneta che prende in prestito 2,5 volte di più rispetto alla Germania.

Il risultato è che mentre tutti gli Stati dell’Eurozona hanno perso la moneta sovrana non potendo più finanziarsi direttamente dalla Banca Centrale di riferimento, la Germania continua a finanziare il proprio debito come se la BCE fosse la Bundesbank: insomma la moneta è unica ma le condizioni con le quali si ottiene sono differenti, e la logica conseguenza è che alcuni Stati dovranno imporre più tasse ai cittadini (che servono a pagare il debito, non ad avere i servizi).
L’Euro quindi conviene solo alla Germania, che di fatto è la proprietaria nominale di questa €uropa. Ecco come si spiega la vittoria di Frau Merkel. Noi italiani ci meritiamo invece i vari Letta, Monti, Saccomanni e riverente servanza varia.Ma i problemi che poniamo sono sempre gli stessi: perché ci dobbiamo indebitare per ottenere il mezzo di scambio? Perché la BCE fa scontare ad interesse il denaro che crea ex nihilo? Di chi è la proprietà della moneta all’atto dell’emissione? Perché gli Stati possono emettere dal nulla titoli di Stato (che sono sempre una moneta) e non moneta circolante? Ma soprattutto, perché i politici europei non sanno o meglio, fanno finta di non conoscere queste differenze? 

venerdì 5 ottobre 2012

La retorica della demagogia

La Crisi dell'euro zona ha rinverdito la demagogia populista, che ha avuto buon gioco nel buttarsi a rotta di collo nella beatificazione delle vecchie monete nazionali e nella santificazione di Giacinto Auriti, "patrono" della proprietà popolare della moneta. Il tutto portato a compimento dai suoi indegni epigoni, promotori delle cosiddette "monete locali": simec, scec, fiorito, ecc.

D'altro canto - scherzi a parte - non mi pare nemmeno lecito beatificare "Man Draghi" come salvatore dell'euro. Nella prima settimana del mese scorso, "Man Draghi" si è tolto  la maschera: ha assicurato - nonostante i divieti stabiliti dal Trattato di Maastricht -  che la B.C.E.  assumerà, qualora si rendesse necessario, il ruolo di prestatore di ultima istanza per tutti i governi della zona Euro. Con il banale pretesto di salvaguardare i finanziamenti a tassi convenienti per lo stato, ha reiterato la solita solfa circa l’importanza della “stabilità dei prezzi", compito primario della Banca Centrale.
Allo stato attuale, il governatore della BCE ha salvaguardato esclusivamente le quotazioni di hedge fund, la solidità delle banche e fondi pensione, le cui sorti dipendono ormai solo dagli indici borsistici, tenuti artificialmente in vita tramite massicce iniezioni di liquidità ("fiat money") creata "ex nihilo" dalle banche centrali di tutto il mondo.
A questo punto, un tentativo si deve pur fare. Modesto, come sempre, franco e amichevole come spesso avviene su questo Blog.
In altre parole qualcuno dovrà pure cercare di chiarire l’anomalia italiana ai non addetti ai lavori  e a tanti altri semplici curiosi che si dividono tra quelli che l’hanno capita, e insistono nel darle sonoramente al Cavaliere, attribuendogli tutti i mali di questo mondo, anche quando dice clamorosamente la verità, e quelli che hanno difficoltà a capirla, perché è l’anomalia più anomala e complicata del mondo.
L'Italia è il paese con il più alto debito sovrano al mondo (al primo posto ci sarebbe il Messico ma occorre far mente locale e rimanere coi piedi piantati per terra senza cercare di andare oltremanica ed attraversare l'oceano a nuoto). L'Italia è altresì il paese europeo dove si registra il prelievo fiscale più cospicuo di tutta l'Europa.  Ciò nonostante l'Italia è un polo manifatturiero senza eguali e ha un risparmio privato senza dubbio ragguardevole. 
Molti - a sinistra - risponderanno immediatamente dicendo che esiste pure un altissimo tasso di evasione/elusione fiscale, ragion per cui causerebbe un prelievo fiscale da record.
Sul debito pubblico altri - a destra  - risponderanno che, dopo decenni di sperpero di danaro pubblico, sarebbe ora di fare dietro front e tagliare recisamente i costi sociali di scuola, sanità e pubblica amministrazione.
Entrambe le risposte contengono un ampio margine di verità, ma entrambe sono viziate da un difetto fondamentale: aver sottovalutato il continuo innalzarsi sopra il livello di guardia del debito pubblico, fatto questo denunciato dall'inizio degli anni '80 dai radicali; e, di contro, aver sopravvalutato il problema del signoraggio bancario e della sovranità monetaria.

La svolta

Giovedì 26 Luglio il Governatore della BCE ha lanciato la sfida al "dio mercato" credendo di avere - senza alcun merito - l'asso nella manica: la stampa della moneta.

Stampare, stampare, stampare...

Stampare moneta è quello che chiedono tutti i keynesiani del mondo. Non solo: anche i banchieri  fanno la medesima richiesta, a cominciare dagli USA. I partiti seguono a ruota: e, conservatori e progressisti, si ritrovano uniti. Vi siete mai chiesti il perché? Stampare moneta e magari magari distribuirla a pioggia alle banche è l'asso nella manica di Man Draghi, è quello che gli speculatori chiedono insistentemente come prezzo da pagare onde evitare di stringere la cima del nodo scorsoio al collo dei popoli europei. Niente di miracoloso dunque ma la semplice, antica professione che tutti i governanti hanno messo in pratica come ultima risorsa prima del tracollo imminente; e, in sintesi, al fine di risolvere problemi che poco hanno a che fare con la moneta e molto, invece, con gli equilibri sociali ed economici, con i terremoti profondi che si generano sotto la crosta del Pianeta.
Due ovvie considerazioni:
  1. Quei paesi che negli ultimi anni hanno stampato moneta a trilioni, ridotto a zero i tassi, cosa hanno ottenuto? Costoro hanno, senza tema di smentita, aumentato i deficit, allentato le regole contabili, tollerato scandali, malversazioni e buchi di regolamentazione. E tuttavia non hanno visto una significativa ripresa dell'economia e/o una riduzione della disoccupazione. L'ultimo esempio è la Gran Bretagna, entrata ufficialmente di nuovo in recessione prima delle Olimpiadi: hanno stampato denaro, ridotto i tassi, consentito gli scandali (JPMorgan, LIBOR ecc. ) ma l'economia arretra e la disoccupazione avanza. E il Giappone, che da vent'anni stampa soldi, aumenta i debiti e ha tassi a zero. E gli Stati Uniti, che hanno sempre stampato - e si apprestano a ristampare - 2 trilioni di dollari, tassi a zero "almeno fino al 2015", debito /PIL oltre 100% per "crescere" dell'1,5%, con la disoccupazione ufficiale all'8% (quella reale al 15%) hanno forse risolto qualcosa ? L'Europa ha già "stampato" 3 trilioni di euro senza risolvere nulla, rinviando solo di anno in anno il problema principale, cioè lo squilibrio dei paesi legati dalla moneta unica. E qui sarebbe il caso aprire la seconda riflessione;
  2. Lo scontro tra i vertici della Volkswagen e il Marchionne della Fiat è la metafora più recente della crisi dell'euro. Marchionne sa benissimo da anni che la Fiat in Europa, con il vincolo dell'euro, perderà progressivamente quote di mercato a favore dei tedeschi.
Quest'ultimo, viceversa, ha una presa reale sull'economia visto che la Germania non è l'Italia e viceversa.

Conclusioni

Le differenze tra i sistemi economici e sociali dell'Italia e della Germania non consentono alla Fiat di poter produrre a Torino o a Pomigliano. La Fiat per rimanere in Italia ha bisogno di tornare alla Lira. In altre parole occorre  poter svalutare almeno del 20% per compensare il gap tra sistema tedesco e quello italiano.  Per invertire la tendenza a comprare tedesco occorre, in effetti, rendere
le auto italiane più convenienti. In alternativa, l'unico evento che potrebbe - forse - tenere ancora insieme due sistemi profondamene diversi sarebbe un cambio Euro - Dollaro sotto il rapporto 1,10. Ma quel cambio farebbe scattare altre conseguenze negli equilibri mondiali. Per questo lo scontro FIAT - Volkswagen è il campanello d'allarme dell'euro: con la moneta unica in Europa solo le fabbriche tedesche sarebbero competitive e neanche i francesi si salverebbero. Anche il caso ILVA, a ben vedere, è un altro sintomo di questa malattia: stante l'euro, ai costi attuali, (e dentro i costi ci sono anche quelli per rendere ecologicamente compatibili alcuni impianti) l'acciaio in Europa possono produrlo solo i tedeschi, a meno di non mettere a carico dello Stato il differenziale dei costi, alla faccia dei debiti. L'Italia, secondo analisi tecniche non inclini al conformismo culturale dilagante, avrebbe da guadagnarci ad uscire dall'euro in determinate condizioni. Alcuni azzardano addirittura che l'Italia potrebbe uscire dall'Euro prima di altri paesi - e non per il pericolo di un ritorno del Berlusca - ma per semplice convenienza, per il calcolo costi - benefici. E allora a cosa serve, stampando euro, difendere una moneta senza economia?

Che Draghi, presidente della BCE, difenda il suo posto di lavoro è comprensibile, ma nessuno cerchi di far credere ai disoccupati italiani, spagnoli o greci che stampare moneta sia la soluzione di tutti i problemi. D'altra parte i politici non si farebbero scappare un'occasione così ghiotta. Ed è proprio in questo frangente che si originano tutti i complotti del mondo. I politici sarebbero "costretti" ad agire in tal modo non perché detengano (come sosteneva falsamente Auriti, riprendendo le teorie paranoidi di Pound) animo servile, ma perché "Camerieri dei Banchieri". Un dogma vero e proprio (questo si) basato su illazioni, teorie campate per aria e,tanta, tantissima fantasia. L'unico modo per rimanere tutti sulla barca europea sarebbe quello di prendere atto che la "crescita" drogata e non rispondente all'economia reale dell'eurozona, deve lasciare il passo ad una "decrescita" ordinata e solidale. Ridurre la velocità dei debiti assieme a quella dei costi, delle diseguaglianze, delle speculazioni e delle corruzioni. Ma non chiedetelo a Mario Draghi.
© ♕Pier Luigi

mercoledì 16 maggio 2012

Il peccato originale: la moneta-debito

Uno spauracchio chiamato “spread”


Un'altra giornata di "passione" per l'economia mondiale: il differenziale Btp-Bund sale alle stelle e i titoli bancari sprofondano nell'abisso. I giornali economici più accreditati parlano di "spreadite acuta", come se si trattasse di un banale mal di stagione, per cui anche un'aspirina va bene. In realtà, sarebbe più giusto scrivere di "spreadite cronica", visto che il differenziale del tasso di rendimento fra i nostri titoli decennali e gli omologhi teutonici è schizzato a quota 485 punti, in netto rialzo rispetto ai valori precedenti. La famigerata quota "500", quella che aveva conosciuto il precedente governo Berlusconi (motivo ufficioso delle sue dimissioni), all'inizio di novembre 2011, non è poi così tanto lontana. Anzi è a portata di mano. L'avvicinarsi alla quota 500 mette paura ai nostri governanti, tanto che la cessione degli attivi patrimoniali per l'abbattimento del debito pubblico diventa sempre più una realtà. I mercati internazionali continuano a mostrare estrema diffidenza verso il nostro Paese. Intanto il Presidente del Consiglio chiede chiarezza al governatore della Sicilia, Lombardo, per l'ipotesi di default della regione Sicilia. Il vice presidente Massimo Russo inveisce contro il governo ritenendo ingiustificata ed eccessiva l'ipotesi del crack finanziario. Lo stato italiano ha pagato, tra gennaio e marzo dello scorso anno, circa 16 miliardi di interessi! Successivamente, il Governo Monti, attraverso il decreto "salva-Italia", ha approntato una vera e propria manovra "lacrime e sangue", impoverendo la stragrande maggioranza della popolazione. A farne le spese, oltre i giovani, i lavoratori ed i pensionati, è stata soprattutto la classe media produttrice, che ha registrato un calo di reddito pauroso, facendola (in molti casi) retrocedere allo stato di indigenza. Non si contano anche nel Bel Paese, i casi di suicidio e di strozzinaggio, di piccoli e medi imprenditori che di fronte alle scadenze di pagamento e alla serrata creditizia non hanno avuto altra scelta che quella esecrabile del suicidio. Cade, dunque, la foglia di fico che in tutto questo tempo aveva "coperto" le opposizioni, fornendo loro uno stupendo alibi sull'origine febbrile dello spread. Ma questo dannato "Spread" è davvero un "termometro" attendibile? In questo sistema purtroppo bisogna rispondere affermativamente. Ogni punto di questo indice significa in pratica che il popolo italiano è costretto a pagare negli anni successivi 120 milioni di euro in più di interessi sul cosiddetto "debito sovrano" (altra assurdità giuridica per un paese che all'art.1 della sua costituzione attribuisce la sovranità al popolo). Inoltre, come se non bastasse, la costituzione della BCE ha attuato un vero e proprio "attentato all’indipendenza dello Stato Sovrano (art. 241 Codice Penale).
Ma siccome il denaro non dorme mai e così i poteri forti che lo controllano,cosa è accaduto nel frattempo? Una semplice modifica al citato articolo li ha definitivamente messi al sicuro da ogni denuncia.
Ma questo non è solo un "problema italiano". Ovunque nel mondo lo spread appare come un incubo a tre cifre. Il segreto, secondo Visco, sarebbe non farlo andare oltre la fatidica soglia dei 200 punti. A questo punto sorge spontanea una domanda capitale: perché sale lo Spread?
Era solo colpa di Berlusconi? Gli economisti più accreditati risponderanno che ciò è dovuto principalmente alle spese pazze a cui lo Stato è stato esposto durante i decenni precedenti. Lo stato, insomma, avrebbe assunto un comportamento irresponsabile, da allegra cicala, fregandosene del debito accumulato per la spesa, arrivando alla megagalattica cifra duemila miliardi di vecchie lire.
Ma è credibile tutto ciò o c'è qualcos'altro che dobbiamo sapere?

Il signoraggio Bancario



Giacinto Auriti
Il compianto Prof. Auriti
Il compianto Prof. Giacinto Auriti ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla rivendicazione della sovranità popolare della moneta e alla abolizione graduale della cosiddetta "moneta-debito". L'Euro - secondo le teorie di Auriti - sarebbe la materializzazione perfetta della moneta-debito, anche se - occorre sottolineare - anche la vecchia Lira non era esente da questo "peccato originale". In cosa consisterebbe esattamente questo peccato? Tutto sarebbe iniziato con l'avvento della moneta nominale. Con l'arrivo di questa nuova tipologia monetaria si sarebbe praticata una scissione fra la sovranità politica e quella monetaria, con una malcelata subordinazione della prima verso la seconda. Molti, tanto a destra quanto a sinistra, hanno spacciato questo avvento nefasto come una conquista della "democrazia", in quanto avrebbe attuato quella separazione dei poteri tanto auspicata nei regimi "democratici". In realtà, con l'avvento della moneta nominale, l'unico a rimetterci di tasca propria sarebbe stato il popolo, poiché ha perso il valsente di quanto aveva nelle braghe.
Gli stati moderni avrebbero così abdicato la loro sovranità monetaria in favore delle Banche Centrali. Queste in tutti questi anni sono diventate agli occhi di tutti insostituibili. Esse ricoprono una caratteristica peculiare e dogmatica" degli stati nazionali moderni. "Le Banche Centrali (Banca d'Italia, BCE, FED) emettono denaro solamente prestandolo (parole di Auriti)". Questo meccanismo ha ingenerato un debito ab ovo, poiché ad ogni emissione va restituita oltre l'ammontare della cifra emessa pure l'interesse. I detrattori del pensiero auritiano sostengono che il debito è venuto prima, in quanto lo stato prima spende e poi si indebita; e avendo speso di più di quanto incassa deve chiedere denaro in prestito. Ma ciò non è esatto. E a chi lo chiede questo denaro? Al mercato direte voi? No. All'unico ente che è in grado di emettere denaro: la Banca Centrale.
Ma oggi di chi è il denaro? Della Banca Centrale? Evidentemente no. Ma allora perchè la Banca Centrali si comporta come se fosse proprietaria di tutto il denaro in circolazione? I più risponderanno che la Banca Centrale ha il compito di tenere sotto controllo i prezzi e tenere bassa l'inflazione; ragion per cui "alla rarità dell'oro si è sostituita la saggezza dei governatori". In altre parole sono i governatori delle Banche centrali a decidere se occorre immettere altro denaro sul mercato opppure no. Per tal via le previsioni dei governatori sono quasi sempre attendibili per il fatto che hanno il potere di chiudere o aprire il rubinetto del denaro. Ora è abbastanza singolare che uno stato che ostenta la sua "indipendenza" e ama definirsi "sovrano" si indebiti verso se stesso. Di qui ne discende che l'Euro (ma a rigor di logica anche la vecchia Lira) non è una moneta sovrana ma una moneta-debito. E, se così non è, perché uno Stato "sovrano" per avere il suo denaro deve indebitarsi verso una istituzione esterna? Invece, per converso, in questo mondo di rovine elettroniche, appare scontato l'esatto contrario, ragion per cui chiunque si permetta di contraddire questo "dogma monetario" viene non solo tacciato di eresia, ma persino di follia o di demenza. Ma come nasce questo "dogma"?

La nascita della Banca Centrale

Alla fine del periodo rinascimentale gli stati europei si erano esposti notevolmente per far fronte alle continue spese di guerra. Queste spese oltre misura li avevano indebitati sino al collo persino con banche private straniere.
Per mettere fine a questo stato di cose Guglielmo III di Orange d'accordo con William Paterson fondarono la Bank of England. Ma andiamo per ordine.
William Paterson
Nell'annus domini 1693 William Paterson presentò al governo di sua maestà Britannica un suo progetto di qualche anno precedente; progetto che prevedeva tra l'altro la stampa di carta-moneta per coprire una parte del prestito di 1.2 milioni di sterline. Occorre ricordare che allora la moneta aveva un valore intrinseco, non era, cioè, quello che è diventata oggi: carta straccia.  Quelle che usiamo oggi, per intenderci, si chiama "fiat money", moneta a corso legale senza riserva. Così l'anno successivo nacque la Bank of England, una banca di privati, nella modalità di S.p.A. tra i sottoscrittori di un prestito allo Stato, a cui il Parlamento concesse il diritto d’esercitare affari di banca ed emettere, sino alla concorrenza del capitale, biglietti all’ordine di taglio unico (20 sterline). In parole povere, in base ad un deposito in oro custodito presso detta Banca, si emise cartamoneta convertibile in oro; per cui tramite questo escamotage si riuscì a raddoppiare la base monetaria. Nel 1709, detta Banca ottenne, di fatto, il privilegio dell’emissione monetaria per l’Inghilterra e il Galles e divenne altresì la tesoreria dello Stato.
Questa modalità di emissione (secondo il defunto professore) trovò il suo compimento e soprattutto la sua diffusione con la Rivoluzione Francese, dove il potere politico si trovò di fronte alla necessità di una ingente richiesta di liquidità, ragion per cui trovò utile accettare l'uso della moneta nominale. E siccome nelle casse dello Stato non c'era oro a sufficienza per garantire l'emissione di carta-moneta si riprese l'idea di John Law che sostituì l'oro con la terra. Solo che dato che non fu possibile monetizzare subito tutte le terre espropriate al clero si emise moneta nominale, senza valore intrinseco, addebitandolo al popolo attraverso le tasse.Tale stato di cose generò iperinflazione e altissima disoccupazione. La tassazione elevata fu all'origine della rivolta in Vandea.

Proprietà popolare della moneta

Giulio Tremonti

“...la Bce stampa moneta, ma siccome nessun pasto è gratis, tranne forse che per le banche, chi paga? I cittadini”. Giulio Tremonti
Oggidì la BCE emette denaro - come diceva Auriti - prestandolo. Allora, a questo punto, sorge spontanea una domanda capitale: il valore del denaro emesso a chi appartiene? Dalla risposta che ne verrà dipende tutto il resto. E non si tratta - come affermano taluni detrattori - di una questione di lana caprina. Si badi bene. Qui non si tratta di stabilire a chi appartengano le banconote che abbiamo (o non abbiamo) nel portafoglio. Quelle per fortuna appartengono a noi. Su questo non ci piove. Qui trattasi della proprietà del denaro all'atto della emissione. Se il proprietario è il popolo o, per esso, lo Stato, allora nulla va dato alla BCE, se non il costo tipografico e i diritti di copyright sull'euro. Se, viceversa, il denaro appartiene alla BCE, allora la questione non si pone. La moneta, in effetti, all'atto dell'emissione deve avere un proprietario. Questo non può essere impersonato dalla Banca Centrale dato che l'emissione, con la fine degli accordi di Bretton Woods, non viene effettuata sulla base della riserva aurea di proprietà della Banca Centrale. In altre parole, la BCE non ha prodotto il valore monetario, eppure se ne appropria a scapito dello Stato e dei cittadini. La BCE cede a caro prezzo ciò che ad essa costa una sciocchezza e a cui non è essa darne il valore. La Banca Centrale all'atto dell'emisisione epropria e indebita la collettività del suo denato, perchè addebita ciò che dovrebbe accreditare, caricando il costo del denaro del 200%. Oggi il valore della moneta viene conferito dal "mercato" o, meglio, dall'accettazione della moneta da parte del popolo, soprattutto attraverso la richiesta di credito. Per questo si parla di valore convenzionale o, meglio, indotto. La moneta è una fattispecie giuridica che nasce per pura convenzione. Ciò è vero poichè ogni unità di misura ha un valore meramente convenzionale. La moneta, in altre parole, ha valore per il solo fatto che noi decidiamo che lo abbia.  Emblematico è l'esempio de "l'Isola deserta". Se noi mettiamo un banchiere a stampare banconote in un isola deserta, tale moneta non avrà alcun valore, poichè non c'è nessuno che l'accetta. Chi crea il valore monetario è chi lo accetta, non chi lo emette. Per due ordini di motivi:
  1. crea la convenzione monetaria attraverso cui nasce il valore;
  2. conferisce il potere d'acquisto alla moneta tramite il lavoro e lo scambio di beni e servizi.
Per tale motivo si rende necessario reclamare la sovranità popolare della moneta. La moneta - all'atto dell'emissione - dev'essere di proprietà esclusiva dei cittadini. Naturalmente per capire appieno la legittimità di una tale richiesta è necessario far riferimento alla teoria del valore indotto della moneta formulata dal già citato chiarissimo Prof. Auriti: 
"La moneta è un bene reale perchè non è solamente misura del valore, ma anche valore della misura (perchè ogni unità di misura ha necessariamente la qualità corrispondente a ciò che deve misurare: come il metro ha la qualità della lunghezza perchè misura la lunghezza, la moneta ha la qualità del vaore perchè misura il valore)". 
Questa teoria colma un vuoto giuridico poichè, mancando una netta distinzione tra valore creditizio e valore indotto, tutti i bilanci riportano erroneamente a debito anche il valore della moneta, in quanto ascritta come moneta-debito. Qui, per inciso, dirò solamente questo: occorre riconsiderare il concetto di valore monetario, sganciandolo dalle definizioni meramente creditizie al fine di smascherare uno dei più grandi errori attraverso cui l'oligarchia Bancaria ha trasformato i governi a base democratica in daneistocrazie, ossia in regimi usurocratici fondati sul prestito e l'usura. Cos’è dunque il valore? Il compianto Prof. Auriti nella sua chiarissima opera, “Il Paese dell’Utopia – la risposta alle cinque domande di Ezra Pound“ ebbe a scrivere: "il valore è un rapporto tra fasi di tempo".
 In buona sostanza, il valore è il rapporto fra il momento della previsione e il momento previsto. Esempio:
"La penna ha valore perchè prevedo di scrivere; il coltello ha valore perchè prevedo di tagliare; la moneta ha valore perchè prevedo di comprare".
 Il valore, dunque, è una dimensione del tempo, non dello spazio. E', in definitiva, una realtà spirituale, non materiale. La moneta perciò può avere effetti malefici (moneta-debito) o benefici (monetà-proprietà) poichè essa è soggetta alla libertà ontologica dell'uomo. Per questo ed altro, concludo affermando che il valore indotto monetario spetta esclusivamente al popolo sovrano, non ad altri, siano essi banchieri o governanti.

©♚  Pierre

Note: Giacinto Auriti - “Il Paese dell’Utopia – la risposta alle cinque domande di Ezra Pound“. Marino Solfanelli Editore.