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venerdì 8 maggio 2020

Europa sì, ma dei popoli

Per l'Europa dei Popoli, e non quella dei banchieri

" L'Europa dei banchieri contro la Costituzione ":

esattamente con questo titolo (cfr. Il Tempo, 22 giugno 2004, p.7) o, con titoli analoghi, la grande stampa ha dato la notizia sconvolgente, che è iniziata la fase conclusiva della Rivoluzione Francese.

Noi l'avevamo già preannunciata su Abruzzopress (3 giugno '04, n.180) con queste testuali parole:

"Lo Stato di diritto ha considerato nel proprio ordine costituzionale, solo i tre poteri: legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Il quarto potere della sovranità monetaria se lo sono fagocitato, nel silenzio, le banche centrali, S.p.A con scopo di lucro… ecco perché dobbiamo completare la Rivoluzione Francese: la sovranità monetaria va attribuita allo Stato - come quarto Potere Costituzionale - e tolta alla banca centrale. Non è più tollerabile che, in uno Stato di diritto, la funzione costituzionale della sovranità monetaria sia esercitata da una S.p.A. con scopo di lucro... L'urlo del Ca ira deve tornare sulle piazze, davanti alle sedi delle banche centrali e nei Tribunali. Ci dobbiamo riprendere la proprietà dei soldi nostri."

Quando la governance economica programma "maggiori poteri alla Commissione nella sorveglianza dei conti pubblici…" pone necessariamente un conflitto di interessi tra la volontà del Padrone (la banca centrale) e quella dei camerieri (i governi).

Ha denunciato esplicitamente l'eventualità di questo conflitto Mario Borghezio:

" Questa è una costituzione per l'Europa dei banchieri. Noi combattiamo invece per l'Europa dei Popoli…"

La diagnosi è esatta. Manca la terapia. Si impone la necessità di uscire dalle formule approssimative e generiche per proporre:

1) l'attribuzione allo Stato della sovranità monetaria come quarto potere costituzionale;

2) la proprietà della moneta al Popolo come REDDITO di CITTADINANZA;

3) l'emissione di moneta senza riserva, di PROPRIETA' del PORTATORE, come oggetto di diritto sociale (a norma del 2° co. dell'art. 42 della Costituzione Italiana);

4) poiché il mercato è saturo sia di beni che di moneta quando i prezzi coincidono con i costi di produzione, solo quando questa coincidenza si verifica, va sospesa sia la produzione dei beni, che l'emissione di moneta in attuazione del quarto potere costituzionale della sovranità monetaria;

5) va costituito il Ministero per il risarcimento dei danni da usura (come i danni di guerra);

6) va sancita, con provvedimento di urgenza la moratoria dei debiti bancari e fiscali, perché basati sull'illecito del debito da signoraggio che ha trasformato il portatore da proprietario in debitore della propria moneta;

7) dichiarata la moneta di proprietà dei cittadini, lo Stato deve trattenere all'origine, all'atto dell'emissione, quanto necessario per esigenze di pubblica utilità, eliminando il 100% dei prelievi fiscali.

Questi fondamentali principi normativi si desumono dalla definizione del valore come rapporto tra fasi di tempo e conseguentemente del valore monetario come VALORE INDOTTO.

Solo su questi principi, la governance economica proposta nel patto costituzionale europeo, potrà realizzare l'Europa dei Popoli. Altrimenti si continuerà nella tradizione dei camerieri dei banchieri in cui la sovranità monetaria è retta dalla banca centrale, S.p.A. con scopo di lucro. L'urlo del Ca ira deve tornare per scrivere la pagina conclusiva della Rivoluzione Francese. Ci dobbiamo riprendere la proprietà dei soldi nostri.

Avv.prof. Giacinto Auriti

 


venerdì 25 aprile 2014

Il tramonto dell'Occidente

Considerazioni di ordine generale

Werner Sombart
Esistono nella storia della cultura europea diversi "occidenti", così come esistono diversi tipi di "Oriente".  Tra queste visioni un ruolo di fondamentale importanza nella cultura europea è stato assunto dal grande affresco Hegeliano sul ruolo della filosofia della storia, con il movimento che da Oriente verso Occidente portava a compimento la realizzazione del “Geist”.
In Germania, nel passaggio tra '800 e '900, si realizza un notevole crollo di fiducia nella realizzazione del "Geist". In qualche modo, si comincia a separare l'Occidente dall'Europa. La Germania, in particolare, si trova schiacciata tra l'incudine degli americani e il martello dei russi.
Si vedono contrapposte due diverse visioni del mondo e, per dirla con Werner Sombart, un'Europa degli Eroi ad un'Europa dei "mercanti".
Indubbiamente esistono dei cicli storici e una delle cose che ho cercato di diffondere dallo studio dei cicli cosmici è che nella storia a periodi aurei fanno seguito periodi argentei, e poi, via via bronzei, fino a lunghi periodi di declino.

 

La fesseria della razionalità occidentale

La barbarie della crisi sistemica ancora in atto (soprattutto a livello economico-finanziario)  produce mutazioni cultural-politiche inenarrabili, smascherando la presunta superiorità razionalità politico-economica occidentale,  compromettendo il concetto stesso di razionalità quale metro esatto di giudizio.
Dov'è andata a finire la sbandierata capacità occidentale di governare saggiamente? Che ne è della sua presunzione di rappresentare un modello universale da seguire e persino da esportare in tutto il mondo, in barba alle diverse culture?
Dobbiamo seriamente domandarci se razionalità, razionalismo, razionalizzazione sono concetti che ancora rappresentano l'essenza dell'Occidente. Evidentemente, volendo seguire la moda scientista, questi sono diventati essi stessi, concetti obsoleti. che appartengono solo alla sua storia e genealogia...
Ma a quale storia e genealogia possiamo riferirci? A quella remota dell'età assiale (un concetto che adesso sta un po' ricostruendo la matrice profonda dell'Occidente); oppure alla matrice greco-romana, o anche a quella cristiana, oggi tanto retoricamente evocata... Oppure alla genealogia più prossima della modernità: la genealogia dell'Illuminismo, della scienza moderna, del secolarismo.
E' sensato ipotizzare che tramite essa possiamo stabilire un confronto positivo con le culture non occidentali, in particolare con l'Islam che è geopolitica mente vicino? Sono domande che possono essere affrontate da tanti punti di vista. In questo senso è l'intera civiltà occidentale che viene messa in questione. Colpisce un fatto: attraverso molti dei suoi esponenti intellettuali, l'occidente mostra una straordinaria capacità analitica, critica e, soprattutto, autocritica... ma ad essa non corrisponde un eguale capacità di orientamento politico e, soprattutto, di governo, dentro e fuori del suo orizzonte geopolitico.
Potremmo dire che ad una forte capacità autocritica non corrisponde altrettanta forza pragmatica e realizzatrice. Si tratta solo di un momentaneo deficit finanziario globale?
Tutto ciò è correggibile? O Siamo di fronte ad una alterazione profonda della sostanza stessa della razionalità? La risposta a mio insindacabile parere è negativa. Ma, andiamo avanti nello sviluppo.
A ben vedere, l'occidente è - esso stesso - colpevole  del peccato di razionalismo; di essere cioè così arrogante da credere che la ragione - di per sé - abiliti gli esseri umani  a conoscere tutto ciò che c'è da conoscere. L'ubriacatura scientifico-positivista ne è una dimostrazione lampante.  Infatti, ancora più mefitico dell'imperialismo militare è l'imperialismo della mente che impone  la fiducia occidentale nella scienza, la fede nella scienza come unica via di conoscenza. Altre forme di conoscenza vengono bollate dai razionalisti come superstizioni.
Non sarebbe ora che l'occidente si liberasse - una volta per tutte - dall'arrogante ingenuità con cui va sottoponendo, spesso anche in modo coercitivo, gli altri popoli ai suoi gretti schemi mentali, giudicabile esclusivamente sulla scala dei suoi valori?
Ma adesso l'Occidente non è più lo stesso di quello del secolo scorso. La Germania di oggi non è quella di Oswald Spengler, e nemmeno quella di Thomas Mann. All'epoca, non solo gli intellettuali, ma anche gran parte dei tedeschi non si identificavano affatto con l'occidente. Meno di un secolo fa, l'occidente era rappresentato dalla civiltà anglo-americana e, al massimo, francese!
Inoltre, l'universalismo non è affatto occidentale.
La logica del sistema occidentale dominante trae vantaggio dal rappresentare se stesso come aperto, pluralistico e, soprattutto, razionale. L'islam, per esempio, non ha necessità di integrarsi in questo ordine di razionalità, relativizzando i principi universali dell'ISLAM, poiché esso stesso Universale.
Esiste dunque una contrapposizione radicale tra la razionalità occidentale e l'ISLAM.
La contestazione è tutt'altro che nuova ed è univoca. Infatti questa Weltanschauung coincide non solo con quella Islamica ma anche con quella di scrittori famosi tedeschi, come appunto, i già citati Thomas Mann e Oswald Spengler. Scrittori che, per certi versi, possono considerarsi avversari ma che, tuttavia, mantengono ferma la loro opinione sull'Occidente. Eppure è assai singolare che proprio in quella fase storica, in cui si parlava di un vero e proprio scontro di civiltà, Max Weber teorizzava il razionalismo come base del pensiero occidentale. Evidentemente, quello era il sintomo di una malattia che stava nascendo in Europa e che né il Nazionalsocialismo né la guerra riuscirono a fermare.

Razionalismo occidentale e modernità

Per i classici del razionalismo occidentale era ovvio che esso coincidesse con la modernità. Oggi non è più così: non esiste più nesso necessario e biunivoco tra razionalismo occidentale e modernità. Certo, in qualunque parte del mondo e per qualunque società che si vuole "moderna", rimangono insostituibili i criteri della razionalità dell'occidente. Ma perché questo avviene? Forse perché questi criteri sono il frutto della cosiddetta "superiorità morale occidentale"? 

La democrazia irrealizzata

E' osservazione assai corrente che chi - all'inizio del ventunesimo secolo - abbia rivolto lo sguardo al secolo precedente - ha potuto constatare come uno dei risultati che da esse emergessero più clamorosamente vi sia stato il li trionfo della liberal democrazia nei confronti dei suoi nemici. Mai prima d'ora era infatti avvenuto che un numero tanto elevato di stati del mondo fossero retti da regime che si definivano e  si definiscono democratici e che i valori democratici fossero così poco contestati, al punto che non sembra esagerazione dire che da allora  (da questo trionfo della liberal democrazia) abbia avuto il sopravvento un vero e proprio conformismo democratico. Se non che, proprio mentre conosce il suo maggiore trionfo, la democrazia (quale concepita ed attuata in occidente) appare tutt'altro che in buona salute, perché troppi dei suoi presupposti essenziali sono profondamente scossi da processi di natura politica, economica  e sociale, sia al livello dei singoli stati sia livello internazionale.
La democrazia - lo sappiamo bene - è insieme un ideale, un progetto e una realtà. Una realtà nella quale l’ideale  è destinato a subire vari condizionamenti,  adattamenti… pagando il prezzo inevitabile di tutta una serie di limitazioni e anche di sufficienze, di deformazioni. Si può legittimamente pensare che se non mantiene tutte le sue promesse, allora la democrazia diventa altro da sé. Inoltre,  occorre insistere sul fatto che se viene meno ai suoi principi fondamentali, ai suoi obiettivi fondamentali, essa subisce un mutamento qualitativo, sopravvivendo come ideologia ma rischiando di perdere la sua sostanza. Credo si possa convenire senza nessuna difficoltà che, come hanno insegnato i maestri  del pensiero democratico, condizione essenziale della democrazia è che i soggetti legittimati a partecipare alle decisioni da cui derivano le leggi  che  regolano  la vita associata  abbiano e siano in grado di mantenere le risorse necessarie per comprendere la natura delle decisioni stesse e, soprattutto, le loro implicazioni, onde esprimere con efficacia il proprio consenso o dissenso nei loro confronti, con le relative conseguenze nella formazione e nella caduta dei governi.
Si richiede, cioè:
  1.  in primo luogo,  che quanti delegati dagli elettori ad esercitare il potere, lo facciano in modo tale  che i governati abbiano la possibilità di conoscerne i meccanismi, gli orientamenti e i processi decisionali. 
  2. In secondo luogo, che il corpo dei cittadini possegga gli strumenti per influire efficacemente sull’esercizio del potere, controllarlo e, se necessario, cambiarlo.
  3. In terzo luogo, che la formazione dell’élite preposta all’esercizio del potere non acquisti un carattere chiuso tale da contraddire apertamente il principio di partecipazione allargata. La rappresentanza deve essere il risultato di un processo di selezione aperto all’insieme dei cittadini.
Non a caso si afferma che “la sostanza della democrazia è il potere ultimo dei cittadini a decidere del proprio destino, vuoi pacificamente, vuoi consapevolmente, nel quadro di una “società aperta”. In altre parole, in una società nella quale non si dia una distribuzione delle risorse tale da impedire  a  qualsiasi cittadino, non solo di partecipare alla formazione delle decisioni politiche, ma anche di accedere ai massimi livelli del potere avente il compito di guidare le sorti comuni, non vi è democrazia.
Orbene, adesso si arriva alla domanda cruciale.
Nelle società che attualmente si definiscono democratiche si sono o no consolidate barriere che pongano ostacoli sempre maggiori a che esse siano e restino effettivamente società aperte e cioè, se siano o meno consolidate posizioni di potere di fatto monopolistiche ed accentrate e quindi inaccessibili al controllo e alle decisioni della maggioranza?
Dalla risposta se ne ricava una certezza: non vi è alcuna democrazia realizzata in Occidente.
Ma è possibile dare sostanza significativa alla partecipazione popolare senza scadere nella demagogia?
E' possibile, cioè, instaurare una sorta di democrazia sociale, realmente partecipata, senza arrivare all'obbrobrio dell'espropriazione collettiva?

© ♚Pierre
Note e Bibliografia di riferimento:

Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler,

La crisi del mondo moderno di René Guénon 

Oriente e Occidente di René Guènon, 
La metafisica del Capitalismo, di Werner Sombart. 
Mercanti ed eroi di Werner Sombart e E. Daly
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber
Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann

martedì 11 settembre 2012

Exit Strategy


Questa non è una proposta irrealizzabile; forse è una proposta disperata, ma occorre per reagire ad una situazione disperante. Lo stato è stato esautorato della sua funzione emittente e, di conseguenza, della sua sovranità monetaria. Il popolo è stato, di fatto, indebitato. Infatti il compianto Prof. Giacinto Auriti sosteneva:
"Il diritto di emettere denaro e, in conseguenza, di stabilirne il valore, è un attributo squisito della sovranità".
Ed ancora:
"Fin tanto che non si dimostra chi è il proprietario all'atto dell'emissione, tutti i crediti e tutti i debiti sono inesigibili."
Questo è vero poiché manca la cosiddetta "certezza giuridica" del diritto. Infatti, storicamente...
"La moneta quando era d'oro era di proprietà del portatore; oggi, con la moneta nominale, il proprietario è la Banca Centrale di emissione (BCE)" La moneta-debito è il capolavoro di satana, perché attraverso di essa, chi l'accetta viene truffato. Questo è un debito non dovuto o, meglio, un credito rovesciato perché scaturisce da un'espropriazione indebita all'atto dell'emissione. La prova di ciò sta nel fatto che prima la gente lavorava per il raggiungimento del profitto, oggi lavora per pagare i debiti!"
Pertanto, "La sovranità politica, senza la sovranità monetaria, non esiste".
Se prima le citate parole del compianto Prof. Auriti davano un qualche spiraglio per improntare una azione di rivendicazione della sovranità monetaria presso i reggenti dell'euro sistema, oggi, dopo l'evasione della richiesta posta dall'On. Marco Scurria, la questione non può nemmeno essere più posta all'ordine del giorno poiché la risposta è stata già data. Secondo Olli Rehn, infatti, la proprietà della moneta all'atto dell'emissione spetta all'euro sistema.
Quindi, senza operare ulteriori digressioni da azzeccagarbugli, l'unica strada percorribile è uscire dall'euro. A ben vedere, però, neanche questo sarebbe possibile poiché non è stato previsto alcun meccanismo di uscita dalla moneta unica. "Stracciare gli accordi", come suggeriscono alcuni estremisti, comporterebbe danni inestimabili sia sul piano economico sia sul piano delle relazioni internazionali. 
Vi sarebbero infatti tutta una serie di conseguenze catastrofiche negli scambi commerciali ecc. Intanto, nell'attesa di poter tornare a battere moneta per conto proprio,  potrebbe risultare assai utile affiancare all'euro una moneta complementare che abbia le caratteristiche del SIMEC di auritiana memoria. Con ciò si stimolerebbe la ripresa di un paese sull'orlo del collasso incentivando gli acquisti e le vendite al dettaglio. In prospettiva, invece, c'è da riprogrammare l'agenda economica in modo tale da risultare più funzionale alle necessità della popolazione e meno dipendente dai capricci dei rentiers.
L'unica strada da seguire è quella dell'uscita dall'Unione Europea, poiché allo stato dei fatti non esistono condizioni accettabili per rimanerci.
Infatti, l'art. 50 del Trattato di Lisbona prevede la possibilità per uno stato membro dell'U.E. di uscire unilateralmente.
Solo in un secondo momento si potrebbe eventualmente rinegoziare un'eventuale rientro, dato che esistono paesi che, pur facendo parte della UE, non hanno adottato la moneta unica. Basti pensare al caso eclatante della Gran Bretagna. E se non l'hanno fatto loro avranno avuto un'ottima ragione per rimanerne fuori. 
© ♚Pierre

lunedì 30 aprile 2012

Ripudio totale o farsa?

"L'Italia ha messo in conti in ordine": così ripetono incessantemente le sirene giornalistiche a libro paga del Capitale. Eppure, ciò nonostante, lo "spread" sul nostro debito rimane a livelli stratosferici. La cosiddetta manovra "salva-Italia", altro non è che una manovra assolutamente depressiva. Qualcuno, in vena di scherzi, l’ha ribattezzata: "Manovra Affossa-Italia". I paesi a bassa crescita come il nostro non potrebbero mai sostenere una tale batosta. E questo i "mercati" lo sanno. Inoltre, è proprio il meccanismo debitorio che non lascia altri spazi di manovra.
"Gli interessi divorano il capitale": questo lo diceva pure mia nonna. Un aumento di capitali dell'EFSF o del suo futuro clone ESM (Europea Stability Mechanism) non serve a nulla se non si conosce il modo in cui questi verranno impiegati. Anzi, a ben vedere, la sottoscrizione di questo accordo capestro espone l'intero paese ad un ulteriore esautorazione delle proprie funzioni, in favore di un'organizzazione finanziaria intergovernativa
E, comunque vada, si tratta sempre di soluzioni-tampone che non risolvono alla radice la questione.

La domanda allora sorge spontanea: che fare per evitare il tracollo finanziario e, successivamente, anche quello economico? Premesso che i "mercati" ci indicano di credere sulla seria probabilità che l'euro crolli, e pertanto continueranno a "sfidare" l'Italia sul fatto che non sia in grado di pagare il suo "debito sovrano" come bisogna comportarsi? L'Italia è diventata ormai il banco di prova dell'euro. Se l'Italia cede il crollo dell'Euro è sicuro.
Il refrain che ci sentiamo ripetere è che abbiamo contratto un debito enorme e che dobbiamo onorarlo. Messa in questi termini la questione non può essere elusa, anche perché l'insolvenza non è un buon "biglietto da vista" per chiunque, figurarsi per uno stato sovrano. Chi chiede un prestito deve onorarlo. Su questo non ci piove.  Ma sarebbe superficiale soffermarsi su questa semplice apparenza. Vediamo perché.
Vi sono varie teorie al proposito. Tutti (o quasi) sostengono che il debito vada onorato. Ci si divide solamente sul modo in cui saldare il debito.
I "mercatisti" sostengono che il debito - siccome è stato contratto dallo Stato - a lui spetti pagarlo. Se può lo deve pagare, se non può (perché non ha le risorse) deve comunque assicurare la solvibilità di un emittente sovrano. Quindi le ricette proposte sono: cartolarizzazioni, drastica riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni,  messa all’incanto di beni demaniali, improduttivi ed inutili ecc.  Altri, invece,  sostengono che il debito sia di "tutti", quindi debbano essere i cittadini ad onorarlo, magari istituendo una tassa patrimoniale, proporzionale ai propri averi.
Nessuno però si cimenta nel trovare soluzioni alternative e, perché no,  anche fuori dal comune. Luca Abete a Ballarò ha sostenuto quest’ultima tesi. La via della rincorsa alle manovre con lo spread che sale  non servirà a riavviare l’economia ma ad affossarla ulteriormente.
Le Banche italiane sono in una condizione di persistente sofferenza e non possono resistere a lungo all’innalzarsi dello spread.  Non esiste, infatti, solo la strada mercatista secondo cui chi ha contratto i debiti li paga (se può) o, al limite, occorre assicurare la "cosiddetta" solvibilità dell'emittente sovrano.
C'è anche la strada di chi il debito lo respinge o, meglio, lo ripudia, poiché non è esatto affermare che sia stato il "popolo" ad indebitarsi... ma, invece,  chi lo ha contratto a suo nome... E se, chi l''ha contratto, legittimamente o illegittimamente, non è in grado di onorarlo, è giusto che venga messo alla sbarra, con tutto ciò che una tal cosa comporta sul piano giuridico e legale.

In vero questa strada non è affatto nuova. E' una strada antica, percorsa molte volte, dal Medioevo (ed anche prima) in avanti, anche se in circostanze e modalità del tutto diverse rispetto a quelle attuali. 
Illustri regnanti hanno fatto fallire fior di banche sol perché non erano in grado di pagare l'alto tasso di interesse che queste ultime praticavano. Il fallimento della Compagnia dei Bardi a Firenze, nel 1345, per insolvenza di sua maestà britannica, Edoardo III, è un esempio da manuale. La città di Genova fece il primo esperimento di ripudio totale del debito sovrano tra il 1200 e il 1300. All'epoca bastava sostituire il banchiere e il gioco era fatto. Certo esisteva anche il problema di ricostituire la credibilità perduta… Ovvio che una tal cosa, in specie quando il debito era stato contratto consapevolmente da regnanti senza scrupoli, non deponeva bene per chi lo metteva in pratica. Ma il  tempo aggiustava tutto, si svalutava e si andava avanti.  E, dunque, si potrebbe eccepire che, oggi, nell'era dei mercati globalizzati, il gioco riesce assai più difficile rispetto al passato, ma non per questo impossibile.  Oltre all'Argentina si potrebbe citare un altro caso assai più interessante.

Nel 2008 l'Islanda si è trovata al centro di una grandissima crisi di solvibilità.  Le tre banche principali dell'isola, dopo aver promosso una campagna finanziaria a base di Junk-bond fallirono, ragion per cui vennero nazionalizzate. Occorre sottolineare che queste banche hanno subito una politica di "deregulation finanziaria", in virtù  della quale avevano la possibilità di emettere i cosiddetti titoli spazzatura, al fine di indurre fondi di investimento a sottoscriverli, con l'attrattiva di riscuotere alti tassi di interesse.  Queste banche private dovevano moltissimi miliardi ad alcune  banche britanniche ed olandesi. L'ammontare della cifra superava di svariate volte quello del Prodotto Interno Lordo dell'intero paese nordico. Il guaio fu che il governo Islandese si rese garante delle banche private, ragion per cui il governo giunse alla bancarotta. La corona islandese,  di conseguenza, crollò. Come sempre accade in questi casi arrivò l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale che concesse fondi per l'importo di tre miliardi e mezzo, chiedendo in cambio durissime manovre finanziarie. Qui accadde un fatto inconsueto per noi popolo di "pecore": la gente scese in piazza e, dopo tre giorni di civile e democratica protesta, costrinse il Primo ministro del governo, Geir Hilmar Haarde a dimettersi. Il nuovo esecutivo socialdemocratico - presieduto da  Jóhanna Sigurðardóttir – ripropose in altra salsa la solita manovra finanziaria (tre miliardi e mezzo), con una salatissima tassa patrimoniale del 5,5% per 15 anni a carico dei contribuenti; al che il popolo islandese scese nuovamente in piazza. A quel punto e, precisamente, nel marzo del 2011,  il presidente della repubblica,  Olafur Grimson, decise di indire un referendum popolare. Tutta la stampa internazionale gridò allo scandalo, ma gli islandesi non si fecero intimidire e andarono avanti sulla strada che avevano deciso di intraprendere. Il risultato fu strepitoso: il 93% (udite, udite!) dei voti espressi risultò a favore del ripudio totale del debito da insolvenza causato dalle banche private. In parole povere, gli islandesi hanno detto, senza se e senza ma, NO alle richieste del FMI;  e se il Presidente del consiglio precedente pensava di dover comunque onorare il debito, ciò avrebbe significato per il popolo che anche lui andava messo alla sbarra. Tanto che anche il nuovo esecutivo viene costretto a dimettersi. Con un altro referendum gli islandesi si sono nuovamente (sebbene con una percentuale di adesione più bass) espressi in favore del ripudio del debito. In più, si è aperta una nuova fase costituente dopo quella avutasi dalla indipendenza dalla Danimarca.   La nuova costituzione si forma con il contributo di 25 cittadini estratti fra centinaia di persone mai iscritte a partiti, e quindi estranei alla politica. 
Costoro hanno riscritto la costituzione tramite consultazione collegiale su svariati testi  attraverso il Social network! Una rivoluzione, dunque, realmente democratica e  popolare.
Purtroppo, però, anche questa volta, il popolo è stato sonoramente gabbato.
Infatti,  le cose sono andate assai diversamente da come vengono raccontate sui mass-media.
Il debito estero, dunque,  non è stato  ripudiato, così come ci viene raccontato da più parti e come richiedevano gli stessi cittadini. L'Islanda sta tuttora ripagando il suo debito! Nel contempo, però,  (questa è la nota positiva) si aperto un processo contro il presidente consiglio precedente, reo di aver permesso di condurre il paese allo sfascio.
Rimane da dire che comunque all'atto pratico - all'atto della contrattazione . - parte del debito sia stato già pagato. Purtuttavia, la differenza tra noi e loro è abissale; in quanto noi italiani non stiamo decidendo alcunché! Come per l'entrata nefasta nell'Euro, così per il Fiscal Compact, l'ESM, l'assurdo del pareggio in bilancio scritto nella Costituzione.
Intanto, prosegue il percorso partecipativo, con la nuova costituzione ormai pronta, nuove piattaforme online per la democrazia diretta ed una più equa distribuzione delle ricchezze.
Questa è la via maestra da seguire per uscire dal tunnel depressivo in cui siamo tragicamente piombati. Possibilmente, però, senza pagare un debito che non è stato contratto con il consenso consapevole dei cittadini.

martedì 31 gennaio 2012

Il rigore non serve a nulla

Nonostante le parole rassicuranti di Mister Mario, secondo cui, “l'Europa è seduta sulla roccia”, conviene essere assai prudenti, soprattutto dopo l’opting out della Gran Bretagna;  appunto perché non esiste ancora un meccanismo cooperativo adeguatamente finanziato e sufficientemente tempestivo, in grado cioè di evitare il prossimo default della Grecia e, successivamente, anche quello del Portogallo. Dopo le continue consultazioni ai vertici europei nulla è cambiato. L’eurozona e il FMI stanno lavorando, di comune accordo, alla creazione di un fondo – salva stati, una sorta di “ombrello” in grado di salvare il salvabile. Intanto i rendimenti dei titoli portoghesi lievitano paurosamente, poiché gli investitori vogliono vederci chiaro su come sarà pilotato il fallimento greco. L’inflazione tedesca scende, seguendo il mefitico trend europeo. Paul Krugman, dal canto suo, fa una interessante riflessione secondo cui Gran Bretagna e l’Italia, ad una distanza eguale rispetto all’inizio della crisi, fra il 2007 e il 1929, mettendo su assi temporali, i medesimi periodi di tempo, dimostra come entrambi siano molto al di sotto circa i famigerati “punti di ripresa del PIL” rispetto al 1929. Il rigore per il rigore, in pratica, non serve a un cavolo. Altri sono i probemi, ma tutti fanno finta di guardare da un'altra parte.

venerdì 16 dicembre 2011

Pronostici pessimi

L'emergenza dell'euro-area continua.  Ieri, le previsioni del centro studi di confidustria hanno tracciato un  quadro catastrofico circa il PIL degli anni a venire. Si perderanno più di 800.000 posti di lavoro... Per senso di responsabilità prima che qualche banca entri in emergenza per una crisi di liquidità occorre cambiare rapidamente sendo di marcia. Se la vecchia europa dovesse ricorrere al FMI allora sarà la fine.

venerdì 9 dicembre 2011

Compleanno


Sono passati quattro lustri dalla creazione dell’Europa monetaria e di acqua sotto ai ponti ne abbiamo vista passare moltissima. Allora, a Maastricht, c’erano solo dodici Paesi. Oggi siamo a quota ventisette e, probabilmente, domani si raggiungerà quota ventotto con l’allargamento dell’Europa alla Croazia. Ma proprio in questo momento l’edificio europeo potrebbe collassare. Chi se ne intende ci suggerisce che i politici accettano misure drastiche solo quando si aprono davanti a loro le porte dell’abisso.

Correva l’anno 1992 e, a Palazzo Chigi, sedeva Il dottor Sottile, designato da Oscar Luigi Scalfaro per mettere a posto i conti: 93 mila e duecento miliardi di vecchie lire tra prelievi fiscali, tasse e balzelli vari. E fu solo l’inizio di una lunga serie di finanziarie “lacrime e sangue”, che prelevarono tutto quanto il prelevabile onde consentire il rispetto dei parametri di Maastricht, indispensabile per farci entrare nel Club di Eurolandia. Chi pagò? Pantalone, come sempre.


Intanto, Prodi e compagnia bella spacciavano l’euro come fosse una pepita d’oro.

Massimo D’Alema il sedici novembre 1998 dixit:

“Dobbiamo sfruttare nel migliore dei modi i grandi vantaggi che ci porterà l’euro: dalla stabilità alla spinta verso lo sviluppo economico, fino alla bassa inflazione e alle opportunità di crescita”.



Anche Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica, nonché Governatore della Banca d’Italia, il 7 febbraio dell’anno 2000, ad una delegazione di imprenditori italiani in visita al Quirinale, ebbe a dire:

“Vi ricordate quanto si pagava in più di interessi rispetto ai concorrenti europei? Prima dell’euro lo stato italiano era considerato un debitore meno affidabile di altri stati. Ora siamo credibili quanto gli altri”.

In tutto questo tempo, però, noi comuni mortali di crescita ne abbiamo vista poca e la credibilità è venuta meno. Le uniche cose che abbiamo visto crescere sono gli sprechi improduttivi e gli scandali a catena del dopo-tangentopoli. Il cambio sfavorevole, sin dall’entrata nell’euro, ci ha portato a spendere meno, ancor prima che si verificassero le crisi. L’euro avrebbe dovuto portare in Italia meno inflazione, tassi di interesse più bassi, e, soprattutto, riempire la voragine del debito pubblico. Per non parlare dell’Euro-tassa che doveva metterci in linea con il resto dell’Europa. Che ne è stato di tutto questo? Adesso, con la crisi in atto, siamo sull’orlo del baratro. Cosa dovrebbero capire i nostri politici?

Facciamo un po’ di storia. Il progetto di Eurolandia è nato nel segno dell’ambiguità. Si è costruita un’entità astratta, senza un governo politico unico, che nascondeva la forza della Germania e la debolezza della Francia. E, dotandosi di una moneta unica, l’Europa ha voluto giocare la sua partita tra i pesi massimi del mondo, comprese le economie emergenti. Per questo traballa ancora sotto i colpi del "mercato", e non riesce a reagire, rimanenendo nell'angolo. Così si direbbe o, meglio, così ci dicono.
”L’ Europa è cresciuta" – ci dicono. Certamente, ma a che prezzo e, soprattutto, in che senso?
Siamo davvero competitivi nell’ambito mondiale? Il problema del debito sovrano non investe solo i paesi mediterranei come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. Il problema del debito è alla base di questa costruzione monetaria, che non fa l’interesse del popolo, ma delle sue oligarchie finanziarie. Il debito pubblico è una zavorra che si auto alimenta, diventando, via via, insormontabile.
La crisi che sta investendo l’Europa è dovuta principalmente (ma non esclusivamente) al declassamento dei titoli statali del debito pubblico. Ma andiamo per ordine.
Lo Stato per venire incontro alle sue esigenze monetarie emette titoli di stato che vengono scontati dalle banche. Successivamente questi titoli vengono messi in borsa e quotati dalle famigerate agenzie di rating. Quando le banche intendono alzare i tassi di interesse, spediscono le proprie “veline” alle agenzie di rating, che, a loro volta, declassano i titoli di stato in questione. Dopo di che gli stati colpiti da giudizi negativi sono costretti – obtorto collo – ad accettare le condizioni capestro a tassi più elevati. Quando si supera un certo limite (rapporto debito/Pil), arrivano le autorità monetarie europee, spediscono “lettere intimidatorie” agli stati insolventi per indurli a più “miti consigli”. Se gli stati non recepiscono le “informative europee”, le oligarchie finanziarie mandano i loro emissari nei paesi disobbedienti per metterli in riga. Questa è – in estrema sintesi – la situazione attuale, ragion per cui, se l’alternativa è “la borsa o la vita”, meglio propendere per la seconda.
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