sabato 27 ottobre 2012

Democrazia e "progresso"...

Repliche Tradizionali  alle tesi democratiche"di Pierluigi.






Lasciando da parte l'oziosa questione filologica (δῆμος (démos) e κράτος (cràtos) che aggiungerebbe altra carne a cuocere, vale a dire incomprensibili orpelli ai lettori, occorre passare immediatamente alla materia di cui si vuole trattare.  Le parole hanno un senso per chi le comprende, per altri rappresentano una zavorra che finisce per appesantire e, dunque, complicare il discorso.  Tuttavia, siamo consapevoli -in un certo senso- dell’impraticabilità della democrazia. Non si sta sviluppando quello che sembrerebbe essere il portato naturale di questa consapevolezza. Mi pare di notare, a differenza di Pierluigi, una forte ripresa dei temi democratici. Basta girarsi intorno per notare il "fiorire" di tutta una serie di conferenze e dibattiti intorno al tema. Questo dato di fatto - evidentemente - la dice lunga sullo stato di paura che sta invadendo le classi dirigenti. Questa constatazione - che è apparentemente contraddittoria - mi porta ad affermare che dovremmo parlare di democrazia non come una cosa inerente al diritto sociale, ma come un’aspirazione, poiché essa - in concreto - non s’identifica (né mai s’identificherà) con una realtà compiuta. Ma facciamo un passo indietro. 


Breve Storia della Democrazia.






Il mondo antico romano ha avuto un'esperienza di élites molto duratura, prima fra tutte veniva il Senato romano, nonostante le continue proscrizioni e i gonfiamenti intenzionali (pensiamo ai 900 senatori nominati da Cesare). Altro esempio era quello delle grandi famiglie ateniesi,  nei due secoli compresi fra Solone, iniziatore del modello democratico, e la caduta di Atene nel IV sec. A.C. 
Nella Grecia antica la gestione della polis avveniva, di solito, entro uno spazio pubblico delimitato, nel quale i cittadini più importanti potessero discutere. Un esempio pratico era  l'agorà in Grecia, o il forum della Repubblica Romana.

Da un punto di vista etimologico, politica significa gestione della polis, ovvero della comunità.
L’ambito fisico è stato sempre quello delle città. Secondo Aristotele le dimensioni di una città non dovevano essere rilevanti. 

L'ampliamento della cittadinanza ai non possidenti, che differenzia nettamente il modello di governo ateniese da quello spartano, era intrinsecamente legato alla nascita dell'impero marittimo ateniese.  Impero che i "marinai democratici" concepivano come un universo di "sudditi"; cioè come popoli da spremere come limoni... Questo fatto sfata il mito secondo cui gli Ateniesi fossero più buoni dei cugini Spartani.
 Il vincolo di solidarietà con gli alleati di Atene veniva considerato come l'allargamento del modello democratico alle città, dove dunque c'è una minoranza di possidenti che lo accettava e lo difendeva. Tuttavia, questo modello non era per nulla automatico né indiscriminato.  Basti ricordare che la popolazione libera era di circa 30.000 maschi adulti, ma non più di 5000 parteciparono all'assemblea decisionale. A ogni buon conto, i problemi da esaminare dovevano essere discussi in modo diretto, con un certo grado di familiarità fra i cittadini stessi. Quindi, una città che avesse dimensioni modeste - non piccolissime però – era l’ideale. L’estensione della cittadinanza ai non residenti rappresentava un carattere molto preoccupante che allora poteva essere facilmente arginato, mentre oggi è assolutamente preponderante e incontrollabile.
Fin dall'antichità la democrazia era considerata come la forma di governo della massa che ignora i suoi limiti, senza alcun valore degno di nota, egoista, individualista, estremista, arrogante e instabile e perciò facile preda dei demagoghi. 
Era sì la democrazia un modello, ma un modello essenzialmente negativo, una disgrazia insomma. Per dirla con Platone la democrazia era la diffusione di quella libertà sfrenata ed arbitraria che nelle oligarchie è appannaggio di pochi.
Scena tratta da "I cavalieri" di Aristofane
 "La democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato anziché educato. Un tal governo non si da alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna tendere per prepararsi alla vita politica ma onora chiunque che si professa amico del popolo".  Platone 


A tal proposito occorre annoverare una celebre commedia di Aristofane (i cavalieri), dove Due servi del Popolo, disprezzano un terzo servo, Paflagone, poiché quest'ultimo si è assicurato i favori del padrone con un comportamento ipocrita e adulatorio.  
Aristotele riteneva che la democrazia - come forma di governo - fosse preferita dal popolo perché i poveri rappresentavano la maggioranza, e dunque potevano aver facilmente ragione sui ricchi.

Scorrendo le pagine ingiallite dei libri di storia si scopre che la democrazia è piuttosto un mezzo: ma affermare che sia solamente tale è un errore grossolano. Farlo diventare un fine è forse - come vedremo più avanti - una necessità per i cosiddetti poteri forti. 
Al popolo la democrazia viene perdonata...per il noto principio secondo cui "nessuno è sfavorevole a se stesso"... ma a un benestante essa nuoce gravemente, e non solo ai suoi averi...
Se si considera che un personaggio come Pericle per un verso è giudicato da Tucidide come un personaggio che anti demagogicamente guida il popolo e per converso da Platone come il corruttore del popolo si coglie benissimo in questa contraddizione la difficoltà per gli analisti e gli storiografi di sciogliere il dilemma: guidavano o erano guidati? 
Tucidide fa dire a Pericle nell'epitaffio che ad "Atene governa la legge". E questo rende la democrazia diversa da tutti gli altri sistemi. Senofonte, viceversa, nei "Memorabili" gli fa dire il contrario.  In democrazia - in ultima analisi - è la volontà del popolo che conta al di sopra della legge.  E comunque a ben vedere è la forza della demagogia ad avere l'ultima parola! 

Il concetto di Libertà


In primo luogo, occorre sottrarre il vago concetto di libertà (libertà per, da, in, con, su, per, tra, fra) a quello incrostato di "democrazia", per riportarlo alla sua origine precipua, attraverso alcuni percorsi che s’intrecciano e si dividono in successione.
Vorrei ricordare (non solo a Pier luigi ma anche a Tullia) che il concetto di libertà ha a che fare con una dimensione individuale e non collettiva. Inizialmente, la parola "libertà", in tutte le lingue indoeuropee, ha a che vedere con una crescita spontanea persino dei vegetali e degli animali, con qualcosa che non è impedito naturalmente.
Mi piace inoltre mostrare l'idea di libertà come conquista.  Il poeta Tirteo cantava che si è liberi solo se si è capaci di sopportare il sangue e la strage.
Ciò rinvia a una radice biopolitica. In altre parole, la libertà è assai rischiosa, tale che spetti solo agli eroi. Viceversa, merita di servire chi per viltà o indifferenza vuole conservare la propria vita, anche a discapito della propria libertà; oppure chi preferisce essere volontariamente un servo, barattando i propri favori per ottenere un vantaggio materiale.
Questa di barattare la sicurezza economica con la libertà è una dimensione che non è ancora scomparsa. Anzi, la ritroviamo, sotto svariate forme, assai praticata anche oggi... magari in una forma del tutto inconsapevole.

In tutta la tradizione antica, il diritto di guerra prevedeva una sorta di apertura di caccia, per cui le città conquistate erano messe a ferro e fuoco, le donne violentate o prese come schiave e gli uomini  abili alle armi uccisi. Secondo la Tradizione romana del "Parcere subiectis et debellare superbos" si assimila chi si sottomette e si uccide chi non lo fa.  Sul piano teorico si è discusso a lungo nell'ambito della filosofia su questa dialettica servo-padrone e si è parlato pure del rapporto di signoria e servitù. Quindi, in definitiva, la libertà non è per tutti; essendo per molti un pericolo, il concederla non rappresenta una virtù, ma una colpa.

La situazione odierna 


Oggi parlare di democrazia, essere democratici, vivere la democrazia sono le argomentazioni classiche che quasi tutti i partiti (anche quelli cosiddetti radicali) promanano a destra e a manca. Gli slogan sono quasi gli stessi: "Lavoro per tutti" (e fin qui nulla da dire...), "più diritti per tutti", "più potere al popolo" (qui qualcosina la direi...) più potere agli enti locali, meno stato, più servizi ecc. Parole come "libertà", "uguaglianza", "pluralità", sono oggi, come non mai, sulla bocca di tutti i politici occidentali: ma qual è il margine in cui il loro utilizzo retorico trapassa il lezioso esercizio demagogico e populista? Siamo davvero convinti di vivere in una civiltà democratica, nel senso etimologico del termine, di "governo del popolo"? Personalmente credo di no. Il nuovo ordine mondiale assomiglia oggi a una Tecno-oligarchia. Qualcuno potrebbe sostenere che "il vecchio stenta a morire e il nuovo stenta a nascere". Ma che cosa stenta a nascere per costoro? Semplice: stenta a nascere la sopranazionalità, cioè una democrazia sovranazionale. La Costituzione Europea è proceduta attraverso un’iperproduzione di norme, procedure e una crescita dell’esautorazione giuridica nazionale e, soprattutto, costituzionale. Il tutto a scapito della volontà popolare. Intorno a questo sviluppo abnorme delle istituzioni comunitarie si sono sepolte le identità nazionali ed etniche e tradizionali.
Ciò evidentemente sposta il baricentro della discussione in altro ambito che qui non esporrò.
In merito a quest’ultimo punto possiamo sostenere, senza tema di smentita, che mai quanto oggi si sente parlare di localismo e autonomie locali. 
Oggi, proprio quando il centralismo non è mai stato tanto oppressivo, si sente "stranamente" l'esigenza della municipalità, dell'indipendenza, del regionalismo e della federazione.
Cui prodest?
Nell’era odierna, fortemente urbanizzata, tutto ciò è impraticabile. L’urbanizzazione rappresenta una mefitica aberrazione della civificazione. Tale situazione ha reso inintelligibile la vecchia dialettica che era presente fra la città e la campagna, inghiottendo la “personalità” di quest’ultima, smembrandola e togliendole la sua antica dignità. I ceti contadini sono stati i grandi sconfitti durante i processi di “modernizzazione economica”. Tali processi hanno portato all’annichilimento delle tradizioni più sane, costringendo all’esodo migliaia di persone che – obtorto collo – hanno dovuto accettare lo sradicamento dal paese natio per affrontare la nuova ventura nelle città.

Da questa spersonalizzazione dell’umanità la città ha assunto un carattere tipicamente parassitario.
In tale ambiente si sono sviluppati i “germi” anti tradizionali come l’individualismo, la perdita dei valori spirituali, l’interscambiabilità dell’uomo con la donna, l'abbandono della terra natia, la spersonalizzazione del lavoro, l’alienazione dell’uomo rispetto al mondo, la riduzione dell’uomo a merce, a mero consumatore di prodotti. Ad accentuare il discorso sulla crisi dei partiti tradizionali concorre un'altra tendenza fondamentale: il declino della sovranità nazionale. Declino che sta conducendo all'evanescenza dei confini territoriali entro cui le democrazie moderne sono state impiantate. Se i confini delle entità statali vanno sfumando, le democrazie contemporanee saranno costrette gioco-forza a trasferire tutti i loro poteri verso entità sovranazionali, contraddicendo e negando qualsiasi specificità. Inoltre per continuare nel loro cammino, i governanti "democratici" dovranno, consegnare le chiavi delle loro casseforti (assets, beni pubblici, fonti di ricchezza reali), nelle mani della finanza internazionale che, dopo averle private della sovranità monetaria, passeranno all'incasso.  Nel nuovo contesto storico e tecnologico la perdita delle sovranità nazionali (che guarda caso erano motivo di orgoglio e rivendicazione al sorgere dei primi stati nazionali) adesso rappresentano un ostacolo sulla strada del Mondialismo globale. 
A questo devono aggiungersi le note considerazioni circa il sistema applicato dalle Banche nei confronti dei governi.
Aveva ragione Pound, quando asseriva che i politici odierni sono solamente “i camerieri dei banchieri”. La crisi Argentina è una delle tante palesi dimostrazioni. La sovranità politica senza di quella economica è una falsa sovranità.
E’ fin troppo ovvio che fin quando le oligarchie finanziare detteranno la loro legge, le cose non potranno che peggiorare. La proprietà della moneta deve essere attribuita a chi l’accetta, non a chi la emette, perché è lo stato che crea il valore monetario e il lavoro del suo popolo ne certifica la validità e la proprietà.

Ma torniamo alla domanda: a chi giova tutto questo?

E’ fin troppo evidente. Alle oligarchie finanziare... a chi se no?
Allo smembramento degli stati nazionali seguirà la creazione di piccoli stati regionali… i quali non avranno altra ragione se non quella di “servire” meglio il Governo Mondiale. E' una questione arcinota agli analisti della globalizzazione e della politica mondiale.


Credo che la convinzione generale di "essere liberi" sia un’illusione, non più di quella sottesa alla molteplicità che è giocata nella rete di Maya. Guardiamo ai fatti storici. L’Occidente è passato dalle punizioni corporali e dal supplizio in piazza a forme di potere non coercitive, nel senso che il dominio si esercita anziché sul corpo, sugli spazi e sull’Inconscio Collettivo (che è comunque un topos). Michel Foucault descrive molto bene il passaggio dal supplizio pubblico, esposto al generale ludibrio, - ma anche a pericolose forme d’identificazione con il condannato- all’universo privato della pena penitenziaria. (Se t’interessa ti consiglio di leggere l’opera di M. Foucault: Storia della Follia nell’età classica, Sorvegliare e Punire, nascita della clinica). Non si è trattato di "garantismo" o di "umanesimo". Secondo Foucault, il pubblico medioevale che assisteva in piazza alle torture finiva per identificarsi con il condannato, e questo era molto pericoloso per il Re. Il penitenziario ha essenzialmente lo scopo di rendere "privata" la punizione, al riparo dei pericolosi meccanismi d’identificazione delle folle (fenomeni proiettivi di questo tipo accadono anche ai nostri giorni, quando molti giovani hanno la tendenza ad emulare la devianza, vedi il caso dei lanci di sassi dai cavalcavia, o l’immaginario violento e guerriero degli hooligans). Sostengo, d’accordo con Foucault, che noi siamo più "civili" delle società che applicano la legge del taglione, non perché più illuminati, ma perché grazie alle scoperte delle tecnologie mediatiche siamo riusciti a passare dalla platealità ridondante dei pubblici supplizi, a un controllo morbido – ma continuo – che si esercita a livello sublimale.

Davvero siamo convinti che l’unico fine dell’apparato pubblicitario sia quello di vendere i prodotti? Guardiamo alla realtà: i media fabbricano i desideri e le opinioni. A cosa pensiamo che servano ad esempio le scienze umane, come la psicologia e la sociologia? Ad esercitare il controllo ossessivo ed ininterrotto dei comportamenti sociali. L’uomo moderno è irreggimentato da codici di comportamenti, che non percepiamo, perché colpiscono l’inconscio, l’immaginario. Pensiamo ai "valori" mediatici che ci sono inculcati fin dall’infanzia, il successo, la popolarità, ecc. Siamo codificati anche nelle nostre (false) trasgressioni, che diventano un altro momento di massificazione conformistica: lo avevano già insegnato i Greci con i Saturnali e il ritorno alla Notte Cosmica, all’Indistinto Primordiale, dove tutto ricomincia dall’inizio, e si annullano le differenze sociali. Quest’ossessione collettiva per il sesso e la pornografia, le adunate di piazza (che si tratti di curve del tifo o di Festivalbar), il mito della velocità e l’ebbrezza in discoteca… I criminologi sanno benissimo che nelle metropoli è utile lasciare delle "zone d’ombra", (di solito nelle periferie) per far si che siano utilizzate alla catarsi delle pulsioni distruttive (eh sì, perché puoi "normalizzare" finché vuoi, ma non puoi sublimare tutto…).
Mi permetto anche di proporti una chiave di lettura diversa, da quella che hai fatto tua, al riguardo della presunta estraneità alla cultura occidentale del nazismo e dello stalinismo.  premesso che non condivido l’equiparazione assiomatica del comunismo al nazismo, che era stata avanzata dal primo Nolte, ma anche lui, ultimamente ha ritrattato questa tesi), sostengo che il nazismo e lo stalinismo sono fenomeni non marginali, bensì attinenti ed omogenei alla cultura occidentale.

 Mi permetto di rimandarti alla Dialettica dell’Illuminismo di Theodor W Adorno ed Max Horkheimer, in cui viene colto un filo rosso, il nesso tra la Ragione dei Lumi ed Auschwitz. Dal sogno prometeico del dominio sulla natura, la Ratio illuminista espunge da sé qualunque ostacolo alla realizzazione dei suoi scopi (Dio, la morale). In breve si passa dal dominio sulla natura, al dominio sull’uomo. La Ragione dopo aver desacralizzato il Mondo, e sottomesso la natura ai suoi voleri, si trasforma in Ragione Strumentale, che si muove unicamente sulla linea di demarcazione causa-effetto. Il passaggio al Totalitarismo è breve: tutto quello che impedisce la realizzazione del profitto dev’essere rimosso.
Il Nazismo aveva un elemento pagano, ma comunque il paganesimo germanico (come pure quello greco), rientra nell’immaginario mitico dell’Occidente, ed è dunque un suo derivato. Il Nazismo, inoltre, era un coacervo di elementi ideologici: c’era senz’altro la parte pagano-occultista.  Era presente accanto a questa, però, anche la deformazione del Razionalismo Illuminista di cui ho parlato sopra. Un esempio tipico di questa degenerazione era proprio la Soluzione Finale, con la sua glaciale razionalità che ha mandato alle camere a gas otto milioni di ebrei. In questo caso, l’Olocausto diventa quasi un problema contabile, di dover "gasare" il giorno un certo standard di prigionieri, perché è funzionale all’ottimizzazione degli spazi. In questo puoi vedere all’opera la mostruosa deformazione della Ragione strumentale: "Quanti prigionieri gasare per arrivare all’optimum…”.
Non sono d’accordo con te, quando identifichi, di fatto, l’Occidente e il Cristianesimo. Infatti, è proprio l’avvento dei Lumi, e la scristianizzazione dell’Occidente ad aver prodotto quell’altro fenomeno storico che è stato il comunismo. Questo sistema politico nasce in Germania, non nella Russia asiatica, o in India. Marx, del resto era un ammiratore dell’Illuminismo, di cui si considerava un degno epigono. Anche il totalitarismo comunista (ripeto che continuo a mantenere la distinzione tra Marxismo, Leninismo e Stalinismo) come il nazismo sono quindi figli dell’Occidente, più in particolare della degenerazione sanguinaria illuminista.
Concludendo, amico mio, non sono d’accordo con te sulla cultura liberale e libertaria dell’Occidente "democratico". Noi non siamo più liberi, ma solo controllati meglio…

©  ♚Pierre

martedì 23 ottobre 2012

La salute della democrazia

Prendo spunto dall'arguto commento di Tullia per scrivere su un tema che mi è tanto caro:  la democrazia 


Diagnosi

La democrazia è sicuramente malata, infestata da virus malefici che ne minano continuamente la  salute in modo tale da renderla quasi irriconoscibile. Il suo volto appare emaciato, il corpo anoressico,  la pelle verdastra, l'iride giallastra, il suo umore assai catatonico e depresso. La sua andatura è claudicante, sovente soggetta a rovinose cadute... Questo è - in estrema sintesi - il suo stato di salute attuale.

Definizione


La sua definizione nel suo secolare incedere nella storia si è arricchita - via via - di aggettivi: diretta, rappresentativa, formale, sostanziale, liberale, sociale, ecc. La democrazia è in effetti una concezione giuridica che mette al primo posto l'eguaglianza dei cittadini, l'attribuzione a questi ultimi non solo di diritti ma anche dei doveri sociali e civili, coinvolgendo le istituzioni, col diretto sostegno dei cittadini.
Secondo la consolidata prassi elaborata dalla teoria anglosassone con il termine democrazia deve intendersi: "la continua capacità di risposta del governo alle preferenze dei cittadini,  considerati politicamente eguali".  

Le vicende della storia democratica moderna si svolgono con forme ed espressioni diverse, prima nella creazione dello Stato di Diritto sorto nel XIX sec. e successivamente nello stato sociale del XX sec. ed infine nello Stato Costituzionale affermatosi dopo l'ultimo conflitto mondiale.
La storia ci insegna che essa rappresenta sostanzialmente un progetto di libertà ed eguaglianza, dove, per eguaglianza, non si deve intendere (come taluni detrattori spesso tendono maliziosamente a rimarcare) la naturale differenza degli uomini, ma la sostanziale condizione di parità  di questi ultimi di fronte alla legge.
 La democrazia, perciò, lungi dall'essere foriera di ingiustizie, poiché metterebbe tutti sullo stesso piano ignorando le differenze, si erge a paladina di queste ultime, proteggendone l'integrità e mettendone a valore i frutti. 
La democrazia  - a partire dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale - assumeva un significato diverso: in polemica col recente passato, e di base per una storia futura completamente cambiata. Si trattava in effetti di costituire un assetto costituzionale politico e sociale alle cui decisioni potesse partecipare il popolo, attraverso opportune forme regolate da una costituzione. Un regime politico caratterizzato da tre elementi:

  1. l'effettività dei poteri popolari;
  2. la libertà;
  3. la consapevolezza politica necessaria;  
Tutti e tre questi elementi costituivano una rivalsa verso il passato regime politico, di semplice adesione  al   "capo".
Dalla seconda metà del secolo scorso la parola democrazia è entrata perciò nel lessico degli uomini politici fino a diventare un tema ricorrente e  ridondante, tanto inutile quanto vacuo. L'uso e, soprattutto, l'abuso della parola, è giunto ad un punto tale che essa si è trasformata  in un concetto idolatrico onnicomprensivo, sintesi di tute le cose "buone e belle", tanto che oggi, ogni paese, arretrato o meno sviluppato che sia, tende a riconoscervisi. Tuttavia,  come direbbe Pierre, "abusus non tollit usum". Occorre cioè togliere gli orpelli  inutili alla democrazia e rimanere sull'essenziale, lasciando libertà maggiore ai singoli e ai gruppi sociali minoritari. La democrazia perciò matura tra due poli fondamentali:

  1. legittimazione del governo popolare;
  2. rispetto della persona umana.
E si reputa la democrazia tanto più realizzata quanto più i due poli tendano ad avvicinarsi tra loro in un rapporto di reciproco e costante dialogo.

Detto ciò occorre allora preservare la democrazia dagli attacchi strumentali che sempre più le vengono mossi, concorrendo al suo miglioramento, individuando le storture e le cause di degenerescenza.

Le basi per ottenere una democrazia qualitativaemte elevata vanno ricercate attraverso la realizzazione di due punti fondamentali:
  1. sul piano della rappresentanza (della scelta dei governanti, della loro legittimazione, della loro responsabilità;
  2. sul piano della  partecipazione, cioè nella continuità sostanziale tra eletti ed elettori.

Il processo democratico, insomma, è in continuo divenire, ragion per cui non può mai dirsi compiuto. Per questo non bisogna abbattersi e cedere allo sconforto. 
La democrazia non attiene dunque solo al passato o, al massimo, al presente; essa rappresenta una conquista ed ha bisogno di quotidiane conferme che sappiano contrastare l'indifferenza, la disaffezione, l'apatia e lo scetticismo insiti nell'uomo, al fine di proiettarsi indenne verso il futuro La sua realizzazione concreta si alimenta nel rapporto dialettico e nel confronto di idee eterogenee che arricchisono e aumentano la partecipazione alla cosa pubblica. Le contrapposizioni, in un sistema correttamente democratico, devono essere sempre intese ad includere mai ad escludere o a creare dei ghetti di pensiero.
La democrazia, per vivere, necessita di un tessuto connettivo forte;  cioè di forti mediatori sociali che ne garantiscano la continuità, pena la discesa in campo di persone abiette e di approfittatori.  La quintessenza della democrazia si riassume nel raccordo diretto fra eletti ed elettori, senza indebite intrusioni. 
Sulla scorta di quanto appena affermato appare essenziale rendere praticabile il percorso democratico a tutti, al di là delle cadenze elettorali che, invece, dovrebbero rappresentare la fine di un percorso iniziato prima.   
Come rendere reale una democrazia formale? Come fare per ridurre ogni distanza fra elettori ed eletti, fra governanti e governati? Come favorire una democrazia permanente che nel contempo sappia rinnovarsi senza scadere in altre forme degenerescenti (populismo, plebiscitarismo, autoritarismo)?  
Questo mi pare il vero obiettivo.
La democrazia di massa non è vera democrazia, poiché tutto quanto tende alla massificazione è in effetti un processo omologante, tendente alla realizzazione del pensiero unico. 
Nelle democrazie occidentali il collegamento fra governanti e governati è stato garantito dalla presenza dei partiti politici, o da forme di associazionismo parapolitico assimilabili ai partiti stessi. In altre parole i partiti hanno operato alla stregua di canali di trasmissione e di raccordi di collegamento fra le richieste della gente e le decisione dei governanti. A ben vedere, però,  è proprio questo il campo dove oggi vengono a manifestarsi gli aspetti più vistosi di una crisi che viene direttamente a incidere sulla vita politca e sul funzionamento democratici. E proprio su questo terreno e attraverso la deformazione del consenso e la deideologizzazione del pensiero collettivo che la democrazia ha perso la sua partita più importante. Qui si sono consumati tutti gli eccessi e le degenerazioni, La democrazia è diventata partitocrazia, e la partecipazione si è trasformata in collusione clientelare e voto di scambio.
E' mancato, evidentemente, il supporto etico-morale. Ad esso si è sostituito un utilitarismo bieco e   cinico.
  Come riportare la democrazia al suo ruolo fondante nella società? Come potenziare le forme della democrazia diretta senza scivolare sulla china del populismo?
Questi sono gli interrogativi a cui la classe politica dovrà rispondere, se non vorrà collassare in un abisso senza fondo?
Altro aspetto assai rilevante nella crisi in atto è rappresentato dall'evanescenza delle sovranità nazionali. In questo quadro si sollevano tutta una serie di problemi che hanno allontanato ancor di più i cittadini dai loro governanti. Il declino delle sovranità nazionali che non si esplica tanto nella fine dei confini territoriali, quanto nella fine della sovranità politica e monetaria, è un altro aspetto assai rilevante nella crisi che attanaglia la democrazia.
Il fatto è che da alcuni lustri i partiti politici - almeno nell'area occidentale - si sono trovati nella necessità di affrontare la sfida imposta dalla presenza di una la società sempre meno ideologizzata; di una società che da un lato tende a favorire l'apatia e la disattenzione dei cittadini verso la cosa pubblica; e dall'altro aumentare il peso degli interessi settoriali e corporativi.  Per questo motivo al tramontare dell'ideologia è sorto l'interesse.
La scarsa trasparenza dei processi decisionali che danno spesso la sensazione ai cittadini di non contare un fico secco, il peso bulimico crescente assunto dalle burocrazie, i troppi esempi di illegalità diffusa, premiata e non punita, contribuiscono poi ad allargare il quadro di quelle false aspettative  della democrazia che hanno condotto nel tempo da un lato ad affievolire quello spirito di solideraietà civile su cui le democrazie dovrebbero fondarsi; dall'altro aumentare sempre più la "forbice" tra base sociale e governi, ingenerando la disaffezione e soprattutto il ricorso all'antipolitica e al qualunquismo.
Inoltre è venuta a mancare una pedagogia della democrazia. Tutte le forme di educazione dei governanti erano applicabili solo per i regimi assolutistici o  fortemente autoritari; è mancata, invece, una scuola per i governanti democratici. Questo fattore ha finito per influire non poco sull'effettiva rendita qualitativa del personale "democratico" preposto al governo del paese. Questo stato di cose invece di instillare la consapevolezza necessaria ha finito per accelerare il processo di degenerazione democratica, facilitando l'ingresso in politica di beceri arrivisti e approfittatori di ogni genere e risma.  
© ♕Pier Luigi

sabato 20 ottobre 2012

Di chi è la colpa?

Se le cose stanno come stanno direi che conosciamo già con chi possiamo prendercela. Non possiamo, infatti, attribuire a Monti la colpa di quanto è accaduto ai nostri conti, poiché Monti è stato investito dall'Europa a fare quanto sta facendo. 
Non possiamo nemmeno prendercela con Berlusconi che - a modo suo - ha fatto quel che ha fatto perché ha dovuto farlo... 
Dobbiamo, per converso, prendercela con l'Italia: paese civile e democratico, solidaristico e tollerante. Un paese che sempre ha piegato la testa di fronte al potente di turno. Forse sarebbe il caso di indagare sui motivi reali che spingono l'homo italiota ad essere sempre pronto a salire sul carro del vincitore, a cambiar casacca ancor prima che la casacca cambi colore da sola...
Si sbagliavano dunque coloro i quali credevano di poter fermare la corruzione a suon di inchieste e tintinnii di manette. La potenza mass-mediatica del Presidente-editore ha ottenuto quanto era nei suoi obiettivi. D'altronde le opposizioni non hanno saputo fare il loro mestiere e, sovente, si sono lasciate contagiare dal savoir faire berlusconiano.   Le classi dirigenti che si sono succedute nell'arco di oltre un cinquantennio sono lo specchio del paese reale che abbiamo di fronte. Non è vero che esiste un' altra Italia. E, comunque, se esiste, è assai minoritaria; si sbagliava pure chi credeva nella spinta rigeneratrice della cosiddetta "società civile", poiché non esiste una società civile distinta e, soprattutto, distante dalla nefanda classe politica che finora ci ha rappresentato.  Questo è un fatto acclarato.
La sconfitta, perciò, è abbastanza netta. Non esiste cioè una via di fuga; un modo per esimerci dalle nostre precise responsabilità, dai nostri limiti e dalle nostre debolezze.
Trovare un capro espiatorio a tutti i costi mi sembra una soluzione assai superficiale e, per certi versi, criminale. Per questo non mi convincono i complotti e ancor meno le fumoserie esoteriche presenti sui libri o sui blog.
© ♕Pier Luigi

martedì 16 ottobre 2012

Destra Sociale e poteri forti


Ancora oggi, molti, soprattutto a sinistra, nel criticare la cosiddetta “destra sociale”, usano la logora equazione Destra = poteri forti, facendo balenare l’immagine di una similitudine che nei fatti non esiste, almeno per quanto riguarda la cosiddetta destra sociale.  Altri, invece, seguendo questa scia,  evidenziano un’aporia lessicale fra il termine "destra" e l'aggettivo "sociale".

Inoltre alcuni sedicenti "fascisti", "duri e puri" prendono giustamente le distanze dalla "destra", poiché il fascismo sta  di là  dalla destra e dalla sinistra. In realtà, per andare a fondo del problema occorre prendere in considerazione non solo cosa accadde con la Rivoluzione Francese, ma anche analizzare la situazione antecedente, quella vigente durante l'Ancien Régime...
La sinistra ha sempre utilizzato questa immagine evidenziando, altresì, la dicotomia esistente fra Destra e società ed anche fra Destra e senso sociale, assimilando in tutto e per tutto la Destra al potere costituito ed anche ai cosiddetti poteri forti. Ebbene: niente di tutto questo è vero, soprattutto per quanto riguarda i poteri forti.  Eppure, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la destra sociale si è sempre caratterizzata per essere contro il Sistema e non certo a favore. Ma tant'è...

giovedì 11 ottobre 2012

Critiche e risposte

Metaeconomia

Nel riprendere il cammino parzialmente interrotto, e dopo aver sottolineato che il il post di Pier Luigi rende molte cose più problematiche, vorrei sottolineare tre punti.


1. Problemi di visione generale. Le due visuali, quella Meta-economica e quella economica, si rapportano, si collegano, si connettono, ma non si esauriscono l’una nell’altra. In particolare, la visuale politica non si esaurisce in quella religiosa. All’errore, sorto nell’area monoteistica, di una Libertà divina capace di tutto e del contrario di tutto, in sostanza “mangiantesi” tutti gli altri aspetti del Divino, in sé altrettanto legittimi (chi è poi l’uomo per dire “cosa ci dev‘essere nel Divino?”: questi zelatori onnipotenzialistici arrivano all’assurdo di voler dire a Dio cosa c’è in Lui, quando, per definizione, nel Divino vi sarà sempre di più, infinitamente di più, di quanto mente umana potrà mai concepire o immaginare), agli zelatori onnipotenzialistici la metafisica risponde con i gradi dell’Essere, con i piani e livelli dell’Essere, sottolineando come anche il più vicino a noi sia nella sostanza diverso dagli altri, e con il salvare il lato “oggetto”, senza però ridurlo alla “materia”, senza cioè cadere nel razionalismo e nel materialismo e nello scientismo moderni.
Come diceva Abd el-Kader, in risposta precisamente agli zelatori dell’Onnipotenza:
“Certo, Lui può far uscire un frutto da una pietra, ma non prima di aver mutato la pietra in un albero” (Abd el-Kader: Il Libro delle soste, Rusconi 1984, p. 146). 
Lui non forza le cose, ma le predispone. In Lui Onnipotenza e Sapienza son riflessi di un’Unica Essenza; chi oppone l’una all’altra si proibisce di vedere le cose come stanno. Siamo allora in quella che Abd el-Kader chiamava “Il dio condizionato dalla credenza”, cioè quel che si adora è sempre un aspetto parziale del Divino stesso, una sua imago. Lui accetta tale adorazione perché è il solo modo di connettersi all’umana finitezza, ma non bisogna inferire che tale imago sia Lui Stesso. Abd el-Kader, poi, giunge ad un notevole universalismo, quanto ad estensione dell’imago stessa, però aggiunge che questa non è cosa da divulgarsi, e che bene fanno i dottori della Legge a punire chi divulga queste cose. Comprendo il punto di vista di Abd el-Kader, ma è proprio qui che Auriti ha “rotto gli argini”, perché, ed è incontestabile, egli ha “rivelato” e poi  “divulgato” una teoria economica “nuova”. Ma nuova per i moderni, per coloro che si sono abbeverati alla fonte illuminista del progressismo e dello scientismo.; non “nuova ” per coloro i quali sono i “testimoni della TRADIZIONE UNA“. E condivido questo punto di vista, perché Auriti  ha “divulgato” in modo apparentemente facile; in realtà il  significato è “difficile”, dove sia i contenuti che la forma sono inconsapevolmente messi a nudo proprio per non rendere arduo il seguire. “Rivelare” non significa rendere noto (come frettolosamente spiegano i moderni) ma  significa – al contrario – propriamente “velare due volte”.  Ha dunque giustamente pensato che, prima o poi, la cosa sarebbe venuta fuori, e questo avrebbe potuto portare a grossi malintesi, e che, pertanto, era meglio “fare luce che nascondere, dove il “nascondere” era ormai un gioco di cui “non vale la candela”. D’altro canto, le autorità religiose, questa volta nel loro lato legittimo (non le “autorità” che hanno teso, e tendono, a “modernizzarsi”), nel condannare in sostanza la visione davvero esoterica, che confonde con quella pseudo-esoterica, ma è una distinzione assolutamente non chiara nelle menti exoteristiche, la cui unica discriminante è l’accettazione dell’exoterismo, e non è una discriminante certa, non lo fanno, sovente (c’è anche da parte di molti una notevole malafede, ma non può esser così per tutti: è semplicemente impossibile), perché comprendano il quid della questione, ma semplicemente perché non possono comprendere. E questo è il tipico tratto del Kali-Yuga: non poter comprendere queste cose nemmeno lontanamente da parte della stragrande maggioranza della popolosissima umanità planetaria (più di sei miliardi).
Pertanto, tornando a noi, vi è una differenza “a monte” fra mentalità “Meta economica”  e mentalità economica, quest’ultima sviluppando poi quei “precipitati” che sono “l’utilitarismo ed il “soggettivismo“ che rendono di conseguenza impossibile il discorso, perché la visuale metafisica non li può accettare (lo si è visto: si salva il lato “oggetto“, ma non riducendolo alla realtà corporea, punto importantissimo di differenziazione con le visuali moderne, che reagiscono al soggettivismo religioso (e “mistico“), però verso il Basso, precipitando una situazione).
Secondo Abd el-Kader, e giustamente, Dio non è vincolato alle leggi cosmiche, pensarlo sarebbe andare contro il Suo Nome “l’Onnipotente“, ma non è nemmeno latore di una malintesa “libertà” capace di stravolgere il Cosmo a piacimento, di perdonare senza motivo e condannare senza ragione, perché pensarlo sarebbe andare contro il Suo Nome “il Sapiente“. Il punto davvero incomprensibile, e davvero mysterium, per la mente umana, è che questi due aspetti formano e son parte e vengono da un’Unica Essenza. Portando la mentalità metafisica al suo limite, quest’ultima deve anche andare oltre se stessa, e, dall’accentuazione (indubbia) del Nome “il Sapiente“, che indubbiamente la caratterizza, in relazione al fatto che la mentalità religiosa accentua “l’Onnipotente“, deve giungere ad una com-posizione dei due aspetti, che però si proiettano nell’Infinitudine del Principium.


2. “Difetti” e/o “limiti” dell’opera di Auriti. 


L’opera di Auriti non è “perfetta“, perché “l’autore perfetto” non esiste: trattasi d’una chimera. Non è nemmeno una sorta di revisionismo economico, nel quale tutte le giuste forme economiche (sociali) vengono rappresentate equamente, secondo la logica tutta esteriore della quantità di riferimenti. Vi sono limiti più evidenti, ed accuse infondate, dove per quest’ultimo termine, si deve intendere questo: problemi apparentemente non trattati esplicitamente, o volutamente semplificati, però che possono essere risolti all’interno dell’opera stessa, senza far riferimento a qualcosa d’esterno ad essa. Com’esempio di quest’ultimo caso è il problema  delle Banche Centrali. E’ fin troppo chiaro che la Banca d’Italia si definisce come Istituto di Diritto Pubblico… pur essendo – nei fatti – partecipata da Enti privati. Ma tale escamotage si rende necessario affinché non si indaghi veramente e sostanzialmente. In buona sostanza, le Banche centrali si fregiano dell’aggettivo “pubblico” proprio per non destare i sospetti del “pubblico”… Per quest’ultimo termine, Auriti intende la distorsione, la degenerescenza, della “Verità”, come si può anche intuire in moltissimi suoi interventi in diretta video, dove invece, da parte del grosso pubblico, viene privilegiato l’aspetto superficiale e non quello di fondo. Così magari egli usa con disinvoltura il verbo “prestare” in luogo dello “scontare”, eccetera. Pertanto, che Auriti tendesse  ad una Utopia è fuor di dubbio, che però non fosse in buona fede, come taluni detrattori sostengono, non corrisponde al vero. Anzitutto, la lezione auritiana incomincia la sua opera di disvelamento prima dell’avvento dell’Euro e del famigerato Tratttato di Maastricht, ragion per cui aveva ben ragione di affermare che la Banca Centrale (Banca d’Italia) “presta” soldi allo Stato, chiedendone anche gli interessi. Quindi, fin qui, non v’è alcuna confusione tra banche centrali e commerciali. In seguito, con l’entrata nell’euro, anche in seguito alle varie iniziative e proposte di Legge si messo il campanello alla coda del gatto….  Infatti, il 12 febbraio 1981, Beniamino Andreatta vergò la famigerata missiva che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio” fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia... Il termine “divorzio” – si badi bene -  non l’ho usato io o qualche signoraggista. Questo termine, viceversa, viene usato dai politici e, soprattutto, dagli economisti per rendere bene quanto è accaduto al sistema di emissione. Quel matrimonio, in buona sostanza, metteva un freno all’usura bancaria, che limitava il potere di USURA. Di qui l’equivoco e i fraintendimenti… Successivamente, attraverso il disegno di Legge presentato al Senato l’undici gennaio 1995 con il n.1282 della XII Legislatura, il Prof. Auriti riuscì a mettere tutto nero su bianco. L’ELITE BANCARIA, INTUENDONE l’ESTREMA PERICOLOSITA’ STABILI’, A DIFFERENZA DELLA FED, CHE LA BCE NON POTESSE PRESTARE SOLDI AGLI STATI DELLA UNIONE EUROPEA, NEMMENO come  PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA.   Una RESTRIZIONE voluta al fine di CHIUDERE tutte le PORTE  ad ogni futura obiezione, la qual cosa si è PUNTUALMENTE VERIFICATA attraverso le risposte stizzite del Commissario Europeo agli Affari Economici, Olli Rehn, prima all’On. Mario Borghezio e, dopo,. ad un’interrogazione dell’euro parlamentare Marco Scurria, sulla natura giuridica dell’euro.

Per quanto riguarda il linguaggio cordiale usato nelle sue famose trasmissioni televisive, registrate nella televisione privata abruzzese (telemax) ciò lo si spiega facilmente: le sue puntate erano rivolta ad un pubblico più vasto e nient’affatto specializzato. Difatti i suoi interlocutori preferiti erano composti da gente semplice: artigiani, operai, contadini, popolani. Quindi, il suo, era solo un espediente per farsi capire, rettificato altrove, come s’è visto.
D’altro canto, con la confusione che regna oggi tra banche d’affari, banche commerciali, istituti di credito ecc. la sua “semplificazione”  appare, oggi, a quanti non sono in malafede, quanto meno opportuna.

Sull’altra questione, quella dei limiti effettivi, che non si risolvono all’interno dell’opera, delle sovraccentuazioni sbagliate, vi è la questione del rapporto fra moneta come valore creditizio e moneta come valore indotto, all’interno dell’opera di Auriti. Sul valore indotto sarebbe giusto scrivere un articolo apposito, onde analizzare (prima) ed esplicare (poi) cosa intendeva veramente il compianto professore. In estrema sisntesi possiamo asserire chè lì risiede il “quid”, il nocciolo della sua teoria “metaeconomica”, che è prettamente filosofica e,soprattutto, METAFISICA.
Per quanto concerne poi la critica al fascismo, che tanto dispiacere ha dato, dove talvolta Auriti critica Mussolini per essere stato succube dell’oligarchia bancaria, in particolare attraverso il raggiungimento della famigerata “quota novanta”; la qual cosa avrebbe fatto (secondo il suo mentore Alberto De Stefani) perdere la guerra all’Italia.  In realtà le cause profonde sono da ricercarsi altrove e, comunque, non solo in quella direzione. La non ben chiara e netta distinzione fra la meritoria opera sociale del fascismo e il resto; il fatto – nient’affatto secondario – che il fascismo si trovò ad operare in una situazione notevolmente sfavorevole (ricordiamo, solo per inciso, che il gabinetto economico italiano dell’epoca era fermamente sorvegliato da “solerti gendarmi in grembiule”) è un “difetto”, cioè un limite, reale. Poi anche, il fatto, nient’affatto secondario che Mussolini fu oggetto di “malia” di alcuni ed anche, che egli stesso, per via del suo Ego fosse stato preda di queste malie.. 
Per mezzo di tale porta tutti i “sovvertitori” dell’opera di Auriti, appartenenti allo scientismo positivista”, son passati ed entrati per commettere i loro misfatti: qui è la porta lasciata sguarnita.  In realtà tutta la questione della degenerescenza interna è dovuta al Kali-Yuga! Pertanto, Auriti, poiché appartenne al Cattolicesimo Tradizionale (e non al nazifascismo come qualche pazzo in rete afferma chiaramente), si deve accodare alla “Crociata all’inverso”. Ogni “dunque” rappresenta un paralogismo, una deduzione forzata, non presente né nelle premesse, nemmeno nell’opera di Auriti. Ciò che conta è il contenuto anti-moderno dell’opera di Auriti, i suoi precisi riferimenti storici all’inizio della sovversione (la nascita della BoE, la Rivoluzione francese, ecc.) e quei pochi passi dedicati alla Dottrina sociale della Chiesa; il resto va interpretato in funzione di ciò. Stop.

Si è più volte condannata la dis-visione, ma torniamo al punto interno all’opera, alla “porta aperta” che occorre assolutamente richiudere, per la salvezza dell’opera stessa dal venefico abbraccio (da boa constrictor) di certo tradizionalismo deviato. Il punto è questo: che Il cattolicesimo tradizionale abbia una sua valenza rispetto al Cattolicesimo conciliare moderno è fuori questione (ricordiamo che Auriti privilegia il cattolicesimo tradizionale sull’Occidente tradizionale (inficiato dal giudaismo), parliamo di quest’ultimo), è vero (anche se occorrerebbe fare il confronto tra la civiltà occidentale tradizionale ed ognuna delle più civiltà che compongono “Il cattolicesimo romano storico” del Kali-Yuga ed allora vedremo che, pur rimanendo una certa minorità, il confronto sarebbe meno negativo per l’Occidente tradizionale). Ma un conto è dire: nel Cattolicesimo integrale ci son più ghiacciai, più montagne, quindi la neve vi si accumula di più, mentre quello conciliare, più “marino”, più “mare”, meno “terra e montagna”, ha meno montagne, meno neve accumulata e meno ghiacciai, e questo è vero. Dedurre da ciò che la neve nel cattolicesimo conciliare sia “meno neve” di quella presente nel cattolicesimo integrale, è un paralogismo, un “dunque”, per l’appunto. Sì, è vero, Nel cattolicesimo conciliare la “neve ed i ghiacciai” son sempre stati di meno, a causa della conformazione della terra e del clima, epperò sempre neve era, si tratta della stessa ed identica neve! Mettere a confronto Dante con un qualsiasi rappresentante comune della religione islamica è una bestemmia, ma lo stesso Aristotele era superiore; ciò non toglie che la “tenuta tradizionale” dell’Occidente tradizionale era molto minore di quella dell’Oriente. Bisogna distinguere i due piani del discorso, e non confonderli, come invece talvolta Auriti ha fatto. Occorre richiudere tale porta.

Questa “sovraccentuazione” dell’aspetto puramente materiale della sua teoria monetaria ha provocato le vibranti reazioni dei cosiddetti “debunkers”, capeggiati da un tale Le fou, che ha avuto gioco facile nel dimostrare alcune incongruenze logiche ed altre deficienze giuridiche.. Lo stuolo di polemiche inutili che tale dibattito si è portato appresso ha, per questo preciso motivo, indotto molti studiosi auritiani ad abbandonare il maestro, con un pericoloso effetto domino. Alcuni, però, nonostante tutto, continuano a diffondere il verbo del maestro, senza particolari originalità. Altri, invece, modificandone, a piacere, taluni aspetti, cercando di renderli più aderenti alla realtà, senza però riuscirci effettivamente. Anche qui, come accadeva sovente, le osservazioni di Pier Luigi son giuste, ma la cura che ha proposto è peggio del male. Tale sovraccentuazione dell’eccellenza del monetarismo è sbagliata, e porta ad illusioni gravi sulla “tenuta” di quella civiltà europea che egli egli stesso, strenuamente cerca di dinfendere. Di qui la “sorpresa” degli economisti “tradizionalisti” rispetto al declino attuale, ch’è cosa verissima e che tutti possono constatare. Ma tale critica non può esser fatta in nome del “equa distribuzione delle risorse”, che sostiene l’eccellenza del sistema occidentale perché “più veritiero”, e quindi la necessità, per l’Occidente, di liberarsi della religione cattolica, “materna”, per tornare alle tradizioni autoctone, guerriere, pagane ed espansive: non v’è nulla di più falso, con questo Borghezio si è posto davvero fuori dalla Traditio, per il semplice fatto che non si può “resuscitare” una forma tradizionale di millenni fa, salvo fare come il Rinascimento, che però ha evocato un fantasma. O un larva, che ha “posseduto” l’Occidente da allora in poi. Infestazioni psichiche, come anche lo fu l’hitlerismo neopaganista. Hitler “Illuminò il buio”, attraverso la sua coraggiosa politica sociale e monetaria. Ma fu “aiutato” da forze aliene, su cui, adesso, non intendo soffermarmi.

3. La crisi del “Auritiismo“. Si è più volte ricordato che la visione di Auriti sboccia e sbocca, sfocia nell’èschaton. E’ di tipo “escatologico“: per lui il “Regno dell’Anticristo”, o “Grande Parodia” (Guénon), è lo sfociare necessario delle premesse contenute occultamente nel mondo moderno sin dal suo manifestarsi praticamente (Rivoluzione Francese), premesse però divenute da occulte, palesi, per quella legge della manifestazione ricordata più volte. Lo scacco subito dall “Auritiismo” è questo: essere stati incapaci di “convincere” non tanto le “autorità” dei vari governi ma le “élites” politiche di questo quadro. Alla crisi generata dalla modernità, le “risposte” (si fa per dire tali, perché non rispondono, son solo “utilitarismo“) delle religioni si son divise in due gruppi: quello maggioritario che, in un modo o in un altro, con la scusa dell’”adattamento”, ha di fatto aperto le porte alla “modernizzazione” della religione; l’altro, il minoritario, che invece ha riaccentuato certe basi della religione, ed essendo delle nullità a livello metafisico, il tutto si è concentrato sul rigorismo scientifico o legalistico, prestando così il fianco ai detrattori della religione in generale e del Cattolicesimo in particolare. Il Protestantesimo, l’unica produzione religiosa dell’epoca moderna, si è dimostrato l’apripista, perché in sé ha contenute ambedue le risposte. La creazione della Banca d’Inghilterra ne è la rappresentazione palese. Quel che vediamo è, dunque, la “protestantizzazione” delle religioni, di tutte. In altre parole, il moderno, entrando nel campo religioso, genera questa scissione.

Dal punto di vista dell’opera di Auriti son false ambedue le apparenti alternative. Perché? Perché il problema è tutt’altro: da un lato, la modernità si presenta in alternativa alla Tradizione, qualsiasi sia la forma di essa, dall’altro, densificando nel Regno dell’Anticristo, si avrà una forma in competizione a tutte le altre. Pertanto, mentre la sfida che gli era portata era universale e globale, le “risposte” (fasullissime) erano particolari e specifiche, quindi assolutamente insufficienti a rispondere alla sfida posta in essere. Di qui la crisi esiziale, irrisolvibile. Tale sfida globale, per avere un senso, si deve necessariamente porre in una visuale escatologica, pertanto l’opera di Auriti rivela la sua coerenza di fondo, nonostante smagliature e limiti qua e là evidenti. Convincere della globalità dell’attacco e della sfida implica necessariamente la visuale escatologica, nell’opera di Auriti (da un altro punto di vista non necessariamente, ma bisogna uscir fuori dall’ottica che caratterizza l’opera di Auriti).

L”Auritiismo” non è riuscito a convincere di ciò, perché ha separato il tentativo di convincimento della globalità ed universalità della sfida, operata dalla modernità, dalla visuale escatologica, che invece si trova necessariamente, oltre che del tutto coerentemente, collegata al primo punto nell’opera di Auriti: per questo ha fallito. Ha fallito anche praticamente perchè, non poteva, nello stato di cose attuale far passare l’idea (di per sè nobilissima) che la moneta venga data “senza corrispettivo”.  Il fallimento, però, ha portato alla crisi del “Auritiismo” stesso, cioè paragonabile al fascismo uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale. Si è allora molto naturalmente giunti alla divisione interna secondo le “appartenenze”… tutte però, finitime a se stesse.
Il problema che si pone ora è, allora: che cosa fare, oggi? E gli scritti presentati da me s’inquadrano in una tal situazione. Che cosa fare, oggi? Come continuare, ammesso e non concesso che sia possibile?

Conclusioni



Nessuno può negare che vi sia stata un'impasse, nella "Proprietà popolare della moneta", e che occorra superarla. Auriti ha sempre detto e ripetuto tante volte che il suo non fosse un vero e proprio "sistema", ma piuttosto un'applicazione pratica della "Dottrina Sociale della Chiesa" che, non avendone gli strumenti (e la volontà) si è teso a traformarlo, ad irrigidirne le posizioni, dimenticando il quadro generale di riferimento.
Dal "sistematicismo" al "settarismo" il passo non è lungo.

La "cura" può essere una ed una sola: porre l'accento sull'aspetto spirituale, dell'opera di Auriti, porre l'accento sul quadro generale ivi contenuto, tralasciando inevitabili imperfezioni. L'autore "perfetto" è una chimera: non esiste. Occorre poi unire tutto ciò con l'analisi, senza "peli sulla lingua", della situazione attuale.
Se ciò sia fatto, allora davvero diventa possibile superare l'impasse.
Certo, l'analisi che ne vien fuori è terribile, ad una situazione davvero difficile, ma questo deve servire a rafforzare la fede, non ad indebolirla.
Pure questo non è affatto facile. Ma la realtà è che nessun paese del mondo è immune, nessuna forma di giustizia lo è. Il che ci riporta alla "via della mano sinistra"... Via che stanno seguando gli orientali...la Cina in primis. Uno, fra i molti, argomenti di polemica del vecchio Blog, fu anche questo: se la controiniziazione si debba equiparare puramente e semplicemente alla via della "mano sinistra" o non. La retta risposta è che, sebbene vi sia, di fatto, una vicinanza tra le due, sebbene una delle fonti più forti della controiniziazione stessa sia, senza dubbio, la via della "man sinistra", tuttavia le due cose non si equiparano puramente e semplicemente. E' piuttosto vero che la controiniziazione, pur nonessendo nata dalla "mano sinsitra", se n'è alimentata e se ne alimenta, per le caratteristiche di "pericolosità" e "scivolosità" della via della mano sinistra stessa. Ricordo che il principale fautore del "risanamento" germanico fu un tal Hjalmar Schacht, economista di origini ebraiche.
Non so se qualcuno ha da dire qualcosa sull'orientazione di tale "riforma", qui proposta, per "continuare" l'opera di Auriti, in tutt'altro contesto, chiaro, e quindi non si parla di continuazione "formale". Qualsiasi contributo è ben accetto.
 

© ♚Pierre

venerdì 5 ottobre 2012

La retorica della demagogia

La Crisi dell'euro zona ha rinverdito la demagogia populista, che ha avuto buon gioco nel buttarsi a rotta di collo nella beatificazione delle vecchie monete nazionali e nella santificazione di Giacinto Auriti, "patrono" della proprietà popolare della moneta. Il tutto portato a compimento dai suoi indegni epigoni, promotori delle cosiddette "monete locali": simec, scec, fiorito, ecc.

D'altro canto - scherzi a parte - non mi pare nemmeno lecito beatificare "Man Draghi" come salvatore dell'euro. Nella prima settimana del mese scorso, "Man Draghi" si è tolto  la maschera: ha assicurato - nonostante i divieti stabiliti dal Trattato di Maastricht -  che la B.C.E.  assumerà, qualora si rendesse necessario, il ruolo di prestatore di ultima istanza per tutti i governi della zona Euro. Con il banale pretesto di salvaguardare i finanziamenti a tassi convenienti per lo stato, ha reiterato la solita solfa circa l’importanza della “stabilità dei prezzi", compito primario della Banca Centrale.
Allo stato attuale, il governatore della BCE ha salvaguardato esclusivamente le quotazioni di hedge fund, la solidità delle banche e fondi pensione, le cui sorti dipendono ormai solo dagli indici borsistici, tenuti artificialmente in vita tramite massicce iniezioni di liquidità ("fiat money") creata "ex nihilo" dalle banche centrali di tutto il mondo.
A questo punto, un tentativo si deve pur fare. Modesto, come sempre, franco e amichevole come spesso avviene su questo Blog.
In altre parole qualcuno dovrà pure cercare di chiarire l’anomalia italiana ai non addetti ai lavori  e a tanti altri semplici curiosi che si dividono tra quelli che l’hanno capita, e insistono nel darle sonoramente al Cavaliere, attribuendogli tutti i mali di questo mondo, anche quando dice clamorosamente la verità, e quelli che hanno difficoltà a capirla, perché è l’anomalia più anomala e complicata del mondo.
L'Italia è il paese con il più alto debito sovrano al mondo (al primo posto ci sarebbe il Messico ma occorre far mente locale e rimanere coi piedi piantati per terra senza cercare di andare oltremanica ed attraversare l'oceano a nuoto). L'Italia è altresì il paese europeo dove si registra il prelievo fiscale più cospicuo di tutta l'Europa.  Ciò nonostante l'Italia è un polo manifatturiero senza eguali e ha un risparmio privato senza dubbio ragguardevole. 
Molti - a sinistra - risponderanno immediatamente dicendo che esiste pure un altissimo tasso di evasione/elusione fiscale, ragion per cui causerebbe un prelievo fiscale da record.
Sul debito pubblico altri - a destra  - risponderanno che, dopo decenni di sperpero di danaro pubblico, sarebbe ora di fare dietro front e tagliare recisamente i costi sociali di scuola, sanità e pubblica amministrazione.
Entrambe le risposte contengono un ampio margine di verità, ma entrambe sono viziate da un difetto fondamentale: aver sottovalutato il continuo innalzarsi sopra il livello di guardia del debito pubblico, fatto questo denunciato dall'inizio degli anni '80 dai radicali; e, di contro, aver sopravvalutato il problema del signoraggio bancario e della sovranità monetaria.

La svolta

Giovedì 26 Luglio il Governatore della BCE ha lanciato la sfida al "dio mercato" credendo di avere - senza alcun merito - l'asso nella manica: la stampa della moneta.

Stampare, stampare, stampare...

Stampare moneta è quello che chiedono tutti i keynesiani del mondo. Non solo: anche i banchieri  fanno la medesima richiesta, a cominciare dagli USA. I partiti seguono a ruota: e, conservatori e progressisti, si ritrovano uniti. Vi siete mai chiesti il perché? Stampare moneta e magari magari distribuirla a pioggia alle banche è l'asso nella manica di Man Draghi, è quello che gli speculatori chiedono insistentemente come prezzo da pagare onde evitare di stringere la cima del nodo scorsoio al collo dei popoli europei. Niente di miracoloso dunque ma la semplice, antica professione che tutti i governanti hanno messo in pratica come ultima risorsa prima del tracollo imminente; e, in sintesi, al fine di risolvere problemi che poco hanno a che fare con la moneta e molto, invece, con gli equilibri sociali ed economici, con i terremoti profondi che si generano sotto la crosta del Pianeta.
Due ovvie considerazioni:
  1. Quei paesi che negli ultimi anni hanno stampato moneta a trilioni, ridotto a zero i tassi, cosa hanno ottenuto? Costoro hanno, senza tema di smentita, aumentato i deficit, allentato le regole contabili, tollerato scandali, malversazioni e buchi di regolamentazione. E tuttavia non hanno visto una significativa ripresa dell'economia e/o una riduzione della disoccupazione. L'ultimo esempio è la Gran Bretagna, entrata ufficialmente di nuovo in recessione prima delle Olimpiadi: hanno stampato denaro, ridotto i tassi, consentito gli scandali (JPMorgan, LIBOR ecc. ) ma l'economia arretra e la disoccupazione avanza. E il Giappone, che da vent'anni stampa soldi, aumenta i debiti e ha tassi a zero. E gli Stati Uniti, che hanno sempre stampato - e si apprestano a ristampare - 2 trilioni di dollari, tassi a zero "almeno fino al 2015", debito /PIL oltre 100% per "crescere" dell'1,5%, con la disoccupazione ufficiale all'8% (quella reale al 15%) hanno forse risolto qualcosa ? L'Europa ha già "stampato" 3 trilioni di euro senza risolvere nulla, rinviando solo di anno in anno il problema principale, cioè lo squilibrio dei paesi legati dalla moneta unica. E qui sarebbe il caso aprire la seconda riflessione;
  2. Lo scontro tra i vertici della Volkswagen e il Marchionne della Fiat è la metafora più recente della crisi dell'euro. Marchionne sa benissimo da anni che la Fiat in Europa, con il vincolo dell'euro, perderà progressivamente quote di mercato a favore dei tedeschi.
Quest'ultimo, viceversa, ha una presa reale sull'economia visto che la Germania non è l'Italia e viceversa.

Conclusioni

Le differenze tra i sistemi economici e sociali dell'Italia e della Germania non consentono alla Fiat di poter produrre a Torino o a Pomigliano. La Fiat per rimanere in Italia ha bisogno di tornare alla Lira. In altre parole occorre  poter svalutare almeno del 20% per compensare il gap tra sistema tedesco e quello italiano.  Per invertire la tendenza a comprare tedesco occorre, in effetti, rendere
le auto italiane più convenienti. In alternativa, l'unico evento che potrebbe - forse - tenere ancora insieme due sistemi profondamene diversi sarebbe un cambio Euro - Dollaro sotto il rapporto 1,10. Ma quel cambio farebbe scattare altre conseguenze negli equilibri mondiali. Per questo lo scontro FIAT - Volkswagen è il campanello d'allarme dell'euro: con la moneta unica in Europa solo le fabbriche tedesche sarebbero competitive e neanche i francesi si salverebbero. Anche il caso ILVA, a ben vedere, è un altro sintomo di questa malattia: stante l'euro, ai costi attuali, (e dentro i costi ci sono anche quelli per rendere ecologicamente compatibili alcuni impianti) l'acciaio in Europa possono produrlo solo i tedeschi, a meno di non mettere a carico dello Stato il differenziale dei costi, alla faccia dei debiti. L'Italia, secondo analisi tecniche non inclini al conformismo culturale dilagante, avrebbe da guadagnarci ad uscire dall'euro in determinate condizioni. Alcuni azzardano addirittura che l'Italia potrebbe uscire dall'Euro prima di altri paesi - e non per il pericolo di un ritorno del Berlusca - ma per semplice convenienza, per il calcolo costi - benefici. E allora a cosa serve, stampando euro, difendere una moneta senza economia?

Che Draghi, presidente della BCE, difenda il suo posto di lavoro è comprensibile, ma nessuno cerchi di far credere ai disoccupati italiani, spagnoli o greci che stampare moneta sia la soluzione di tutti i problemi. D'altra parte i politici non si farebbero scappare un'occasione così ghiotta. Ed è proprio in questo frangente che si originano tutti i complotti del mondo. I politici sarebbero "costretti" ad agire in tal modo non perché detengano (come sosteneva falsamente Auriti, riprendendo le teorie paranoidi di Pound) animo servile, ma perché "Camerieri dei Banchieri". Un dogma vero e proprio (questo si) basato su illazioni, teorie campate per aria e,tanta, tantissima fantasia. L'unico modo per rimanere tutti sulla barca europea sarebbe quello di prendere atto che la "crescita" drogata e non rispondente all'economia reale dell'eurozona, deve lasciare il passo ad una "decrescita" ordinata e solidale. Ridurre la velocità dei debiti assieme a quella dei costi, delle diseguaglianze, delle speculazioni e delle corruzioni. Ma non chiedetelo a Mario Draghi.
© ♕Pier Luigi