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domenica 5 maggio 2013

Il Grande Blocco


Gira e rigira siamo - obtorto collo - ritornati al "grande inciucio", a quello che una volta si sarebbe chiamato, "Governissimo" e che, oggi, nelle stanze paludate del potere viene chiamato, molto prosaicamente, "governo delle larghe intese", ma che, in effetti, è solo un governicchio di vecchi e nuovi saltimbanchi. Il risultato elettorale - nonostante il Porcellum - non ha consegnato al Paese una maggioranza coesa. utile per governare.  Per questo quasi tutti giustificano la nascita di questo governo.
Un governo senza un'identità precisa, senza una linea condivisa che si poggia sul deserto dei valori, dove c'è di tutto, non può essere un buon governo. Tuttavia. la notizia secondo cui due partiti maggiori  avrebbero messo da parte le loro velleità partigiane  in nome dell'interesse generale appare come un déjà vu. La farsa dell'alternanza, frutto bacato del bipolarismo di matrice anglosassone, non ha sortito i risultati auspicati dai poteri forti.
Oggi, viviamo in una democrazia bloccata dai parametri di Maastricht e dal pareggio di bilancio,  dove l'alternanza è una pia illusione e il bipolarismo un utile escamotage per controllare il potere del popolo sovrano. Il bipolarismo viene costantemente mantenuto in vita per assecondare il volere di Bruxelles, non per altro. Quando un governo non segue le direttive europee viene immediatamente redarguito e  indi commissariato. E' accaduto al precedente governo Berlusconi che ha dovuto, in fretta e furia, passare la patata bollente al liquidatore fallimentare, Mario Monti, in barba ad ogni volere popolare. La politica montiana, in effetti, non è stato un errore di percorso... tutt'altro; essa era stata auspicata da anni, nei cosiddetti  ambienti "influenti". Per questo appare ingeneroso sostenere la tesi che essa sia stata perseguita da tecnici incompetenti. Monti - per questo ed altro - forse si aspettava più riconoscenza da parte di quei poteri che lo hanno incoraggiato a "salire in politica", ma che poi, nei fatti, non hanno fatto nulla per fermare Grillo. Monti ha infatti collezionato una mezza figuraccia e i suoi compagni di corsa sono rimasti appiedati.

In realtà, i poteri forti incominciano a far balenare l'idea che la "democrazia non basti più"... serve altro...

 Nathan Gardels
In particolare, il politologo americano, Nathan Gardels, sostiene che:

“...ci sarà la necessità di una forma di ‘unità nazionale’ e di una ‘casta tecnocratica’, necessariamente no-partisan e in un certo senso ‘depoliticizzata’, affinché qualsiasi futuro governo sia preso sul serio”. 

E, dunque, dopo la parentesi "tecnocratica" di Monti siamo ritornati al "Grande Blocco". Il Blocco storico, composto dalle oligarchie finanziare, ha scelto Enrico Letta, nipote del ben più importante Gianni Letta.
Attorno a quest'uomo si sono coalizzati gli interessi finanziari e quelli di partito. Letta rappresenta il trait d'union tra il centro destra e il centro sinistra, il compromesso storico per eccellenza.  Come i democristiani della defunta prima repubblica restarono impassibili al governo mentre i "sinistri" colonizzavano la cultura, scristianizzandola, allo stesso modo i cattolici del PD stanno al governo mentre gli agenti del capitale dilapidano lo Stato, privatizzandolo e sottomettendolo ai potentati economici internazionali.
Sul conto dei suoi componenti non si raccontano cose assai commendevoli. Il "Fatto Quotidiano" fa un elenco dei cosiddetti impresentabili.
 Gli ex  PDS-DS hanno dimostrato nel recente passato di essere  “alleati affidabili” degli States.
Il “padrone d'oltreoceano" conosce bene i suoi "polli" ed è dunque  pienamente  consapevole della differenza tra i due schieramenti.  La sinistra, perciò, in un certo qual modo, viene preferita alla destra, ma fino ad un certo punto.  I sinistri sono più meschini degli altri e quindi da preferire  per certe covert operations in cui occorra duttilità e notevoli doti di mascheramento. E' già accaduto con il dott. Sottile e con Romano Prodi e continua oggi con il governo Letta-Alfano. Quindi, in un certo senso, assistiamo ad un peggioramento della situazione, rispetto al passato. La variante oggi è rappresentata da un governo di coalizione che dovrà conciliare gli interessi di bottega del PDL con la sete di potere del Partito Democratico.  Per questo ed altri motivi, molti credono che il governo Letta faccia appena in tempo a superare l'estate.
Inoltre l'ossequio di qualsiasi governo "democratico" verso Palazzo Koch è davvero stucchevole.
Da quel covo di vipere sono usciti i migliori devastatori dello Stato sociale italiano: da Carlo Azeglio Ciampi a Lamberto Dini fino Mario Draghi. Costoro, con la complicità interessata dei politicanti presenti in entrambi gli schieramenti, hanno svenduto tutto il patrimonio pubblico italiano, con la scusa di sanare il debito pubblico. Sotto questo punto di vista occorre aprire una parentesi.

Esiste una legge che da anni giace moritura, temuta da tutti i banchieri, che se ne tengono alla larga, la Legge 28 dicembre 2005, n. 262. 
Questa legge all'Art. 19 comma 10, recita testualmente: 

"Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici".



La semplice attuazione di quest'articolo permetterebbe allo Stato italiano di recuperare in parte (si badi bene) la cosiddetta Sovranità monetaria, sancita dall'art. n.1 della nostra Costituzione e, soprattutto,  di rientrare in possesso delle quote detenute  dalla Banca d'Italia e della sua moneta nazionale. E' chiaro che una tal cosa va contro il Trattato di Maastricht, ma questo, e l'eventuale uscita del nostro paese dall'Eurozona, dovrebbe essere oggetto di una consultazione popolare, poiché l'entrata nell'euro non è stata decisa attraverso alcun referendum.  Chiusa parentesi.

La stampa, rispetto al governo Letta,  appare molto più incline all'encomio che alla stroncatura. D'altra parte anche i giornalisti vanno capiti... anche loro devono portare il pane a casa e siccome c'è la crisi è meglio tenersi stretto il posto che i padroni del vapore hanno assegnato loro. A stigmatizzare questo governo è rimasto solo Beppe Grillo con il suo corposo gruppo di parlamentari. Per questo motivo il Beppe nazionale è stato attenzionato dai suddetti pennivendoli del sistema con metodi molto spicci e per nulla rispettosi delle persone.

Sarà anche per questo motivo che Grillo rifiuta sdegnosamente di andare nei Talk shows o anche di rilasciare interviste...in specie se vengono dai soliti salotti del potere...
©  ♚Pierre

domenica 21 aprile 2013

Nihil sub sole novi



Dopo aver assistito all'ennesima sceneggiata napoletana, non poteva mancare l'intervento finale a sorpresa del "Principe", ossia del "Guappo Napolitano", il salvatore della patria . La tenzon (s) cortese tra i partiti di regime, gli sgambetti e i voltafaccia tra destri, centrini democratici e sinistri ecologisti non ha portato nulla di buono e soprattutto di nuovo. Presi com'erano a caldeggiare il loro beniamino, non sono riusciti a fermare l'ago della bilancia su un nome nuovo veramente super partes e hanno dovuto ripiegare obtorto collo sul vecchio e collaudato Giorgio Napolitano.
I giornalisti pagati alla bisogna, attraverso dirette televisive interminabili e salotti riempiti dalla consueta claque accondiscendente, hanno celebrato "Re Giorgio" al secondo mandato quirinalizio. Nemmeno gli yankees arrivano a tanto, dato che ogni mandato alla Casa Bianca dura praticamente quattro anni. Quattordici anni, invece, sono troppi persino per uno assai longevo come Napolitano.
Praticamente, la riconferma di Napolitano significa una cosa sola:  aprire a Silvio Berlusconi.  Gongola Giuliano Ferrara e tutto l'entourage de "il Foglio",  tanto che, al riguardo, è stato scritto, in tempi non sospetti,  un caloroso Pamphelet sul presidente Napolitano, a firma di Sergio Soave.

L'ipotesi di  un possibile «governissimo», era già stata caldeggiata attraverso  la candidatura del "lupo marsicano", Franco Marini, subito "impallinato" dal cosiddetto fuoco amico.  Questa proposta, rifiutata sdegnosamente da molti sinceri democratici, in primis dal Sindaco Matteo Renzi, rientra nuovamente in scena al sesto scrutinio, sotto mentite spoglie,  dopo che la quinta votazione era andata ancora a vuoto. Prima  ancora c'era stato l'assassinio politico di "Mr Mortadella" made in Goldman Sachs, Romano Prodi. La proposta, come di consueto,  è venuta dal PD, ma  è stata subito condivisa da Pdl, Scelta Civica e Lega Nord.   Alla fine i voti scrutinati per Napolitano sono stati 738, di gran lunga sopra la soglia auspicabile dei 504 indispensabili per l'elezione. Il candidato dei grillini, Stefano Rodotà, dopo aver ottenuto il beneplacito di "SEL" (insieme 208 voti), arriva a quota 217. Un buon risultato che però nulla può contro la convergenza di PD e PDL e Scelta civica.  Questa la cronaca del voto. Nulla di nuovo, dunque.

Del resto, storicamente, dietro ogni candidato alla Presidenza della Repubblica italiana, c’è sempre stata la presenza assai ingombrante dello Zio Sam. L’endorsement a stelle e strisce è  sicuramente un dettaglio nient'affatto trascurabile non solo nel quadro politico generale ma anche per essere indicati come  i più adatti ad accomodarsi sulla poltrona presidenziale.
Chi si appresta a salire sul Colle deve aver prima attraversato l'oceano Atlantico. Chi non ha navigato bene nel mare occidentale, è destinato al sicuro  fallimento. Questo è poco ma sicuro.
Per questo preciso motivo tutti i candidati al soglio quirinalizio fanno a gara per apparire affidabili all'occhio d'oltreoceano.
Questo è quello che in linguaggio anglosassone viene chiamato un  "must". Dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, l'italia è un Paese a sovranità limitata. Da quando, poi, siamo entrati nell'area euro, abbiamo perso anche quel poco di sovranità che la Lira e, soprattutto, i matrimonio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro,  ci avevano concesso. Oggi il "Bel Paese " non è più nazione libera ed autodeterminata ed è continuamente esposta a tutte le bufere finanziarie. 
Da quando la nostra infima classe politico-dirigente si è calata le braghe di fronte ai poteri forti internazionali, è quasi impossibile pensare a parole come autodeterminazione e sovranità. Sono invece  sempre praticabili le "grazie" interessate come quella concessa ultimamente da Napolitano al colonnello Joseph Romano, già condannato dalla Corte d’Appello di Milano in relazione al caso Abu Omar. Siamo troppo accondiscententi, anche quando non ve ne sarebbe assoluto bisogno. La guerra fredda è finita da tempo e, ciò nonostante, rimaniamo ancorati ad un modus operandi logoro e stantio, quasi che il "servire" fosse qualcosa di veramente piacevole e non dettato dalle ferree regole della realpolitik.
Lo Zio Sam non deve temere più l'orso Russo e, inoltre, sullo scenario internazionale, non si vedono altri competitors geopolitici, ragion per cui non si capisce tutto questo servile ossequio se non considerando tutto quello che è in gioco nell'area euro.

Venendo agli uomini indicati dai partiti, per questo giro di boa,  non si può certo affermare che gli altri contendenti, non avessero le "decorazioni indicate" dal "protocollo atlantico". Vediamoli uno per uno.

Franco Marini,  sindacalista di vecchio corso, nonchè segretario protempore del Ppi. Come ben ha documentato la rivista settimanale dell'Ing. DE BENEDETTI,  negli anni ’70,  lo Zio Sam gli affida il gravoso compito  di ostacolare la ri-unione  della Trimurti sindacale, in concomitanza con la crescita elettorale del PCI, che destava più d'una preoccupazione alla Casa Bianca di Washington D.C.. La Cisl, sigla sindacale di estrazione cattolica, poteva essere inglobata nella meglio organizzata e rivendicativa CGIL. Nel 1974 Franco Marini si reca negli States dove riceve, probabilmente, aiuti economici tramite l’Afl-Cio, oltre ad indicazioni e consigli. La fusione salterà, la Cisl si ricompatterà e Marini avrà partita facile all'interno del sindacato cattolico. 

Romano Prodi, non è da meno rispetto  al precedente concorrente e può vantare ottime credenziali filo atlantiche, soprattutto in campo finanziario. Il "professore" ha rivestito la carica di Senior Advisor all'interno della  Goldman Sachs, la più potente merchant bank statunitense; è altresì membro dell’Aspen Institute, think tank che si occupa formalmente di analisi delle politiche pubbliche ma che, in effetti,  fa da tramite alle idee ed ai progetti americani nel globo, secondo vie traverse non sempre trasparenti. Inoltre, in qualità di Presidente dell’Iri, il professore ciclista, ha dato una grossa mano alla svendita scriteriata di alcune  imponenti aziende di stato, finite nelle mani di italiani legati alla finanza atlantica. Nel 1998, durante il governo da lui presieduto, portò l'Italia nel gruppo di testa dei paesi aderenti alla moneta-debito, tristemente nota come EURO. Nel marzo dell'anno successivo, il Consiglio europeo designò Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea a Bruxelles. Durante i cinque anni della sua presidenza, la commissione europea si è resa protagonista  di due scelte storiche:


  1. l'introduzione coatta della moneta unica;
  2. l'allargamento dell'unione ad altri 25 paesi.
E, last but not least. è stato spesso gradito ospite presso il Bilderberg Group, il club degli illuminati della finanza e dell’industria mondiale, sul quale si dicono cose poco rassicuranti... anzi... inquietanti.

L'unico candidato che, in un certo senso, poteva squadernare un curriculum alquanto diverso  era quello proposto dal Movimento cinque stelle, Stefano Rodotà. E forse proprio  per questo motivo è stato bocciato dai veti incrociati di Pd e Pdl con l'appoggio interessato di Mario Monti, naturalmente.
©  ♚Pierre

giovedì 28 febbraio 2013

Dilemmi manichei


Di sicuro non è la prima volta che esprimo a chiare lettere il mio giudizio sulla democrazia, la quale non è mai stata, a parere di chi scrive, un buon metodo di governo.  Tuttavia, questo non fa di me un sostenitore dell'autocrazia, men che meno quando essa diventa ereditaria.
Certamente non arrivo a darne un giudizio assai tranchant, seguendo la via tracciata da taluni pensatori tradizionali come l'Evola o il Guénon, secondo cui essa rappresenta il frutto bacato della modernità, in quanto rispondente, in tutto e per tutto, alle sacre leggi dei cicli cosmici. Non ripeterò qui, dunque, cose trite e ritrite, già scritte e sviscerate in altri luoghi e dibattiti.
Cercare una strada alternativa al metodo democratico oggi è assai difficile, per non dire impossibile, a meno che non si voglia sperimentare un ritorno assolutistico che, dati gli ordinamenti attuali, assumerebbe le vesti di un governo privo di legittimazione popolare e dunque pienamente asservito all'usurocrazia tecno-finanziaria.
Allo stato attuale, sicuramente, la democrazia rappresenta una mistificazione, un tradimento del mandato elettorale che i cittadini hanno affidato ai loro rappresentanti.  Su questo non vi è alcun dubbio.
Ma di qui a tracciare un quadro specularmente opposto ce ne passa... La democrazia esige non solo una partecipazione attiva, ma soprattutto consapevole. Qui sta il nocciolo della questione. Non è possibile demandare ad altri il proprio pensiero... ma, non è possibile nemmeno farsi coinvolgere in becere strumentalizzazioni di parte che non hanno a cuore l'interesse generale e il bene del proprio paese. Bisogna, in altre parole, diffidare  di tutte quelle campagne elettorali svolte all'insegna dei favoritismi personali e di tutto l'armamentario utilitaristico utilizzato sinora. Parimenti bisogna respingere i precetti demo-populisti del "tutto e subito", specificando che se è vero che "nessun pasto è gratis" è vero altresì che esistono moltissime persone che mangiano a sbafo, sfruttando il lavoro altrui. Occorre avere una "bussola" interna che orienti il nostro pensiero in modo corretto. Altrimenti non se ne esce. Occorre si una classe politica nuova... ma occorre pure una nuova consapevolezza. Altrimenti non vi saranno dei cambiamenti sostanziali ma solo mere rivisitazioni dell'esistente, piccoli aggiustamenti e inutili déjà vu.
D'altra parte, che la metodologia corruttiva non sia morta e sepolta è ampiamente provata ad abbundantiam proprio dallo svolgimento delle vicende politico-giudiziarie della cosiddetta seconda repubblica... alle quali, volens nolens, tutti devono far riferimento. 
In questo quadro vanno appunto collocate le ultime consultazioni elettorali che hanno visto salire sul proscenio politico una forza del tutto nuova nell'agone nazionale. Tuttavia, non si è verificata la scomparsa del Cavaliere di Arcore che, in barba ai sinistri pronostici,  è riuscito, dopo la caduta, a risalire sul cavallo della libertà, seppure utilizzando la collaudata tecnica del venditore di tappeti.  Il partito di Pierluigi Bersani non è stato premiato dalle urne e, seppure la sua coalizione abbia ricevuto la maggioranza relativa alla camera per effetto del Porcellum, al Senato permane una situazione di estrema incertezza che non permette al PD di governare da solo. Una situazione di sostanziale parità che ha visto  il Centro esaurito in una coalizione senza futuro e peso politico, una sinistra che ha ridimensionato notevolmente i suoi consensi e un centro-destra ringalluzzito da chi lo dava per spacciato. Fini e Di Pietro sono tornati a casa con la coda fra le gambe a far compagnia ai loro sfortunati compagni di viaggio.
Sul Movimento cinque Stelle e, soprattutto, sul suo simpatico istrione è stato scritto di tutto. Quindi è inutile aggiungere altra carne al fuoco. Qui sarà necessario individuarne il comportamento e le ragioni. 

Il successo dell'armata grillina nelle urne dovrà trovare la sua conferma nel Parlamento.  Purtroppo però all'interno del movimento serpeggia una sorta di terrore mal dissimulato per il potere, una specie di allergia da contatto che gli impedisce di agire, per paura di essere contagiato.  La paura ha una sua fondatezza e non può perciò essere sottovalutata ma neppure esorcizzata. La paura "paralizza" l'azione, perciò deve considerarsi una cosa negativa, soprattutto per chi decide di fare politica attivamente. Diversamente si rimane nell'atteggiamento di chi "rimane alla finestra a guardare" mentre il paese sprofonda nella disperazione. 
Purtroppo, però, chi va al mulino s'infarina, inevitabilmente. E allora accade che, per rispetto delle istituzioni, si dovranno fare cose che magari non si sarebbero fatte sul web... 
Il non contatto non è evitabile. Il terrore del potere si scontra con la sua rivendicazione. 

Il pronostico negativo, però, non mi esime da un'analisi ragionata e, soprattutto, attenta alla situazione attuale, che è in effetti assai anomala e provvisoria. Mi riferisco soprattutto al risultato venuto fuori dalle urne. Un risultato nefasto che, di fatto, ha consegnato il Bel Paese ad una palese ingovernabilità che difficilmente potrà ricomporsi in parlamento, vista l'aperta ostilità del Movimento  5 stelle su PD e PDL ed anche dalla non praticabilità di un governo PD-PDL. 
La giustificazione dei grillini contro chi li accusa di irresponsabilità è fondata. Infatti se il movimento cedesse alle dolci lusinghe che gli vengono mosse da destra o da sinistra, cadrebbe anche la credibilità dell'intero Movimento. Per questo motivo Grillo e il suo mentore, GianRoberto Casaleggio, si prodigheranno affinché una cosa del genere sia di fatto scongiurata. Il Sistema è marcio sin dalle sue fondamenta e, su questo, concordo con Grillo. Ma proprio per questo è assai difficile riuscire a trovare il bandolo della matassa per uscire dall'impasse.
Che fare? L'interrogativo di Leniniana memoria s'impone in tutta la sua lapalissiana evidenza. I protagonisti si trovano immersi in una nebbia fitta e, in più, devono fare i conti con compagni di viaggio  del tutto sconosciuti. 
Il nodo vero è legato ad una questione futura che dovrebbe in pratica materializzarsi entro dopo l'entrata della primavera, ossia immediatamente dopo le consultazioni che il capo dello Stato è chiamato a fare.  In quel caso Bersani spera nella clemenza di Napolitano, Un modo soft per chiedere, col cappello in mano, almeno un incarico esplorativo. Ma qualora ricevesse l'incarico a cosa servirebbe? I grillini possono essere d'accordo su una legge che regoli o abolisca il conflitto d'interesse, sulla riduzione dei parlamentari. Ma sul resto? In primis c'è la questione monetaria: l'Euro è la moneta-debito par exellence. Grillo pensa ad un referendum sulla eventuale uscita dell'Italia dall'euro. Ma la cosa non è fattibile a  meno che non si voglia uscire dall'Europa. Una cosa inaudita non solo per il PD meno ELLE, ma per la totalità dell'universo "democratico". Per non parlare della politica estera, dei rapporti con USA e, soprattutto, con Israele. 

Il disaccordo è prevalente rispetto alle convergenze assai parziali.

La carta costituzionale è l'unico punto fermo a cui tutti devono rifarsi, pena l'esclusione dal sistema. Del resto, la costituzione è alla base di qualsiasi Stato, abrogarla significherebbe distruggere lo Stato con tutto quello che una cosa del genere comporta.  Essa costituisce la base del nostro vivere civile, peccato però che essa non sia stata mai veramente applicata, nemmeno nel suo enunciato. In tempi bui come questi, in cui pericoli di ogni genere e risma possono profilarsi all'orizzonte, dobbiamo essere solerti e guardinghi guardiani del dettato costituzionale, affinché quel poco che ancora rimane dello Stato di diritto non si trasformi, di fatto in uno stato di barbarie, dove la prevaricazione dei più forti abbia ragione su tutto e tutti.

©  ♚Pierre

martedì 23 ottobre 2012

La salute della democrazia

Prendo spunto dall'arguto commento di Tullia per scrivere su un tema che mi è tanto caro:  la democrazia 


Diagnosi

La democrazia è sicuramente malata, infestata da virus malefici che ne minano continuamente la  salute in modo tale da renderla quasi irriconoscibile. Il suo volto appare emaciato, il corpo anoressico,  la pelle verdastra, l'iride giallastra, il suo umore assai catatonico e depresso. La sua andatura è claudicante, sovente soggetta a rovinose cadute... Questo è - in estrema sintesi - il suo stato di salute attuale.

Definizione


La sua definizione nel suo secolare incedere nella storia si è arricchita - via via - di aggettivi: diretta, rappresentativa, formale, sostanziale, liberale, sociale, ecc. La democrazia è in effetti una concezione giuridica che mette al primo posto l'eguaglianza dei cittadini, l'attribuzione a questi ultimi non solo di diritti ma anche dei doveri sociali e civili, coinvolgendo le istituzioni, col diretto sostegno dei cittadini.
Secondo la consolidata prassi elaborata dalla teoria anglosassone con il termine democrazia deve intendersi: "la continua capacità di risposta del governo alle preferenze dei cittadini,  considerati politicamente eguali".  

Le vicende della storia democratica moderna si svolgono con forme ed espressioni diverse, prima nella creazione dello Stato di Diritto sorto nel XIX sec. e successivamente nello stato sociale del XX sec. ed infine nello Stato Costituzionale affermatosi dopo l'ultimo conflitto mondiale.
La storia ci insegna che essa rappresenta sostanzialmente un progetto di libertà ed eguaglianza, dove, per eguaglianza, non si deve intendere (come taluni detrattori spesso tendono maliziosamente a rimarcare) la naturale differenza degli uomini, ma la sostanziale condizione di parità  di questi ultimi di fronte alla legge.
 La democrazia, perciò, lungi dall'essere foriera di ingiustizie, poiché metterebbe tutti sullo stesso piano ignorando le differenze, si erge a paladina di queste ultime, proteggendone l'integrità e mettendone a valore i frutti. 
La democrazia  - a partire dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale - assumeva un significato diverso: in polemica col recente passato, e di base per una storia futura completamente cambiata. Si trattava in effetti di costituire un assetto costituzionale politico e sociale alle cui decisioni potesse partecipare il popolo, attraverso opportune forme regolate da una costituzione. Un regime politico caratterizzato da tre elementi:

  1. l'effettività dei poteri popolari;
  2. la libertà;
  3. la consapevolezza politica necessaria;  
Tutti e tre questi elementi costituivano una rivalsa verso il passato regime politico, di semplice adesione  al   "capo".
Dalla seconda metà del secolo scorso la parola democrazia è entrata perciò nel lessico degli uomini politici fino a diventare un tema ricorrente e  ridondante, tanto inutile quanto vacuo. L'uso e, soprattutto, l'abuso della parola, è giunto ad un punto tale che essa si è trasformata  in un concetto idolatrico onnicomprensivo, sintesi di tute le cose "buone e belle", tanto che oggi, ogni paese, arretrato o meno sviluppato che sia, tende a riconoscervisi. Tuttavia,  come direbbe Pierre, "abusus non tollit usum". Occorre cioè togliere gli orpelli  inutili alla democrazia e rimanere sull'essenziale, lasciando libertà maggiore ai singoli e ai gruppi sociali minoritari. La democrazia perciò matura tra due poli fondamentali:

  1. legittimazione del governo popolare;
  2. rispetto della persona umana.
E si reputa la democrazia tanto più realizzata quanto più i due poli tendano ad avvicinarsi tra loro in un rapporto di reciproco e costante dialogo.

Detto ciò occorre allora preservare la democrazia dagli attacchi strumentali che sempre più le vengono mossi, concorrendo al suo miglioramento, individuando le storture e le cause di degenerescenza.

Le basi per ottenere una democrazia qualitativaemte elevata vanno ricercate attraverso la realizzazione di due punti fondamentali:
  1. sul piano della rappresentanza (della scelta dei governanti, della loro legittimazione, della loro responsabilità;
  2. sul piano della  partecipazione, cioè nella continuità sostanziale tra eletti ed elettori.

Il processo democratico, insomma, è in continuo divenire, ragion per cui non può mai dirsi compiuto. Per questo non bisogna abbattersi e cedere allo sconforto. 
La democrazia non attiene dunque solo al passato o, al massimo, al presente; essa rappresenta una conquista ed ha bisogno di quotidiane conferme che sappiano contrastare l'indifferenza, la disaffezione, l'apatia e lo scetticismo insiti nell'uomo, al fine di proiettarsi indenne verso il futuro La sua realizzazione concreta si alimenta nel rapporto dialettico e nel confronto di idee eterogenee che arricchisono e aumentano la partecipazione alla cosa pubblica. Le contrapposizioni, in un sistema correttamente democratico, devono essere sempre intese ad includere mai ad escludere o a creare dei ghetti di pensiero.
La democrazia, per vivere, necessita di un tessuto connettivo forte;  cioè di forti mediatori sociali che ne garantiscano la continuità, pena la discesa in campo di persone abiette e di approfittatori.  La quintessenza della democrazia si riassume nel raccordo diretto fra eletti ed elettori, senza indebite intrusioni. 
Sulla scorta di quanto appena affermato appare essenziale rendere praticabile il percorso democratico a tutti, al di là delle cadenze elettorali che, invece, dovrebbero rappresentare la fine di un percorso iniziato prima.   
Come rendere reale una democrazia formale? Come fare per ridurre ogni distanza fra elettori ed eletti, fra governanti e governati? Come favorire una democrazia permanente che nel contempo sappia rinnovarsi senza scadere in altre forme degenerescenti (populismo, plebiscitarismo, autoritarismo)?  
Questo mi pare il vero obiettivo.
La democrazia di massa non è vera democrazia, poiché tutto quanto tende alla massificazione è in effetti un processo omologante, tendente alla realizzazione del pensiero unico. 
Nelle democrazie occidentali il collegamento fra governanti e governati è stato garantito dalla presenza dei partiti politici, o da forme di associazionismo parapolitico assimilabili ai partiti stessi. In altre parole i partiti hanno operato alla stregua di canali di trasmissione e di raccordi di collegamento fra le richieste della gente e le decisione dei governanti. A ben vedere, però,  è proprio questo il campo dove oggi vengono a manifestarsi gli aspetti più vistosi di una crisi che viene direttamente a incidere sulla vita politca e sul funzionamento democratici. E proprio su questo terreno e attraverso la deformazione del consenso e la deideologizzazione del pensiero collettivo che la democrazia ha perso la sua partita più importante. Qui si sono consumati tutti gli eccessi e le degenerazioni, La democrazia è diventata partitocrazia, e la partecipazione si è trasformata in collusione clientelare e voto di scambio.
E' mancato, evidentemente, il supporto etico-morale. Ad esso si è sostituito un utilitarismo bieco e   cinico.
  Come riportare la democrazia al suo ruolo fondante nella società? Come potenziare le forme della democrazia diretta senza scivolare sulla china del populismo?
Questi sono gli interrogativi a cui la classe politica dovrà rispondere, se non vorrà collassare in un abisso senza fondo?
Altro aspetto assai rilevante nella crisi in atto è rappresentato dall'evanescenza delle sovranità nazionali. In questo quadro si sollevano tutta una serie di problemi che hanno allontanato ancor di più i cittadini dai loro governanti. Il declino delle sovranità nazionali che non si esplica tanto nella fine dei confini territoriali, quanto nella fine della sovranità politica e monetaria, è un altro aspetto assai rilevante nella crisi che attanaglia la democrazia.
Il fatto è che da alcuni lustri i partiti politici - almeno nell'area occidentale - si sono trovati nella necessità di affrontare la sfida imposta dalla presenza di una la società sempre meno ideologizzata; di una società che da un lato tende a favorire l'apatia e la disattenzione dei cittadini verso la cosa pubblica; e dall'altro aumentare il peso degli interessi settoriali e corporativi.  Per questo motivo al tramontare dell'ideologia è sorto l'interesse.
La scarsa trasparenza dei processi decisionali che danno spesso la sensazione ai cittadini di non contare un fico secco, il peso bulimico crescente assunto dalle burocrazie, i troppi esempi di illegalità diffusa, premiata e non punita, contribuiscono poi ad allargare il quadro di quelle false aspettative  della democrazia che hanno condotto nel tempo da un lato ad affievolire quello spirito di solideraietà civile su cui le democrazie dovrebbero fondarsi; dall'altro aumentare sempre più la "forbice" tra base sociale e governi, ingenerando la disaffezione e soprattutto il ricorso all'antipolitica e al qualunquismo.
Inoltre è venuta a mancare una pedagogia della democrazia. Tutte le forme di educazione dei governanti erano applicabili solo per i regimi assolutistici o  fortemente autoritari; è mancata, invece, una scuola per i governanti democratici. Questo fattore ha finito per influire non poco sull'effettiva rendita qualitativa del personale "democratico" preposto al governo del paese. Questo stato di cose invece di instillare la consapevolezza necessaria ha finito per accelerare il processo di degenerazione democratica, facilitando l'ingresso in politica di beceri arrivisti e approfittatori di ogni genere e risma.  
© ♕Pier Luigi

sabato 20 ottobre 2012

Di chi è la colpa?

Se le cose stanno come stanno direi che conosciamo già con chi possiamo prendercela. Non possiamo, infatti, attribuire a Monti la colpa di quanto è accaduto ai nostri conti, poiché Monti è stato investito dall'Europa a fare quanto sta facendo. 
Non possiamo nemmeno prendercela con Berlusconi che - a modo suo - ha fatto quel che ha fatto perché ha dovuto farlo... 
Dobbiamo, per converso, prendercela con l'Italia: paese civile e democratico, solidaristico e tollerante. Un paese che sempre ha piegato la testa di fronte al potente di turno. Forse sarebbe il caso di indagare sui motivi reali che spingono l'homo italiota ad essere sempre pronto a salire sul carro del vincitore, a cambiar casacca ancor prima che la casacca cambi colore da sola...
Si sbagliavano dunque coloro i quali credevano di poter fermare la corruzione a suon di inchieste e tintinnii di manette. La potenza mass-mediatica del Presidente-editore ha ottenuto quanto era nei suoi obiettivi. D'altronde le opposizioni non hanno saputo fare il loro mestiere e, sovente, si sono lasciate contagiare dal savoir faire berlusconiano.   Le classi dirigenti che si sono succedute nell'arco di oltre un cinquantennio sono lo specchio del paese reale che abbiamo di fronte. Non è vero che esiste un' altra Italia. E, comunque, se esiste, è assai minoritaria; si sbagliava pure chi credeva nella spinta rigeneratrice della cosiddetta "società civile", poiché non esiste una società civile distinta e, soprattutto, distante dalla nefanda classe politica che finora ci ha rappresentato.  Questo è un fatto acclarato.
La sconfitta, perciò, è abbastanza netta. Non esiste cioè una via di fuga; un modo per esimerci dalle nostre precise responsabilità, dai nostri limiti e dalle nostre debolezze.
Trovare un capro espiatorio a tutti i costi mi sembra una soluzione assai superficiale e, per certi versi, criminale. Per questo non mi convincono i complotti e ancor meno le fumoserie esoteriche presenti sui libri o sui blog.
© ♕Pier Luigi

giovedì 11 ottobre 2012

Critiche e risposte

Metaeconomia

Nel riprendere il cammino parzialmente interrotto, e dopo aver sottolineato che il il post di Pier Luigi rende molte cose più problematiche, vorrei sottolineare tre punti.


1. Problemi di visione generale. Le due visuali, quella Meta-economica e quella economica, si rapportano, si collegano, si connettono, ma non si esauriscono l’una nell’altra. In particolare, la visuale politica non si esaurisce in quella religiosa. All’errore, sorto nell’area monoteistica, di una Libertà divina capace di tutto e del contrario di tutto, in sostanza “mangiantesi” tutti gli altri aspetti del Divino, in sé altrettanto legittimi (chi è poi l’uomo per dire “cosa ci dev‘essere nel Divino?”: questi zelatori onnipotenzialistici arrivano all’assurdo di voler dire a Dio cosa c’è in Lui, quando, per definizione, nel Divino vi sarà sempre di più, infinitamente di più, di quanto mente umana potrà mai concepire o immaginare), agli zelatori onnipotenzialistici la metafisica risponde con i gradi dell’Essere, con i piani e livelli dell’Essere, sottolineando come anche il più vicino a noi sia nella sostanza diverso dagli altri, e con il salvare il lato “oggetto”, senza però ridurlo alla “materia”, senza cioè cadere nel razionalismo e nel materialismo e nello scientismo moderni.
Come diceva Abd el-Kader, in risposta precisamente agli zelatori dell’Onnipotenza:
“Certo, Lui può far uscire un frutto da una pietra, ma non prima di aver mutato la pietra in un albero” (Abd el-Kader: Il Libro delle soste, Rusconi 1984, p. 146). 
Lui non forza le cose, ma le predispone. In Lui Onnipotenza e Sapienza son riflessi di un’Unica Essenza; chi oppone l’una all’altra si proibisce di vedere le cose come stanno. Siamo allora in quella che Abd el-Kader chiamava “Il dio condizionato dalla credenza”, cioè quel che si adora è sempre un aspetto parziale del Divino stesso, una sua imago. Lui accetta tale adorazione perché è il solo modo di connettersi all’umana finitezza, ma non bisogna inferire che tale imago sia Lui Stesso. Abd el-Kader, poi, giunge ad un notevole universalismo, quanto ad estensione dell’imago stessa, però aggiunge che questa non è cosa da divulgarsi, e che bene fanno i dottori della Legge a punire chi divulga queste cose. Comprendo il punto di vista di Abd el-Kader, ma è proprio qui che Auriti ha “rotto gli argini”, perché, ed è incontestabile, egli ha “rivelato” e poi  “divulgato” una teoria economica “nuova”. Ma nuova per i moderni, per coloro che si sono abbeverati alla fonte illuminista del progressismo e dello scientismo.; non “nuova ” per coloro i quali sono i “testimoni della TRADIZIONE UNA“. E condivido questo punto di vista, perché Auriti  ha “divulgato” in modo apparentemente facile; in realtà il  significato è “difficile”, dove sia i contenuti che la forma sono inconsapevolmente messi a nudo proprio per non rendere arduo il seguire. “Rivelare” non significa rendere noto (come frettolosamente spiegano i moderni) ma  significa – al contrario – propriamente “velare due volte”.  Ha dunque giustamente pensato che, prima o poi, la cosa sarebbe venuta fuori, e questo avrebbe potuto portare a grossi malintesi, e che, pertanto, era meglio “fare luce che nascondere, dove il “nascondere” era ormai un gioco di cui “non vale la candela”. D’altro canto, le autorità religiose, questa volta nel loro lato legittimo (non le “autorità” che hanno teso, e tendono, a “modernizzarsi”), nel condannare in sostanza la visione davvero esoterica, che confonde con quella pseudo-esoterica, ma è una distinzione assolutamente non chiara nelle menti exoteristiche, la cui unica discriminante è l’accettazione dell’exoterismo, e non è una discriminante certa, non lo fanno, sovente (c’è anche da parte di molti una notevole malafede, ma non può esser così per tutti: è semplicemente impossibile), perché comprendano il quid della questione, ma semplicemente perché non possono comprendere. E questo è il tipico tratto del Kali-Yuga: non poter comprendere queste cose nemmeno lontanamente da parte della stragrande maggioranza della popolosissima umanità planetaria (più di sei miliardi).
Pertanto, tornando a noi, vi è una differenza “a monte” fra mentalità “Meta economica”  e mentalità economica, quest’ultima sviluppando poi quei “precipitati” che sono “l’utilitarismo ed il “soggettivismo“ che rendono di conseguenza impossibile il discorso, perché la visuale metafisica non li può accettare (lo si è visto: si salva il lato “oggetto“, ma non riducendolo alla realtà corporea, punto importantissimo di differenziazione con le visuali moderne, che reagiscono al soggettivismo religioso (e “mistico“), però verso il Basso, precipitando una situazione).
Secondo Abd el-Kader, e giustamente, Dio non è vincolato alle leggi cosmiche, pensarlo sarebbe andare contro il Suo Nome “l’Onnipotente“, ma non è nemmeno latore di una malintesa “libertà” capace di stravolgere il Cosmo a piacimento, di perdonare senza motivo e condannare senza ragione, perché pensarlo sarebbe andare contro il Suo Nome “il Sapiente“. Il punto davvero incomprensibile, e davvero mysterium, per la mente umana, è che questi due aspetti formano e son parte e vengono da un’Unica Essenza. Portando la mentalità metafisica al suo limite, quest’ultima deve anche andare oltre se stessa, e, dall’accentuazione (indubbia) del Nome “il Sapiente“, che indubbiamente la caratterizza, in relazione al fatto che la mentalità religiosa accentua “l’Onnipotente“, deve giungere ad una com-posizione dei due aspetti, che però si proiettano nell’Infinitudine del Principium.


2. “Difetti” e/o “limiti” dell’opera di Auriti. 


L’opera di Auriti non è “perfetta“, perché “l’autore perfetto” non esiste: trattasi d’una chimera. Non è nemmeno una sorta di revisionismo economico, nel quale tutte le giuste forme economiche (sociali) vengono rappresentate equamente, secondo la logica tutta esteriore della quantità di riferimenti. Vi sono limiti più evidenti, ed accuse infondate, dove per quest’ultimo termine, si deve intendere questo: problemi apparentemente non trattati esplicitamente, o volutamente semplificati, però che possono essere risolti all’interno dell’opera stessa, senza far riferimento a qualcosa d’esterno ad essa. Com’esempio di quest’ultimo caso è il problema  delle Banche Centrali. E’ fin troppo chiaro che la Banca d’Italia si definisce come Istituto di Diritto Pubblico… pur essendo – nei fatti – partecipata da Enti privati. Ma tale escamotage si rende necessario affinché non si indaghi veramente e sostanzialmente. In buona sostanza, le Banche centrali si fregiano dell’aggettivo “pubblico” proprio per non destare i sospetti del “pubblico”… Per quest’ultimo termine, Auriti intende la distorsione, la degenerescenza, della “Verità”, come si può anche intuire in moltissimi suoi interventi in diretta video, dove invece, da parte del grosso pubblico, viene privilegiato l’aspetto superficiale e non quello di fondo. Così magari egli usa con disinvoltura il verbo “prestare” in luogo dello “scontare”, eccetera. Pertanto, che Auriti tendesse  ad una Utopia è fuor di dubbio, che però non fosse in buona fede, come taluni detrattori sostengono, non corrisponde al vero. Anzitutto, la lezione auritiana incomincia la sua opera di disvelamento prima dell’avvento dell’Euro e del famigerato Tratttato di Maastricht, ragion per cui aveva ben ragione di affermare che la Banca Centrale (Banca d’Italia) “presta” soldi allo Stato, chiedendone anche gli interessi. Quindi, fin qui, non v’è alcuna confusione tra banche centrali e commerciali. In seguito, con l’entrata nell’euro, anche in seguito alle varie iniziative e proposte di Legge si messo il campanello alla coda del gatto….  Infatti, il 12 febbraio 1981, Beniamino Andreatta vergò la famigerata missiva che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio” fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia... Il termine “divorzio” – si badi bene -  non l’ho usato io o qualche signoraggista. Questo termine, viceversa, viene usato dai politici e, soprattutto, dagli economisti per rendere bene quanto è accaduto al sistema di emissione. Quel matrimonio, in buona sostanza, metteva un freno all’usura bancaria, che limitava il potere di USURA. Di qui l’equivoco e i fraintendimenti… Successivamente, attraverso il disegno di Legge presentato al Senato l’undici gennaio 1995 con il n.1282 della XII Legislatura, il Prof. Auriti riuscì a mettere tutto nero su bianco. L’ELITE BANCARIA, INTUENDONE l’ESTREMA PERICOLOSITA’ STABILI’, A DIFFERENZA DELLA FED, CHE LA BCE NON POTESSE PRESTARE SOLDI AGLI STATI DELLA UNIONE EUROPEA, NEMMENO come  PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA.   Una RESTRIZIONE voluta al fine di CHIUDERE tutte le PORTE  ad ogni futura obiezione, la qual cosa si è PUNTUALMENTE VERIFICATA attraverso le risposte stizzite del Commissario Europeo agli Affari Economici, Olli Rehn, prima all’On. Mario Borghezio e, dopo,. ad un’interrogazione dell’euro parlamentare Marco Scurria, sulla natura giuridica dell’euro.

Per quanto riguarda il linguaggio cordiale usato nelle sue famose trasmissioni televisive, registrate nella televisione privata abruzzese (telemax) ciò lo si spiega facilmente: le sue puntate erano rivolta ad un pubblico più vasto e nient’affatto specializzato. Difatti i suoi interlocutori preferiti erano composti da gente semplice: artigiani, operai, contadini, popolani. Quindi, il suo, era solo un espediente per farsi capire, rettificato altrove, come s’è visto.
D’altro canto, con la confusione che regna oggi tra banche d’affari, banche commerciali, istituti di credito ecc. la sua “semplificazione”  appare, oggi, a quanti non sono in malafede, quanto meno opportuna.

Sull’altra questione, quella dei limiti effettivi, che non si risolvono all’interno dell’opera, delle sovraccentuazioni sbagliate, vi è la questione del rapporto fra moneta come valore creditizio e moneta come valore indotto, all’interno dell’opera di Auriti. Sul valore indotto sarebbe giusto scrivere un articolo apposito, onde analizzare (prima) ed esplicare (poi) cosa intendeva veramente il compianto professore. In estrema sisntesi possiamo asserire chè lì risiede il “quid”, il nocciolo della sua teoria “metaeconomica”, che è prettamente filosofica e,soprattutto, METAFISICA.
Per quanto concerne poi la critica al fascismo, che tanto dispiacere ha dato, dove talvolta Auriti critica Mussolini per essere stato succube dell’oligarchia bancaria, in particolare attraverso il raggiungimento della famigerata “quota novanta”; la qual cosa avrebbe fatto (secondo il suo mentore Alberto De Stefani) perdere la guerra all’Italia.  In realtà le cause profonde sono da ricercarsi altrove e, comunque, non solo in quella direzione. La non ben chiara e netta distinzione fra la meritoria opera sociale del fascismo e il resto; il fatto – nient’affatto secondario – che il fascismo si trovò ad operare in una situazione notevolmente sfavorevole (ricordiamo, solo per inciso, che il gabinetto economico italiano dell’epoca era fermamente sorvegliato da “solerti gendarmi in grembiule”) è un “difetto”, cioè un limite, reale. Poi anche, il fatto, nient’affatto secondario che Mussolini fu oggetto di “malia” di alcuni ed anche, che egli stesso, per via del suo Ego fosse stato preda di queste malie.. 
Per mezzo di tale porta tutti i “sovvertitori” dell’opera di Auriti, appartenenti allo scientismo positivista”, son passati ed entrati per commettere i loro misfatti: qui è la porta lasciata sguarnita.  In realtà tutta la questione della degenerescenza interna è dovuta al Kali-Yuga! Pertanto, Auriti, poiché appartenne al Cattolicesimo Tradizionale (e non al nazifascismo come qualche pazzo in rete afferma chiaramente), si deve accodare alla “Crociata all’inverso”. Ogni “dunque” rappresenta un paralogismo, una deduzione forzata, non presente né nelle premesse, nemmeno nell’opera di Auriti. Ciò che conta è il contenuto anti-moderno dell’opera di Auriti, i suoi precisi riferimenti storici all’inizio della sovversione (la nascita della BoE, la Rivoluzione francese, ecc.) e quei pochi passi dedicati alla Dottrina sociale della Chiesa; il resto va interpretato in funzione di ciò. Stop.

Si è più volte condannata la dis-visione, ma torniamo al punto interno all’opera, alla “porta aperta” che occorre assolutamente richiudere, per la salvezza dell’opera stessa dal venefico abbraccio (da boa constrictor) di certo tradizionalismo deviato. Il punto è questo: che Il cattolicesimo tradizionale abbia una sua valenza rispetto al Cattolicesimo conciliare moderno è fuori questione (ricordiamo che Auriti privilegia il cattolicesimo tradizionale sull’Occidente tradizionale (inficiato dal giudaismo), parliamo di quest’ultimo), è vero (anche se occorrerebbe fare il confronto tra la civiltà occidentale tradizionale ed ognuna delle più civiltà che compongono “Il cattolicesimo romano storico” del Kali-Yuga ed allora vedremo che, pur rimanendo una certa minorità, il confronto sarebbe meno negativo per l’Occidente tradizionale). Ma un conto è dire: nel Cattolicesimo integrale ci son più ghiacciai, più montagne, quindi la neve vi si accumula di più, mentre quello conciliare, più “marino”, più “mare”, meno “terra e montagna”, ha meno montagne, meno neve accumulata e meno ghiacciai, e questo è vero. Dedurre da ciò che la neve nel cattolicesimo conciliare sia “meno neve” di quella presente nel cattolicesimo integrale, è un paralogismo, un “dunque”, per l’appunto. Sì, è vero, Nel cattolicesimo conciliare la “neve ed i ghiacciai” son sempre stati di meno, a causa della conformazione della terra e del clima, epperò sempre neve era, si tratta della stessa ed identica neve! Mettere a confronto Dante con un qualsiasi rappresentante comune della religione islamica è una bestemmia, ma lo stesso Aristotele era superiore; ciò non toglie che la “tenuta tradizionale” dell’Occidente tradizionale era molto minore di quella dell’Oriente. Bisogna distinguere i due piani del discorso, e non confonderli, come invece talvolta Auriti ha fatto. Occorre richiudere tale porta.

Questa “sovraccentuazione” dell’aspetto puramente materiale della sua teoria monetaria ha provocato le vibranti reazioni dei cosiddetti “debunkers”, capeggiati da un tale Le fou, che ha avuto gioco facile nel dimostrare alcune incongruenze logiche ed altre deficienze giuridiche.. Lo stuolo di polemiche inutili che tale dibattito si è portato appresso ha, per questo preciso motivo, indotto molti studiosi auritiani ad abbandonare il maestro, con un pericoloso effetto domino. Alcuni, però, nonostante tutto, continuano a diffondere il verbo del maestro, senza particolari originalità. Altri, invece, modificandone, a piacere, taluni aspetti, cercando di renderli più aderenti alla realtà, senza però riuscirci effettivamente. Anche qui, come accadeva sovente, le osservazioni di Pier Luigi son giuste, ma la cura che ha proposto è peggio del male. Tale sovraccentuazione dell’eccellenza del monetarismo è sbagliata, e porta ad illusioni gravi sulla “tenuta” di quella civiltà europea che egli egli stesso, strenuamente cerca di dinfendere. Di qui la “sorpresa” degli economisti “tradizionalisti” rispetto al declino attuale, ch’è cosa verissima e che tutti possono constatare. Ma tale critica non può esser fatta in nome del “equa distribuzione delle risorse”, che sostiene l’eccellenza del sistema occidentale perché “più veritiero”, e quindi la necessità, per l’Occidente, di liberarsi della religione cattolica, “materna”, per tornare alle tradizioni autoctone, guerriere, pagane ed espansive: non v’è nulla di più falso, con questo Borghezio si è posto davvero fuori dalla Traditio, per il semplice fatto che non si può “resuscitare” una forma tradizionale di millenni fa, salvo fare come il Rinascimento, che però ha evocato un fantasma. O un larva, che ha “posseduto” l’Occidente da allora in poi. Infestazioni psichiche, come anche lo fu l’hitlerismo neopaganista. Hitler “Illuminò il buio”, attraverso la sua coraggiosa politica sociale e monetaria. Ma fu “aiutato” da forze aliene, su cui, adesso, non intendo soffermarmi.

3. La crisi del “Auritiismo“. Si è più volte ricordato che la visione di Auriti sboccia e sbocca, sfocia nell’èschaton. E’ di tipo “escatologico“: per lui il “Regno dell’Anticristo”, o “Grande Parodia” (Guénon), è lo sfociare necessario delle premesse contenute occultamente nel mondo moderno sin dal suo manifestarsi praticamente (Rivoluzione Francese), premesse però divenute da occulte, palesi, per quella legge della manifestazione ricordata più volte. Lo scacco subito dall “Auritiismo” è questo: essere stati incapaci di “convincere” non tanto le “autorità” dei vari governi ma le “élites” politiche di questo quadro. Alla crisi generata dalla modernità, le “risposte” (si fa per dire tali, perché non rispondono, son solo “utilitarismo“) delle religioni si son divise in due gruppi: quello maggioritario che, in un modo o in un altro, con la scusa dell’”adattamento”, ha di fatto aperto le porte alla “modernizzazione” della religione; l’altro, il minoritario, che invece ha riaccentuato certe basi della religione, ed essendo delle nullità a livello metafisico, il tutto si è concentrato sul rigorismo scientifico o legalistico, prestando così il fianco ai detrattori della religione in generale e del Cattolicesimo in particolare. Il Protestantesimo, l’unica produzione religiosa dell’epoca moderna, si è dimostrato l’apripista, perché in sé ha contenute ambedue le risposte. La creazione della Banca d’Inghilterra ne è la rappresentazione palese. Quel che vediamo è, dunque, la “protestantizzazione” delle religioni, di tutte. In altre parole, il moderno, entrando nel campo religioso, genera questa scissione.

Dal punto di vista dell’opera di Auriti son false ambedue le apparenti alternative. Perché? Perché il problema è tutt’altro: da un lato, la modernità si presenta in alternativa alla Tradizione, qualsiasi sia la forma di essa, dall’altro, densificando nel Regno dell’Anticristo, si avrà una forma in competizione a tutte le altre. Pertanto, mentre la sfida che gli era portata era universale e globale, le “risposte” (fasullissime) erano particolari e specifiche, quindi assolutamente insufficienti a rispondere alla sfida posta in essere. Di qui la crisi esiziale, irrisolvibile. Tale sfida globale, per avere un senso, si deve necessariamente porre in una visuale escatologica, pertanto l’opera di Auriti rivela la sua coerenza di fondo, nonostante smagliature e limiti qua e là evidenti. Convincere della globalità dell’attacco e della sfida implica necessariamente la visuale escatologica, nell’opera di Auriti (da un altro punto di vista non necessariamente, ma bisogna uscir fuori dall’ottica che caratterizza l’opera di Auriti).

L”Auritiismo” non è riuscito a convincere di ciò, perché ha separato il tentativo di convincimento della globalità ed universalità della sfida, operata dalla modernità, dalla visuale escatologica, che invece si trova necessariamente, oltre che del tutto coerentemente, collegata al primo punto nell’opera di Auriti: per questo ha fallito. Ha fallito anche praticamente perchè, non poteva, nello stato di cose attuale far passare l’idea (di per sè nobilissima) che la moneta venga data “senza corrispettivo”.  Il fallimento, però, ha portato alla crisi del “Auritiismo” stesso, cioè paragonabile al fascismo uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale. Si è allora molto naturalmente giunti alla divisione interna secondo le “appartenenze”… tutte però, finitime a se stesse.
Il problema che si pone ora è, allora: che cosa fare, oggi? E gli scritti presentati da me s’inquadrano in una tal situazione. Che cosa fare, oggi? Come continuare, ammesso e non concesso che sia possibile?

Conclusioni



Nessuno può negare che vi sia stata un'impasse, nella "Proprietà popolare della moneta", e che occorra superarla. Auriti ha sempre detto e ripetuto tante volte che il suo non fosse un vero e proprio "sistema", ma piuttosto un'applicazione pratica della "Dottrina Sociale della Chiesa" che, non avendone gli strumenti (e la volontà) si è teso a traformarlo, ad irrigidirne le posizioni, dimenticando il quadro generale di riferimento.
Dal "sistematicismo" al "settarismo" il passo non è lungo.

La "cura" può essere una ed una sola: porre l'accento sull'aspetto spirituale, dell'opera di Auriti, porre l'accento sul quadro generale ivi contenuto, tralasciando inevitabili imperfezioni. L'autore "perfetto" è una chimera: non esiste. Occorre poi unire tutto ciò con l'analisi, senza "peli sulla lingua", della situazione attuale.
Se ciò sia fatto, allora davvero diventa possibile superare l'impasse.
Certo, l'analisi che ne vien fuori è terribile, ad una situazione davvero difficile, ma questo deve servire a rafforzare la fede, non ad indebolirla.
Pure questo non è affatto facile. Ma la realtà è che nessun paese del mondo è immune, nessuna forma di giustizia lo è. Il che ci riporta alla "via della mano sinistra"... Via che stanno seguando gli orientali...la Cina in primis. Uno, fra i molti, argomenti di polemica del vecchio Blog, fu anche questo: se la controiniziazione si debba equiparare puramente e semplicemente alla via della "mano sinistra" o non. La retta risposta è che, sebbene vi sia, di fatto, una vicinanza tra le due, sebbene una delle fonti più forti della controiniziazione stessa sia, senza dubbio, la via della "man sinistra", tuttavia le due cose non si equiparano puramente e semplicemente. E' piuttosto vero che la controiniziazione, pur nonessendo nata dalla "mano sinsitra", se n'è alimentata e se ne alimenta, per le caratteristiche di "pericolosità" e "scivolosità" della via della mano sinistra stessa. Ricordo che il principale fautore del "risanamento" germanico fu un tal Hjalmar Schacht, economista di origini ebraiche.
Non so se qualcuno ha da dire qualcosa sull'orientazione di tale "riforma", qui proposta, per "continuare" l'opera di Auriti, in tutt'altro contesto, chiaro, e quindi non si parla di continuazione "formale". Qualsiasi contributo è ben accetto.
 

© ♚Pierre