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mercoledì 30 luglio 2014

Il tramonto dell'Occidente - parte seconda -

Liberalismo e Democrazia


liberalismo
    A questo punto occorre soffermarsi un poco sul rapporto fra  liberalismo e democrazia, al fine di riflettere sulla tesi consolidata che la "liberal democrazia" sia il compimento del primo in conseguenza, anzitutto,  del passaggio dal suffragio ristretto al suffragio universale. In effetti, il legame trai regimi liberali e quelli democratici è evidente e sostanziale. Non si può parlare, cioè,  di un'astrusità concettuale, di un connubio innaturale. Al contrario.
   Gli uni infatti (i regimi liberali) hanno trasmesso agli altri (i regimi democratici): le libertà civili e politiche, le costituzioni, le istituzioni parlamentari, la divisione dei poteri, la convinzione che il loro fondamento sia la partecipazione attiva dei cittadini come individui sulla base di diritti inalienabili. L'idea della continuità e della contiguità tra i due tipi è stata rafforzata, in maniera quanto mai vigorosa nel corso del Novecento, dalla loro contrapposizione sia ai modelli utopistici di democrazia diretta (vedi attuale il caso dei cinque stelle) sia ai regimi autoritari e totalitari di destra e di sinistra.
Ma vien da domandarsi, tornando alla domanda già posta: se nei sistemi che continuiamo a definire "democratici" non siano intervenuti, negli ultimi lustri, mutamenti tali che autorizzano a pensare che essi formino entità che richiedano l'elaborazione di nuove categorie per definirli con le seguenti conclusioni.  Per spiegarvi ciò, farò riferimento a tre tipi di sistemi, per poi sottoporli ad una sommaria analisi comparativa.
  1. il Sistema "tout court" Liberale, quello che è stato definito più propriamente come "Liberalismo Conservatore", a suffragio fortemente ristretto, poggiante su partiti di notabili;
  2. il Sistema Liberal Democratico, basato sul suffragio notevolmente allargato, incentrato sulla competizione tra partiti permanentemente organizzati, i maggiori dei quali a base di massa, divenuti i principali strumenti tanto della formazione e dell'orientamento dell'opinione pubblica, quanto dell’azione politica nei processi parlamentari;
  3. il Sistema Liberaldemocratico di ultima generazione, basato sul suffragio universale (ossia quello in cui ci troviamo noi oggi), nel quale i partiti rimangono si i soggetti istituzionali della competizione elettorale, dell'azione politica in generale,  ma la loro struttura risulta notevolmente mutata insieme con le tecniche attinenti all’organizzazione del loro rapporto con le basi di riferimento e alla “formazione” dell'opinione pubblica.
Della massima importanza sono inoltre due altri aspetti:
  • il sistema liberale di primo tipo (il sistema liberale classico)
  • quello del secondo tipo operante nell’ambito di singoli stati in grado di esercitare in maniera efficace la propria sovranità.
Su che cosa però? Su quelle che si presentavano essenzialmente come economie nazionali, pur nel quadro, naturalmente, del commercio internazionale, delle relazioni fra i vari stati e del libero mercato.
Viceversa, nel sistema liberaldemocratico odierno, ha visto e ancora vede gli Stati perdere in misura sempre maggiore, in rapporto al passare del tempo,  il proprio potere decisionale nei confronti dell’economia che ha assunto le caratteristiche dalla globalità. Ed è controllata in misura crescente da ristretti centri finanziari e industriali sovranazionali,  i quali, senza alcuna legittimazione democratica e, di fatto, senza più alcuna sottomissione sostanziale alla tradizionale sovranità dei vari stati nazionali, hanno assunto nelle proprie mani quel potere fondamentale di dislocare la produzione, la distribuzione delle risorse economiche e non solo…
L’altro aspetto assai trascurato ma non per questo meno importante è che la formazione dell’opinione pubblica in precedenza affidata si a mezzi di informazione che erano “sensibili” all’influenza dei cosiddetti “poteri forti”, ai “Think Tank” culturali, intellettuali ecc.,  è ormai controllata in misura sempre più massiccia da gruppi di plutocrati internazionali che esercitano, in questo ambito, un ruolo analogo a quello in campo industriale e finanziario, tenuto dalle oligarchie finanziarie e industriali.
Ma vengo a ragionare adesso brevemente su ciascun tipo di sistema.

Il primo tipo (vero sistema  liberale classico) era caratterizzato da questi principali elementi.
  1. Come è noto era il prodotto della vittoria politica, della società civile e borghese (andrebbe indagata a parte il concetto di società civile) appoggiata dai settori liberaleggianti dell'aristocrazia relativamente progressista, nei confronti dello stato assoluto. 
  2. in esso le costituzioni, con la separazione dei poteri, l'esercizio delle libertà politiche e civili,  costituivano la garanzia che lo stato mantenesse il ruolo, non già di padrone arbitrario, ma di regolatore legittimo secondo i principi della legalità istituzionale, proteggendo quindi la società dalle prevaricazioni del potere. 
  3. il suffragio ristretto rispondeva all'esigenza di mettere al riparo i possidenti, dal temuto assalto delle classi “pericolose”, di affidare la partecipazione politica, il controllo del potere agli individui dotati degli strumenti necessari per dare al voto il significato, non soltanto di mezzo di difesa degli interessi economico sociali, ma anche di manifestazione di una concreta capacità politica.
Il concetto di fondo che stava alla base può essere così espresso: la piazza della politica deve essere occupata da quanti posseggono l'insieme delle risorse materiali e intellettuali (culturali) che sono in grado di renderli (proprio in virtù di questo connubio di risorse) capaci di autodeterminazione; la piazza della politica deve essere altresì occupata da chi governato può diventare lui stesso governante;   da chi conosce l'ordine del giorno delle questioni in gioco ed è in condizione d'influire direttamente o indirettamente sulla formazione di quest'ultimo. Questo punto è stato chiarito in modo esemplare da Benjamin Constant.
In caso contrario, i soggetti sono da considerarsi eteronomi a vario titolo. Alla base della limitazione del suffragio pesavano in maniera massiccia gli interessi di classe, ma contava anche e molto la volontà che i soggetti della politica possedessero i requisiti necessari per essere attivi in posizioni e in gerarchie si diverse, ma non tali da creare barriere di esclusione per quanti costituivano la società politica e il suo bacino sociale.
Da sottolineare, dunque, in questo sistema, la sostanziale coincidenza tra la società politica e quella parte di società civile che sosteneva il processo politico in generale. La sua legittimazione ideologica poggiava, perciò, sulla contrapposizione dei diritti del cittadini in grado di essere attivo e consapevole, ai generici diritti universali dell’uomo. Si trattava del sistema che poi la critica socialista ha definito: liberalismo borghese. Esso aveva come ambito gli stati nazionali, i quali esercitavano la loro sovranità. E qui bisogna badare agli aggettivi della sovranità, alla loro combinazione…(giuridica politica, economica e militare) entro i confini del loro territorio.   La sovranità monetaria, come ha sottolineato più volte Giacinto Auriti, era già stata scalfita con la creazione della Banca D’Inghilterra, che diede la stura al processo d’indebitamento sovrano che oggi ben conosciamo.  Questo ultimo punto è stato chiarito in modo magistrale dal compianto Prof. Giacinto Auriti. occorre aggiungere, seppure per inciso, che tale modificazione strutturale, non avvenne in modo immediato ma, al contrario, in modo assai progressivo, ragion per cui tutto questo risulta ancora oggi incomprensibile ai più...
Tale sistema, mentre, per un verso, si qualificava in conseguenza del suffragio ristretto come un sistema di oligarchia allargata, per l’altro, nei limiti di quella componente del demos che lo sorreggeva, era dotato di un alto tasso di democrazia, tanto da poter essere definito, in una maniera che può apparire paradossale, si un’oligarchia, essendo le masse popolari escluse in tutto o in parte dal processo politico, ma una “democrazia”  operante, per quanto atteneva alla sua realtà interna.

Il secondo tipo di sistema, ovvero, quello liberaldemocratico, sviluppatosi in Europa sempre più pienamente tra l’ultimo Ottocento e l’avvento della globalizzazione, ha costituito insieme il compimento e l’alterazione del sistema liberale di primo tipo.  Il compimento in quanto i meccanismi istituzionali fondamentali sono passati dall’uno all’altro. Il suffragio ha conosciuto un allargamento (fino a diventare universale) che però, proprio per questo ha svilito il carattere meritocratico che in un certo qual modo poteva esser presente nell’oligarchia. L’alterazione in quanto in luogo di un bacino sociale non certo omogeneo ma poggiante non di meno sul comun denominatore costituito dalla prevalente combinazione di Proprietà e istruzione, il sistema è venuto a basarsi su due  bacini sociali diversi e persino in opposizione. L’uno costituito dai proprietari, dai titolari di redditi elevati dei ceti istruiti, l’altro dalle masse dei non proprietari  della città e della campagna in maggioranza poco o per nulla scolarizzati. Inoltre ha contribuito fortemente all’alterazione, poiché all’individualismo forte, proprio del sistema liberale di primo tipo,  nel quale, non a caso, i partiti dominanti erano  raggruppamenti il cui nucleo era  formato da notabili, è andato gradualmente sostituendosi un individualismo debole, in corrispondenza con la discesa in campo dei i cosiddetti partiti di massa, divenuti essi stessi i soggetti primari del sistema parlamentare basato sul  suffragio allargato universale, così che la democrazia assunse (come  ebbe a notare plasticamente Hans Kelsen) il carattere di uno Stato di partiti.  Di partiti diretti da élite ristrette, poggianti su quadri di professionisti della politica, preposti ad organizzare i loro membri, ecc..
In questo quadro, mentre il suffragio universale rendeva formalmente tutti gli individui soggetti dell’azione politica, in pratica, i veri soggetti diventavano i partiti che assumevano nelle loro mani il monopolio dell’azione politica.  Ecco la degenerescenza del sistema liberale classico, ossia quello ben descritto da John Stuart Mill.  In quel sistema l’individuo istruito, capace di consapevolezza politica, ed in grado di giudicare i programmi in maniera indipendente, senza cadere vittima di qualsivoglia strumentalizzazione e, soprattutto, della demagogia, cede il passo al cittadino eterodiretto, di cui parlava Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.
La compresenza nei sistemi liberaldemocratici di bacini sociali, non solo diversi, ma, a volte, in violenta contrapposizione, ha reintrodotto in vari paesi il rapporto tra le forze sociali legittimate a governare e quelle non legittimate (le classi pericolose); il che ha costituito, nel corso del XX secolo,   uno dei fondamenti delle crisi organiche dei sistemi liberaldemocratici oppure delle anomalie che hanno di fatto bloccato tali sistemi. Tra i più importanti elementi di continuità tra il sistema liberale classico e quello democratico vi era anzitutto il dato che lo stato nazionale manteneva il potere decisionale su tutta l’economia; poiché allora vi era  un’economia che vedeva collocati sul suo territorio i centri finanziari, le imprese industriali e agricole e, in genere, tutto il sistema volto a provvedere ai fabbisogni della popolazione. Da ciò veniva la possibilità per lo Stato di far valere -  se necessario –  il potere politico sui sottostanti centri di potere economico, per cui, appunto, le politiche economiche si configuravano come le politiche statuali e nazionali. E in ciò stava una delle sostanze forti del potere Sovrano!
Il terzo ed ultimo tipo di sistema su cui vale la pena di soffermarsi  è un sistema nel quale  i presupposti della democrazia liberale appaiono profondamente erosi. I principali elementi di questa crisi che si presenta, per molti aspetti, come dissoluzione, l'indicherei come segue:
 
  In primo luogo: l'individuo consapevole dei propri interessi, dotato delle risorse culturali per comprendere l'ordine del giorno politico, per arricchirlo con la propria partecipazione, per sottoporlo a verifica critica, per dare un voto autonomamente deciso, per controllare i suoi rappresentanti in parlamento e, mediante essi,  il governo,  appare, sempre più, come una specie in estinzione.
 
   In secondo luogo: sono entrati in un’agonia (che pare irreversibile) i grandi partiti di massa organizzati, i cui maggiori prototipi erano stati in Europa i grandi partiti socialisti, comunisti e democristiani. sicché la stessa definizione di Kelsen, degli stati democratici come stati dei partiti,  ha perso di significato.

   In terzo luogo è venuta meno l’economia nazionale. La stessa che Weber indicava come il fondamento materiale necessario degli stati nazionali  e del loro potere sovrano. E del fatto che questi stati potessero esercitare e, a maggior ragione,  avere un carattere “sovrano”.
L’economia nazionale è stata soppiantata da un SISTEMA economico globale, dominato da ristrette cerchie di finanzieri industriali, le cui decisioni non solo largamente si sottraggono al potere sovrano degli stati, ma, spesso, sempre più, vengono, letteralmente, IMPOSTE agli Stati! E non solo agli Stati piccoli e medi... Quelle che potremmo definire come le residue economie nazionali si presentano in misura via via maggiore come sotto sistemi locali.  Tra  gli stati,  i loro governi, i parlamenti e sistemi politici nazionali  da un lato, e le oligarchie sovranazionali dall’altro,  è dunque venuto a crearsi uno iato che disconnette via via più fortemente i due termini, con la conseguenza che il processo democratico, anche quando, per ipotesi, al massimo della sua effettività, nei singoli stati, non è in grado di influire con efficacia sull’agire e sul potere potere decisionale dei grandi potentati economici mondiali.

   In quarto luogo: la formazione dell’opinione pubblica è sempre più un prodotto pianificato  e “confezionato” con le tecniche della pubblicità commerciale e controllato - nell’era della rivoluzione informatica - dai Tycoon dell’informazione di massa, che operano  a livelli internazionali, in parallelo,  in sintonia e, in molti casi, in  condizioni di compartecipazione proprietaria con gli oligarchi della finanza e  dell’industria, esercitando quella che è stata definita dal prof. Giovanni Sartori, come “videopolitica” o, volendo usare un termine ancora più radicale, “videocrazia”.

   In quinto luogo,  la tradizionale separazione dei poteri, elaborata dalla dottrina liberale, cardine delle libertà, in cui Montesquieu pronuncia quella memorabile frase: “occorre che il potere freni il potere…”  (la libertà è figlia di questa frase),  di fatto non esiste. Quindi la parola chiave non è “separazione” dei poteri… ma, positivamente,  l'equilibrio, (il delicato rapporto funzionale) il controllo del potere. Occorre che non ci sia mai alcun potere che prevarichi sugli altri.  Se no… son guai! Qui stiamo invece di fronte ad un continuo svuotamento dei poteri, tant’è che dobbiamo riflettere non è un caso che uno dei primi atti che “legittima” (o meno) la formazione di un governo è la sua “quotazione in borsa”, vale a dire il gradimento o meno di un determinato governo da parte della Finanza Internazionale. Ciò non è una provocazione ma la semplice constatazione della realtà. In tutto ciò sta il fondamento primo dello svuotamento della sovranità degli stati,  i quali sono stati ridotti a stati amministrativi, ovvero a organi regionali dell'ordine economico politico e civile, proni alle direttive delle oligarchie plutocratiche mondiali. Per questo occorre ridisegnare la mappa tradizionale del potere, che oggi appare dunque obsoleta.

Sic res stantibus,  ecco l’interrogativo che si impone con forza  e a cui non è possibile sfuggire: qual è, in queste singolari circostanze, la condizione attuale del cittadino democratico? Il cittadino nei sistemi liberali ottocenteschi, era assai più attivo e influente di quanto non lo sia oggi. Lo era anche il cittadino nello stato dei partiti... poiché allora, nonostante tutto il male possibile, i partiti coinvolgevano attivamente i loro iscritti, in maniera permanente nel processo politico, davano un'ideologia, mobilitavano le campagne elettorali, con un rapporto diretto di partecipazione tra i partiti e la loro base di riferimento.
Oggi, invece, il cittadino è stato ridotto essenzialmente alla stregua di un consumatore passivo del processo politico, in sintonia con la figura del consumatore di un qualunque bene economico. A loro volta i partiti hanno subito una trasformazione epocale: il partito organizzato di massa,  sorto e sviluppatosi in Europa,  sta scomparendo e quello che ne resta sono dei meri elementi residuali senza alcuna incidenza politica. Nulla sparisce all'improvviso ma piuttosto si trasforma, cambiando impostazione e funzioni. e si va ovunque imponendo un modello di partito  centrato ed impostato sulla figura carismatica di un leader. In pratica si afferma un Partito della Persona. Un modello di partito che si adatta alla logica e ai meccanismi del mercato, così da affiancare al mercato economico, un omologo "mercato politico", dove al cittadino rimane la funzione di inserirsi o meno nel gioco della domanda e dell'offerta, "comprando o non comprando" "prodotti" che gli sono stati proposti dalle oligarchie dominanti ma su cui non ha alcuna funzione determinante.  Altro tratto caratteristico è la tendenza alla personalizzazione dei partiti secondo il disastrato modello americano. Difatti assistiamo sempre più a partiti o raggruppamenti che portano il nome di questo o di quello, senza alcuna valenza ideale, ma, anzi, sostituendo l'ideale con il "personale" e facendo passare quest'ultimo elemento come una sorta di "benedizione"... In questo clima parossistico di personalismo rivestono un ruolo di primissima importanza le cosiddette lobbies che influenzano e determinano la composizioni degli schieramenti. Al momento del voto al cittadino rimane una sola opzione: mi piace o non mi piace, prendendo a prestito la fumosa terminologia arcinota agli amici di Facebook.

In questo stato di cose, si rimane in un meccanismo bloccato e perciò nient'affatto democratico. Sbaglia dunque chi critica il Sistema: la democrazia. Ha ragione, viceversa, chi critica QUESTO SISTEMA.Ossia un SISTEMA di governanti NON ELETTI, controllati da Grandi Lobbies finanziarie. Questi funzionari, emetteranno LEGGI SOVRANAZIONALI, a cui i rappresentanti eletti dal popolo, scelti prima dalle oligarchie, dovranno sottostare se vorranno avere la loro minuscola parte di potere.

QUESTA è la VERA TRUFFA propalata agli elettori ignari della UE e fatta passare come una CONQUISTA per la pace europea. Ha un senso continuare a definire democratici questi sistemi?  Io credo di no. Nulla può tanto danneggiare la democrazia e contribuire alla marcia verso la sua dissoluzione quanto l’accettazione acritica di questo sistema così come è. Se la democrazia deve avere un futuro è necessario che essa scopra le strade per un vero rinnovamento. Il miglior viatico per un vero rinnovamento democratico è quello tracciato dal compianto Prof. Giacinto Auriti attraverso l’attuazione concreta del suo programma sulla Proprietà popolare della moneta, teso ad assicurare giustizia per tutti e, indi, ad attuare in modo sostanziale la sovranità monetaria.
©  ♚Pierre

mercoledì 28 maggio 2014

La politica odierna nel flusso caotico della realtà

Franz Sedlacek Werk und leben (1891-1945) 1

Interrompo momentaneamente la stesura della seconda parte del post sul Tramonto dell'Occidente per fare il punto della situazione, prescindendo dai soliti discorsi triti e ritriti, ripensando il tutto in altra chiave... l'ambizione è quella di portare il discorso altrove, uscendo dagli angusti ambiti della politica politicante, per approdare nel porto della Metapolitica. Occorre dunque dedicare una riflessione profonda su tutto il dominio della conoscenza e del sapere.
   
 ***

Durante questi anni  ho annotato - col rischio di ripetermi e apparire noioso - come possa essere difficile il solo pensare la politica. E, nello specifico, faccio osservare che la “politica” attuale non è frutto del caso. Si segue pur sempre un percorso, forse meno ortodosso e più aperto a varie possibilità, che si traducono, all'atto pratico, in una serie di mosse e contromosse, in una sorta di avvicendamento probabilistico. Chi segue tale strategia è fortemente persuaso di poter riprodurre la realtà, sia pure solo per punti, seguendo uno schema, per poi fissarne la trama. Crede d’essere capace d’attribuire ai punti nodali di tale trama una posizione se non  precisa, almeno abbastanza affidabile; facendo finta di seguire le elucubrazioni di quei politologi molto in voga, ma evitando di meditare a fondo come farebbe un vero sapiente. Costoro a sproposito citano l’indeterminazione della teoria quantistica, secondo cui l’osservatore influisce sull’oggetto osservato appunto osservandolo. Un'osservazione giusta nella sua essenzialità, ma che però non si ha la capacità di metterla in pratica.
Gli uomini hanno - per troppo tempo - avuto la presunzione (illudendosi) d’essere gli unici artefici del proprio destino, ragion per cui, se ad un certo punto si presentano eventi inattesi, non previsti, diventano superstiziosi, fanno appello al caso e persino alla sfortuna, cercando ogni appiglio per cercare di dare una risposta al loro smarrimento.  Si richiamano, cioè, a qualunque cosa possa scagionarli, anche se ciò veste i panni della logica-raziocinante. Essi sono invece artefici di un ben altro procedimento... E' un procedimento "occulto", che non è dato conoscere ai "più".
La “realtà” è da pensarsi (solo da pensarsi senza pretesa di attingerla nella sua “verità”) quale flusso informe, caotico, squilibrante. Non possiamo muoverci in essa, seguendo le norme precise della razionalità... sarebbe fin troppo facile! Dobbiamo invece saperci immergere "consapevolmente" in questo flusso attraverso  una superiore  “intuizione”, un'intuizione che gli antichi avrebbero chiamato "super-individuale".  Per questo, una volta, i saggi si ritiravano negli eremi a meditare... abbandonando gli altri esseri umani inconsapevoli che disturbavano la loro meditazione.
Oggi, viceversa, assai più prosaicamente, la nostra mente fissa dei campi di stabilità,  in modo tale da potersi muovere come se si dovesse seguire una mappa. Costruiamo la loro dinamica di mutamento attraverso un procedimento cinematico, ossia, in parole povere, come avviene nei film. Una serie di fotogrammi sempre più ravvicinati fra loro fanno si che dalle immagini statiche si arrivi a quelle in movimento. Oggi poi, con le tecniche sofisticate digitali si arriva ad una definizione fantascientifica! Il tutto ci fa sentire dei padri eterni, delle persone di altissimo livello, consapevoli ed informate.  Ecco perché, poi, si corre ad acquistare l'apparecchio  di ultimissima generazione,  quello che, per intenderci, è sempre più dotato di “esatta riproduzione della realtà” per punti, per pixel! Questa sarebbe la realtà: i rapporti tra i punti e le parti da essi configurate vengono riprodotti in formule, grafici, ecc. E noi siamo contenti, fieri di tanto sviluppo,  il futuro ci appare ormai chiaro, senza misteri.
Poi, appena accade qualcosa di imprevisto, entriamo in una fase angosciosa e ci facciamo prendere dal panico. Appunto: o siamo puniti per i nostri gravi peccati, oppure sorge il sospetto che qualcosa sia sfuggito alla riproduzione di quella “realtà”. Magari si pensa di migliorare ulteriormente la “fotografia”; e per quanto riguarda la  dinamica evolutiva, ci si sforza di rilevare i punti successivi (di quella che è in effetti una cinematica) eliminando il più possibile gli spazi (e i tempi) vuoti tra l’uno e l’altro. Alla fine pensiamo di poterci rilassare; tutto andrà bene. Eppure continuano a prodursi eventi “strani”, assolutamente inattesi. Perché?
Fin quando, nella successione degli eventi in una determinata fase storica, agisce una forza decisamente prevalente (ad es. una potenza predominante in quel contesto spaziale), si ha l’impressione che l’evoluzione di una data formazione sociale sia abbastanza (mai completamente) determinata dall’agire di quel “soggetto”, il quale fissa sempre i suoi campi di stabilità per agire, ma sembra in effetti che questi corrispondano alla “realtà” di quell’epoca storica. Ad un certo punto, si notano discrepanze,  eventi “fortuiti”; osservando meglio la situazione, si vede che stanno emergendo altre forze, con altri campi di stabilità e altre azioni, altre sequenze di mosse, onde muoversi in quello stesso contesto. E malgrado si cianci della necessità di collaborare tutti insieme, sempre più si verificano situazioni in cui ci si deve guardare in cagnesco: la sensazione di ogni “soggetto” è che qualcun altro stia barando, voglia raggirarci per poi meglio annientarci! Ogni “soggetto” (ogni nuova forza in crescita) la pensa così.
In realtà, l’emergere di più forze ha soltanto posto in chiara evidenza, e lo andrà ormai ponendo sempre più in luce, che il campo (o i vari campi) di stabilità – fissato(i) mediante teorie via via più “raffinate” in strumentazione analitica impiegata e perfino supportate da accurate “ricerche (statistiche) sul campo” – ha presunto di immobilizzare il continuo flusso squilibrante, disordinato, che è in realtà irriproducibile tramite il pensiero detto logico (che sia deterministico o probabilistico non ha alcuna importanza). E’ questo flusso a mettere infine in crisi i campi di stabilità dei vari “soggetti”, la cui unica funzione, quando vanno moltiplicandosi, è quella di far risaltare che il flusso in questione non si acquieterà mai. E saremo sempre costretti, di periodo in periodo, di fase in fase, di epoca in epoca, ad attraversare quelle che avvertiamo sovente come tragedie.
Tuttavia, non vogliamo accettare questa “realtà”, vogliamo pensare che essa sia frutto delle nostre azioni. Alcuni credono che basterebbe cooperare o addirittura volersi bene, riscoprire l’“umanità” dei buoni sentimenti; realmente esistenti, sia chiaro, giacché non sono sempre ipocrisia e finzione di “soggetti” malintenzionati. Tuttavia, fanno quasi più danni gli “amorevoli” in buona fede degli altri, perché sono i più tetragoni e testardi nel non voler riconoscere che “qualcosa” deteriora oggettivamente i rapporti tra individui e gruppi sociali e spinge necessariamente a dover affrontare un conflitto talvolta assai drammatico ma non per questo evitabile. Gli ipocriti non capiscono da dove derivi il deteriorarsi dei presunti “equilibri”: non hanno consapevolezza del flusso squilibrante e informe, pensano ancora alla possibilità di stabilizzare dei campi attraverso il rafforzamento loro e l’indebolimento dell’avversario (trattato a volte da cooperante o alleato soltanto per raggirarlo e/o sottometterlo). Quelli in buona fede semplicemente non capiscono più nulla, continuano a credere all’esistenza del vecchio campo di stabilità con il suo equilibrio ormai sballato da un pezzo; e provocano così ritardi con guasti inenarrabili e accentuano i peggiori aspetti della tragedia quando essa arriva.
Ci sono però anche altri “soggetti” che inseguono scopi diversi, che afferrano in parte l’inevitabilità del conflitto. Tuttavia, anch’essi non hanno consapevolezza del flusso squilibrante che sempre ci porrà alla fine – coadiuvato dalla formazione di più campi di stabilità formulati da forze contrastanti – in conflitto insanabile. Costoro sono invece convinti che il conflitto dipenda esclusivamente dal fatto che un gruppo sociale (minoritario) ha preso la predominanza nella società e schiaccia la maggioranza; quando questa si ribellerà, si potrà giungere alla pace e alla risoluzione di tutti problemi.. La rivoluzione francese fallì e non si conseguì la  “liberté, égalité, fraternité”. Tuttavia essa produsse cambiamenti storici che poi si riverseranno nei secoli a venire. Lo stesso dicasi per la la “Dittatura del proletariato”, contro coloro che si sono impossessati del controllo dei mezzi di produzione, sempre si pensa di riuscire a dare infine vita alla società degli eguali privi di contrasti fondamentali fra loro. E invece, al termine della rivoluzione francese, come di quella sovietica, ci si è trovati con nuovi gruppi dominanti. Nell’Urss perdurò, anche dopo la seconda guerra mondiale, la “falsa coscienza” di essere sulla via giusta, ossia di star perseguendo il sol dell’avvenire; si continuò a credere (illudendosi) che la via maestra fosse quella della statalizzazione dei mezzi di produzione, attraverso la pianificazione centralizzata da parte dello Stato, che non fu comunista, ma assolutista, spacciando una menzogna colossale secondo cui vi fosse lo “Stato di tutto il popolo”. Fallita miseramente questa  esperienza si cerco di ripiegare sul cosiddetto “socialismo di mercato” che rappresentò – a tutti gli effetti -  un vero è proprio ossimoro. Gli ultimi furono i cinesi. Ma anche loro, se ne stanno allontanando. C’è chi grida allora al tradimento degli ideali rivoluzionari, chi inveisce contro una maligna natura umana, chi insiste nel credere che il nuovo gruppo dominante sia solo un’avanguardia in grado di portare tutti all’eguaglianza tramite adeguato sviluppo; e altre illusioni che nemmeno elenco tanto sono numerose e piene di sfaccettature diverse.
I delusi dell’esperienza comunista, però, non si rassegnano e, benché numericamente ininfluenti continuano a predicare il “verbo” degli “antichi padri”, quasi si trattasse di una religione. E, proseguendo su questo cammino, vediamo teorie scientifiche ridotte a immutabili principi dottrinali, predicati da preti in camicia rossa, facenti parte di gruppuscoli in continua scissione fra loro, per questo sempre più rissosi e rancorosi, diventando, perciò inconsapevoli sacerdoti di  autentiche religioni ateistiche, prive di un‘entità sovrannaturale, ma non per questo meno rigide e  profondamente settarie.
D’altra parte, i dominanti, nell’atto di esercitare il loro dominio, si rivelano assai arguti ed oltremodo agili, al contrario di questi inutili sacerdoti, ormai ossificati nelle loro stanche ed inutili liturgie.
Il gruppo detto dominante è semplicemente quello che andrà formulando un nuovo campo disabilità, temporaneamente adeguato dopo il tracollo del vecchio; e dunque fisserà una pausa, un “attimo di respiro non affannoso” ad esseri umani immersi nel flusso squilibrante, che prima o poi logorerà anche “quella novità”. Intanto, però, una pausa ci vuole, non si può agire senza un campo di stabilità. Ecco perché al “giacobinismo” – il momento più emozionante e teso del rivoluzionamento del vecchio campo di stabilità, in cui fioriscono comunque alti ideali e idee nuove, ecc. – segue il “termidoro”, che cerca di stabilizzare nuovamente il campo. Sembra si torni indietro, ma alla fine, pur nello spegnimento degli entusiasmi e nel venire a galla degli ipocriti e mentitori, si stabilizza nei fatti un nuovo (solo apparente) equilibrio.
Purtroppo le cose non vanno in questo modo, ma lo si crede e si ricomincia ad agire in un apparente campo disabilità, che comunque presenta chiare novità rispetto al precedente. E nulla esclude che tali nuovi caratteri possano essere ragionevolmente considerati migliori di quelli vecchi. L’importante è capire che il flusso continua a scorrere e prepara altre fasi, altre epoche. E il pensiero umano sarà sempre in ritardo nel cercare nuovi campi di stabilità quando i vecchi sono logori. Questa è la ristrettezza dei tempi odierni. Non sappiamo come pensare il nuovo. E, come la Coutume di Parigi aveva detto: "le mort saisit le vifson hoir plus proche et habile à suceéder"
© ♚Pierre

venerdì 25 aprile 2014

Il tramonto dell'Occidente

Considerazioni di ordine generale

Werner Sombart
Esistono nella storia della cultura europea diversi "occidenti", così come esistono diversi tipi di "Oriente".  Tra queste visioni un ruolo di fondamentale importanza nella cultura europea è stato assunto dal grande affresco Hegeliano sul ruolo della filosofia della storia, con il movimento che da Oriente verso Occidente portava a compimento la realizzazione del “Geist”.
In Germania, nel passaggio tra '800 e '900, si realizza un notevole crollo di fiducia nella realizzazione del "Geist". In qualche modo, si comincia a separare l'Occidente dall'Europa. La Germania, in particolare, si trova schiacciata tra l'incudine degli americani e il martello dei russi.
Si vedono contrapposte due diverse visioni del mondo e, per dirla con Werner Sombart, un'Europa degli Eroi ad un'Europa dei "mercanti".
Indubbiamente esistono dei cicli storici e una delle cose che ho cercato di diffondere dallo studio dei cicli cosmici è che nella storia a periodi aurei fanno seguito periodi argentei, e poi, via via bronzei, fino a lunghi periodi di declino.

 

La fesseria della razionalità occidentale

La barbarie della crisi sistemica ancora in atto (soprattutto a livello economico-finanziario)  produce mutazioni cultural-politiche inenarrabili, smascherando la presunta superiorità razionalità politico-economica occidentale,  compromettendo il concetto stesso di razionalità quale metro esatto di giudizio.
Dov'è andata a finire la sbandierata capacità occidentale di governare saggiamente? Che ne è della sua presunzione di rappresentare un modello universale da seguire e persino da esportare in tutto il mondo, in barba alle diverse culture?
Dobbiamo seriamente domandarci se razionalità, razionalismo, razionalizzazione sono concetti che ancora rappresentano l'essenza dell'Occidente. Evidentemente, volendo seguire la moda scientista, questi sono diventati essi stessi, concetti obsoleti. che appartengono solo alla sua storia e genealogia...
Ma a quale storia e genealogia possiamo riferirci? A quella remota dell'età assiale (un concetto che adesso sta un po' ricostruendo la matrice profonda dell'Occidente); oppure alla matrice greco-romana, o anche a quella cristiana, oggi tanto retoricamente evocata... Oppure alla genealogia più prossima della modernità: la genealogia dell'Illuminismo, della scienza moderna, del secolarismo.
E' sensato ipotizzare che tramite essa possiamo stabilire un confronto positivo con le culture non occidentali, in particolare con l'Islam che è geopolitica mente vicino? Sono domande che possono essere affrontate da tanti punti di vista. In questo senso è l'intera civiltà occidentale che viene messa in questione. Colpisce un fatto: attraverso molti dei suoi esponenti intellettuali, l'occidente mostra una straordinaria capacità analitica, critica e, soprattutto, autocritica... ma ad essa non corrisponde un eguale capacità di orientamento politico e, soprattutto, di governo, dentro e fuori del suo orizzonte geopolitico.
Potremmo dire che ad una forte capacità autocritica non corrisponde altrettanta forza pragmatica e realizzatrice. Si tratta solo di un momentaneo deficit finanziario globale?
Tutto ciò è correggibile? O Siamo di fronte ad una alterazione profonda della sostanza stessa della razionalità? La risposta a mio insindacabile parere è negativa. Ma, andiamo avanti nello sviluppo.
A ben vedere, l'occidente è - esso stesso - colpevole  del peccato di razionalismo; di essere cioè così arrogante da credere che la ragione - di per sé - abiliti gli esseri umani  a conoscere tutto ciò che c'è da conoscere. L'ubriacatura scientifico-positivista ne è una dimostrazione lampante.  Infatti, ancora più mefitico dell'imperialismo militare è l'imperialismo della mente che impone  la fiducia occidentale nella scienza, la fede nella scienza come unica via di conoscenza. Altre forme di conoscenza vengono bollate dai razionalisti come superstizioni.
Non sarebbe ora che l'occidente si liberasse - una volta per tutte - dall'arrogante ingenuità con cui va sottoponendo, spesso anche in modo coercitivo, gli altri popoli ai suoi gretti schemi mentali, giudicabile esclusivamente sulla scala dei suoi valori?
Ma adesso l'Occidente non è più lo stesso di quello del secolo scorso. La Germania di oggi non è quella di Oswald Spengler, e nemmeno quella di Thomas Mann. All'epoca, non solo gli intellettuali, ma anche gran parte dei tedeschi non si identificavano affatto con l'occidente. Meno di un secolo fa, l'occidente era rappresentato dalla civiltà anglo-americana e, al massimo, francese!
Inoltre, l'universalismo non è affatto occidentale.
La logica del sistema occidentale dominante trae vantaggio dal rappresentare se stesso come aperto, pluralistico e, soprattutto, razionale. L'islam, per esempio, non ha necessità di integrarsi in questo ordine di razionalità, relativizzando i principi universali dell'ISLAM, poiché esso stesso Universale.
Esiste dunque una contrapposizione radicale tra la razionalità occidentale e l'ISLAM.
La contestazione è tutt'altro che nuova ed è univoca. Infatti questa Weltanschauung coincide non solo con quella Islamica ma anche con quella di scrittori famosi tedeschi, come appunto, i già citati Thomas Mann e Oswald Spengler. Scrittori che, per certi versi, possono considerarsi avversari ma che, tuttavia, mantengono ferma la loro opinione sull'Occidente. Eppure è assai singolare che proprio in quella fase storica, in cui si parlava di un vero e proprio scontro di civiltà, Max Weber teorizzava il razionalismo come base del pensiero occidentale. Evidentemente, quello era il sintomo di una malattia che stava nascendo in Europa e che né il Nazionalsocialismo né la guerra riuscirono a fermare.

Razionalismo occidentale e modernità

Per i classici del razionalismo occidentale era ovvio che esso coincidesse con la modernità. Oggi non è più così: non esiste più nesso necessario e biunivoco tra razionalismo occidentale e modernità. Certo, in qualunque parte del mondo e per qualunque società che si vuole "moderna", rimangono insostituibili i criteri della razionalità dell'occidente. Ma perché questo avviene? Forse perché questi criteri sono il frutto della cosiddetta "superiorità morale occidentale"? 

La democrazia irrealizzata

E' osservazione assai corrente che chi - all'inizio del ventunesimo secolo - abbia rivolto lo sguardo al secolo precedente - ha potuto constatare come uno dei risultati che da esse emergessero più clamorosamente vi sia stato il li trionfo della liberal democrazia nei confronti dei suoi nemici. Mai prima d'ora era infatti avvenuto che un numero tanto elevato di stati del mondo fossero retti da regime che si definivano e  si definiscono democratici e che i valori democratici fossero così poco contestati, al punto che non sembra esagerazione dire che da allora  (da questo trionfo della liberal democrazia) abbia avuto il sopravvento un vero e proprio conformismo democratico. Se non che, proprio mentre conosce il suo maggiore trionfo, la democrazia (quale concepita ed attuata in occidente) appare tutt'altro che in buona salute, perché troppi dei suoi presupposti essenziali sono profondamente scossi da processi di natura politica, economica  e sociale, sia al livello dei singoli stati sia livello internazionale.
La democrazia - lo sappiamo bene - è insieme un ideale, un progetto e una realtà. Una realtà nella quale l’ideale  è destinato a subire vari condizionamenti,  adattamenti… pagando il prezzo inevitabile di tutta una serie di limitazioni e anche di sufficienze, di deformazioni. Si può legittimamente pensare che se non mantiene tutte le sue promesse, allora la democrazia diventa altro da sé. Inoltre,  occorre insistere sul fatto che se viene meno ai suoi principi fondamentali, ai suoi obiettivi fondamentali, essa subisce un mutamento qualitativo, sopravvivendo come ideologia ma rischiando di perdere la sua sostanza. Credo si possa convenire senza nessuna difficoltà che, come hanno insegnato i maestri  del pensiero democratico, condizione essenziale della democrazia è che i soggetti legittimati a partecipare alle decisioni da cui derivano le leggi  che  regolano  la vita associata  abbiano e siano in grado di mantenere le risorse necessarie per comprendere la natura delle decisioni stesse e, soprattutto, le loro implicazioni, onde esprimere con efficacia il proprio consenso o dissenso nei loro confronti, con le relative conseguenze nella formazione e nella caduta dei governi.
Si richiede, cioè:
  1.  in primo luogo,  che quanti delegati dagli elettori ad esercitare il potere, lo facciano in modo tale  che i governati abbiano la possibilità di conoscerne i meccanismi, gli orientamenti e i processi decisionali. 
  2. In secondo luogo, che il corpo dei cittadini possegga gli strumenti per influire efficacemente sull’esercizio del potere, controllarlo e, se necessario, cambiarlo.
  3. In terzo luogo, che la formazione dell’élite preposta all’esercizio del potere non acquisti un carattere chiuso tale da contraddire apertamente il principio di partecipazione allargata. La rappresentanza deve essere il risultato di un processo di selezione aperto all’insieme dei cittadini.
Non a caso si afferma che “la sostanza della democrazia è il potere ultimo dei cittadini a decidere del proprio destino, vuoi pacificamente, vuoi consapevolmente, nel quadro di una “società aperta”. In altre parole, in una società nella quale non si dia una distribuzione delle risorse tale da impedire  a  qualsiasi cittadino, non solo di partecipare alla formazione delle decisioni politiche, ma anche di accedere ai massimi livelli del potere avente il compito di guidare le sorti comuni, non vi è democrazia.
Orbene, adesso si arriva alla domanda cruciale.
Nelle società che attualmente si definiscono democratiche si sono o no consolidate barriere che pongano ostacoli sempre maggiori a che esse siano e restino effettivamente società aperte e cioè, se siano o meno consolidate posizioni di potere di fatto monopolistiche ed accentrate e quindi inaccessibili al controllo e alle decisioni della maggioranza?
Dalla risposta se ne ricava una certezza: non vi è alcuna democrazia realizzata in Occidente.
Ma è possibile dare sostanza significativa alla partecipazione popolare senza scadere nella demagogia?
E' possibile, cioè, instaurare una sorta di democrazia sociale, realmente partecipata, senza arrivare all'obbrobrio dell'espropriazione collettiva?

© ♚Pierre
Note e Bibliografia di riferimento:

Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler,

La crisi del mondo moderno di René Guénon 

Oriente e Occidente di René Guènon, 
La metafisica del Capitalismo, di Werner Sombart. 
Mercanti ed eroi di Werner Sombart e E. Daly
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber
Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann

giovedì 28 febbraio 2013

Dilemmi manichei


Di sicuro non è la prima volta che esprimo a chiare lettere il mio giudizio sulla democrazia, la quale non è mai stata, a parere di chi scrive, un buon metodo di governo.  Tuttavia, questo non fa di me un sostenitore dell'autocrazia, men che meno quando essa diventa ereditaria.
Certamente non arrivo a darne un giudizio assai tranchant, seguendo la via tracciata da taluni pensatori tradizionali come l'Evola o il Guénon, secondo cui essa rappresenta il frutto bacato della modernità, in quanto rispondente, in tutto e per tutto, alle sacre leggi dei cicli cosmici. Non ripeterò qui, dunque, cose trite e ritrite, già scritte e sviscerate in altri luoghi e dibattiti.
Cercare una strada alternativa al metodo democratico oggi è assai difficile, per non dire impossibile, a meno che non si voglia sperimentare un ritorno assolutistico che, dati gli ordinamenti attuali, assumerebbe le vesti di un governo privo di legittimazione popolare e dunque pienamente asservito all'usurocrazia tecno-finanziaria.
Allo stato attuale, sicuramente, la democrazia rappresenta una mistificazione, un tradimento del mandato elettorale che i cittadini hanno affidato ai loro rappresentanti.  Su questo non vi è alcun dubbio.
Ma di qui a tracciare un quadro specularmente opposto ce ne passa... La democrazia esige non solo una partecipazione attiva, ma soprattutto consapevole. Qui sta il nocciolo della questione. Non è possibile demandare ad altri il proprio pensiero... ma, non è possibile nemmeno farsi coinvolgere in becere strumentalizzazioni di parte che non hanno a cuore l'interesse generale e il bene del proprio paese. Bisogna, in altre parole, diffidare  di tutte quelle campagne elettorali svolte all'insegna dei favoritismi personali e di tutto l'armamentario utilitaristico utilizzato sinora. Parimenti bisogna respingere i precetti demo-populisti del "tutto e subito", specificando che se è vero che "nessun pasto è gratis" è vero altresì che esistono moltissime persone che mangiano a sbafo, sfruttando il lavoro altrui. Occorre avere una "bussola" interna che orienti il nostro pensiero in modo corretto. Altrimenti non se ne esce. Occorre si una classe politica nuova... ma occorre pure una nuova consapevolezza. Altrimenti non vi saranno dei cambiamenti sostanziali ma solo mere rivisitazioni dell'esistente, piccoli aggiustamenti e inutili déjà vu.
D'altra parte, che la metodologia corruttiva non sia morta e sepolta è ampiamente provata ad abbundantiam proprio dallo svolgimento delle vicende politico-giudiziarie della cosiddetta seconda repubblica... alle quali, volens nolens, tutti devono far riferimento. 
In questo quadro vanno appunto collocate le ultime consultazioni elettorali che hanno visto salire sul proscenio politico una forza del tutto nuova nell'agone nazionale. Tuttavia, non si è verificata la scomparsa del Cavaliere di Arcore che, in barba ai sinistri pronostici,  è riuscito, dopo la caduta, a risalire sul cavallo della libertà, seppure utilizzando la collaudata tecnica del venditore di tappeti.  Il partito di Pierluigi Bersani non è stato premiato dalle urne e, seppure la sua coalizione abbia ricevuto la maggioranza relativa alla camera per effetto del Porcellum, al Senato permane una situazione di estrema incertezza che non permette al PD di governare da solo. Una situazione di sostanziale parità che ha visto  il Centro esaurito in una coalizione senza futuro e peso politico, una sinistra che ha ridimensionato notevolmente i suoi consensi e un centro-destra ringalluzzito da chi lo dava per spacciato. Fini e Di Pietro sono tornati a casa con la coda fra le gambe a far compagnia ai loro sfortunati compagni di viaggio.
Sul Movimento cinque Stelle e, soprattutto, sul suo simpatico istrione è stato scritto di tutto. Quindi è inutile aggiungere altra carne al fuoco. Qui sarà necessario individuarne il comportamento e le ragioni. 

Il successo dell'armata grillina nelle urne dovrà trovare la sua conferma nel Parlamento.  Purtroppo però all'interno del movimento serpeggia una sorta di terrore mal dissimulato per il potere, una specie di allergia da contatto che gli impedisce di agire, per paura di essere contagiato.  La paura ha una sua fondatezza e non può perciò essere sottovalutata ma neppure esorcizzata. La paura "paralizza" l'azione, perciò deve considerarsi una cosa negativa, soprattutto per chi decide di fare politica attivamente. Diversamente si rimane nell'atteggiamento di chi "rimane alla finestra a guardare" mentre il paese sprofonda nella disperazione. 
Purtroppo, però, chi va al mulino s'infarina, inevitabilmente. E allora accade che, per rispetto delle istituzioni, si dovranno fare cose che magari non si sarebbero fatte sul web... 
Il non contatto non è evitabile. Il terrore del potere si scontra con la sua rivendicazione. 

Il pronostico negativo, però, non mi esime da un'analisi ragionata e, soprattutto, attenta alla situazione attuale, che è in effetti assai anomala e provvisoria. Mi riferisco soprattutto al risultato venuto fuori dalle urne. Un risultato nefasto che, di fatto, ha consegnato il Bel Paese ad una palese ingovernabilità che difficilmente potrà ricomporsi in parlamento, vista l'aperta ostilità del Movimento  5 stelle su PD e PDL ed anche dalla non praticabilità di un governo PD-PDL. 
La giustificazione dei grillini contro chi li accusa di irresponsabilità è fondata. Infatti se il movimento cedesse alle dolci lusinghe che gli vengono mosse da destra o da sinistra, cadrebbe anche la credibilità dell'intero Movimento. Per questo motivo Grillo e il suo mentore, GianRoberto Casaleggio, si prodigheranno affinché una cosa del genere sia di fatto scongiurata. Il Sistema è marcio sin dalle sue fondamenta e, su questo, concordo con Grillo. Ma proprio per questo è assai difficile riuscire a trovare il bandolo della matassa per uscire dall'impasse.
Che fare? L'interrogativo di Leniniana memoria s'impone in tutta la sua lapalissiana evidenza. I protagonisti si trovano immersi in una nebbia fitta e, in più, devono fare i conti con compagni di viaggio  del tutto sconosciuti. 
Il nodo vero è legato ad una questione futura che dovrebbe in pratica materializzarsi entro dopo l'entrata della primavera, ossia immediatamente dopo le consultazioni che il capo dello Stato è chiamato a fare.  In quel caso Bersani spera nella clemenza di Napolitano, Un modo soft per chiedere, col cappello in mano, almeno un incarico esplorativo. Ma qualora ricevesse l'incarico a cosa servirebbe? I grillini possono essere d'accordo su una legge che regoli o abolisca il conflitto d'interesse, sulla riduzione dei parlamentari. Ma sul resto? In primis c'è la questione monetaria: l'Euro è la moneta-debito par exellence. Grillo pensa ad un referendum sulla eventuale uscita dell'Italia dall'euro. Ma la cosa non è fattibile a  meno che non si voglia uscire dall'Europa. Una cosa inaudita non solo per il PD meno ELLE, ma per la totalità dell'universo "democratico". Per non parlare della politica estera, dei rapporti con USA e, soprattutto, con Israele. 

Il disaccordo è prevalente rispetto alle convergenze assai parziali.

La carta costituzionale è l'unico punto fermo a cui tutti devono rifarsi, pena l'esclusione dal sistema. Del resto, la costituzione è alla base di qualsiasi Stato, abrogarla significherebbe distruggere lo Stato con tutto quello che una cosa del genere comporta.  Essa costituisce la base del nostro vivere civile, peccato però che essa non sia stata mai veramente applicata, nemmeno nel suo enunciato. In tempi bui come questi, in cui pericoli di ogni genere e risma possono profilarsi all'orizzonte, dobbiamo essere solerti e guardinghi guardiani del dettato costituzionale, affinché quel poco che ancora rimane dello Stato di diritto non si trasformi, di fatto in uno stato di barbarie, dove la prevaricazione dei più forti abbia ragione su tutto e tutti.

©  ♚Pierre

sabato 27 ottobre 2012

Democrazia e "progresso"...

Repliche Tradizionali  alle tesi democratiche"di Pierluigi.






Lasciando da parte l'oziosa questione filologica (δῆμος (démos) e κράτος (cràtos) che aggiungerebbe altra carne a cuocere, vale a dire incomprensibili orpelli ai lettori, occorre passare immediatamente alla materia di cui si vuole trattare.  Le parole hanno un senso per chi le comprende, per altri rappresentano una zavorra che finisce per appesantire e, dunque, complicare il discorso.  Tuttavia, siamo consapevoli -in un certo senso- dell’impraticabilità della democrazia. Non si sta sviluppando quello che sembrerebbe essere il portato naturale di questa consapevolezza. Mi pare di notare, a differenza di Pierluigi, una forte ripresa dei temi democratici. Basta girarsi intorno per notare il "fiorire" di tutta una serie di conferenze e dibattiti intorno al tema. Questo dato di fatto - evidentemente - la dice lunga sullo stato di paura che sta invadendo le classi dirigenti. Questa constatazione - che è apparentemente contraddittoria - mi porta ad affermare che dovremmo parlare di democrazia non come una cosa inerente al diritto sociale, ma come un’aspirazione, poiché essa - in concreto - non s’identifica (né mai s’identificherà) con una realtà compiuta. Ma facciamo un passo indietro. 


Breve Storia della Democrazia.






Il mondo antico romano ha avuto un'esperienza di élites molto duratura, prima fra tutte veniva il Senato romano, nonostante le continue proscrizioni e i gonfiamenti intenzionali (pensiamo ai 900 senatori nominati da Cesare). Altro esempio era quello delle grandi famiglie ateniesi,  nei due secoli compresi fra Solone, iniziatore del modello democratico, e la caduta di Atene nel IV sec. A.C. 
Nella Grecia antica la gestione della polis avveniva, di solito, entro uno spazio pubblico delimitato, nel quale i cittadini più importanti potessero discutere. Un esempio pratico era  l'agorà in Grecia, o il forum della Repubblica Romana.

Da un punto di vista etimologico, politica significa gestione della polis, ovvero della comunità.
L’ambito fisico è stato sempre quello delle città. Secondo Aristotele le dimensioni di una città non dovevano essere rilevanti. 

L'ampliamento della cittadinanza ai non possidenti, che differenzia nettamente il modello di governo ateniese da quello spartano, era intrinsecamente legato alla nascita dell'impero marittimo ateniese.  Impero che i "marinai democratici" concepivano come un universo di "sudditi"; cioè come popoli da spremere come limoni... Questo fatto sfata il mito secondo cui gli Ateniesi fossero più buoni dei cugini Spartani.
 Il vincolo di solidarietà con gli alleati di Atene veniva considerato come l'allargamento del modello democratico alle città, dove dunque c'è una minoranza di possidenti che lo accettava e lo difendeva. Tuttavia, questo modello non era per nulla automatico né indiscriminato.  Basti ricordare che la popolazione libera era di circa 30.000 maschi adulti, ma non più di 5000 parteciparono all'assemblea decisionale. A ogni buon conto, i problemi da esaminare dovevano essere discussi in modo diretto, con un certo grado di familiarità fra i cittadini stessi. Quindi, una città che avesse dimensioni modeste - non piccolissime però – era l’ideale. L’estensione della cittadinanza ai non residenti rappresentava un carattere molto preoccupante che allora poteva essere facilmente arginato, mentre oggi è assolutamente preponderante e incontrollabile.
Fin dall'antichità la democrazia era considerata come la forma di governo della massa che ignora i suoi limiti, senza alcun valore degno di nota, egoista, individualista, estremista, arrogante e instabile e perciò facile preda dei demagoghi. 
Era sì la democrazia un modello, ma un modello essenzialmente negativo, una disgrazia insomma. Per dirla con Platone la democrazia era la diffusione di quella libertà sfrenata ed arbitraria che nelle oligarchie è appannaggio di pochi.
Scena tratta da "I cavalieri" di Aristofane
 "La democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato anziché educato. Un tal governo non si da alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna tendere per prepararsi alla vita politica ma onora chiunque che si professa amico del popolo".  Platone 


A tal proposito occorre annoverare una celebre commedia di Aristofane (i cavalieri), dove Due servi del Popolo, disprezzano un terzo servo, Paflagone, poiché quest'ultimo si è assicurato i favori del padrone con un comportamento ipocrita e adulatorio.  
Aristotele riteneva che la democrazia - come forma di governo - fosse preferita dal popolo perché i poveri rappresentavano la maggioranza, e dunque potevano aver facilmente ragione sui ricchi.

Scorrendo le pagine ingiallite dei libri di storia si scopre che la democrazia è piuttosto un mezzo: ma affermare che sia solamente tale è un errore grossolano. Farlo diventare un fine è forse - come vedremo più avanti - una necessità per i cosiddetti poteri forti. 
Al popolo la democrazia viene perdonata...per il noto principio secondo cui "nessuno è sfavorevole a se stesso"... ma a un benestante essa nuoce gravemente, e non solo ai suoi averi...
Se si considera che un personaggio come Pericle per un verso è giudicato da Tucidide come un personaggio che anti demagogicamente guida il popolo e per converso da Platone come il corruttore del popolo si coglie benissimo in questa contraddizione la difficoltà per gli analisti e gli storiografi di sciogliere il dilemma: guidavano o erano guidati? 
Tucidide fa dire a Pericle nell'epitaffio che ad "Atene governa la legge". E questo rende la democrazia diversa da tutti gli altri sistemi. Senofonte, viceversa, nei "Memorabili" gli fa dire il contrario.  In democrazia - in ultima analisi - è la volontà del popolo che conta al di sopra della legge.  E comunque a ben vedere è la forza della demagogia ad avere l'ultima parola! 

Il concetto di Libertà


In primo luogo, occorre sottrarre il vago concetto di libertà (libertà per, da, in, con, su, per, tra, fra) a quello incrostato di "democrazia", per riportarlo alla sua origine precipua, attraverso alcuni percorsi che s’intrecciano e si dividono in successione.
Vorrei ricordare (non solo a Pier luigi ma anche a Tullia) che il concetto di libertà ha a che fare con una dimensione individuale e non collettiva. Inizialmente, la parola "libertà", in tutte le lingue indoeuropee, ha a che vedere con una crescita spontanea persino dei vegetali e degli animali, con qualcosa che non è impedito naturalmente.
Mi piace inoltre mostrare l'idea di libertà come conquista.  Il poeta Tirteo cantava che si è liberi solo se si è capaci di sopportare il sangue e la strage.
Ciò rinvia a una radice biopolitica. In altre parole, la libertà è assai rischiosa, tale che spetti solo agli eroi. Viceversa, merita di servire chi per viltà o indifferenza vuole conservare la propria vita, anche a discapito della propria libertà; oppure chi preferisce essere volontariamente un servo, barattando i propri favori per ottenere un vantaggio materiale.
Questa di barattare la sicurezza economica con la libertà è una dimensione che non è ancora scomparsa. Anzi, la ritroviamo, sotto svariate forme, assai praticata anche oggi... magari in una forma del tutto inconsapevole.

In tutta la tradizione antica, il diritto di guerra prevedeva una sorta di apertura di caccia, per cui le città conquistate erano messe a ferro e fuoco, le donne violentate o prese come schiave e gli uomini  abili alle armi uccisi. Secondo la Tradizione romana del "Parcere subiectis et debellare superbos" si assimila chi si sottomette e si uccide chi non lo fa.  Sul piano teorico si è discusso a lungo nell'ambito della filosofia su questa dialettica servo-padrone e si è parlato pure del rapporto di signoria e servitù. Quindi, in definitiva, la libertà non è per tutti; essendo per molti un pericolo, il concederla non rappresenta una virtù, ma una colpa.

La situazione odierna 


Oggi parlare di democrazia, essere democratici, vivere la democrazia sono le argomentazioni classiche che quasi tutti i partiti (anche quelli cosiddetti radicali) promanano a destra e a manca. Gli slogan sono quasi gli stessi: "Lavoro per tutti" (e fin qui nulla da dire...), "più diritti per tutti", "più potere al popolo" (qui qualcosina la direi...) più potere agli enti locali, meno stato, più servizi ecc. Parole come "libertà", "uguaglianza", "pluralità", sono oggi, come non mai, sulla bocca di tutti i politici occidentali: ma qual è il margine in cui il loro utilizzo retorico trapassa il lezioso esercizio demagogico e populista? Siamo davvero convinti di vivere in una civiltà democratica, nel senso etimologico del termine, di "governo del popolo"? Personalmente credo di no. Il nuovo ordine mondiale assomiglia oggi a una Tecno-oligarchia. Qualcuno potrebbe sostenere che "il vecchio stenta a morire e il nuovo stenta a nascere". Ma che cosa stenta a nascere per costoro? Semplice: stenta a nascere la sopranazionalità, cioè una democrazia sovranazionale. La Costituzione Europea è proceduta attraverso un’iperproduzione di norme, procedure e una crescita dell’esautorazione giuridica nazionale e, soprattutto, costituzionale. Il tutto a scapito della volontà popolare. Intorno a questo sviluppo abnorme delle istituzioni comunitarie si sono sepolte le identità nazionali ed etniche e tradizionali.
Ciò evidentemente sposta il baricentro della discussione in altro ambito che qui non esporrò.
In merito a quest’ultimo punto possiamo sostenere, senza tema di smentita, che mai quanto oggi si sente parlare di localismo e autonomie locali. 
Oggi, proprio quando il centralismo non è mai stato tanto oppressivo, si sente "stranamente" l'esigenza della municipalità, dell'indipendenza, del regionalismo e della federazione.
Cui prodest?
Nell’era odierna, fortemente urbanizzata, tutto ciò è impraticabile. L’urbanizzazione rappresenta una mefitica aberrazione della civificazione. Tale situazione ha reso inintelligibile la vecchia dialettica che era presente fra la città e la campagna, inghiottendo la “personalità” di quest’ultima, smembrandola e togliendole la sua antica dignità. I ceti contadini sono stati i grandi sconfitti durante i processi di “modernizzazione economica”. Tali processi hanno portato all’annichilimento delle tradizioni più sane, costringendo all’esodo migliaia di persone che – obtorto collo – hanno dovuto accettare lo sradicamento dal paese natio per affrontare la nuova ventura nelle città.

Da questa spersonalizzazione dell’umanità la città ha assunto un carattere tipicamente parassitario.
In tale ambiente si sono sviluppati i “germi” anti tradizionali come l’individualismo, la perdita dei valori spirituali, l’interscambiabilità dell’uomo con la donna, l'abbandono della terra natia, la spersonalizzazione del lavoro, l’alienazione dell’uomo rispetto al mondo, la riduzione dell’uomo a merce, a mero consumatore di prodotti. Ad accentuare il discorso sulla crisi dei partiti tradizionali concorre un'altra tendenza fondamentale: il declino della sovranità nazionale. Declino che sta conducendo all'evanescenza dei confini territoriali entro cui le democrazie moderne sono state impiantate. Se i confini delle entità statali vanno sfumando, le democrazie contemporanee saranno costrette gioco-forza a trasferire tutti i loro poteri verso entità sovranazionali, contraddicendo e negando qualsiasi specificità. Inoltre per continuare nel loro cammino, i governanti "democratici" dovranno, consegnare le chiavi delle loro casseforti (assets, beni pubblici, fonti di ricchezza reali), nelle mani della finanza internazionale che, dopo averle private della sovranità monetaria, passeranno all'incasso.  Nel nuovo contesto storico e tecnologico la perdita delle sovranità nazionali (che guarda caso erano motivo di orgoglio e rivendicazione al sorgere dei primi stati nazionali) adesso rappresentano un ostacolo sulla strada del Mondialismo globale. 
A questo devono aggiungersi le note considerazioni circa il sistema applicato dalle Banche nei confronti dei governi.
Aveva ragione Pound, quando asseriva che i politici odierni sono solamente “i camerieri dei banchieri”. La crisi Argentina è una delle tante palesi dimostrazioni. La sovranità politica senza di quella economica è una falsa sovranità.
E’ fin troppo ovvio che fin quando le oligarchie finanziare detteranno la loro legge, le cose non potranno che peggiorare. La proprietà della moneta deve essere attribuita a chi l’accetta, non a chi la emette, perché è lo stato che crea il valore monetario e il lavoro del suo popolo ne certifica la validità e la proprietà.

Ma torniamo alla domanda: a chi giova tutto questo?

E’ fin troppo evidente. Alle oligarchie finanziare... a chi se no?
Allo smembramento degli stati nazionali seguirà la creazione di piccoli stati regionali… i quali non avranno altra ragione se non quella di “servire” meglio il Governo Mondiale. E' una questione arcinota agli analisti della globalizzazione e della politica mondiale.


Credo che la convinzione generale di "essere liberi" sia un’illusione, non più di quella sottesa alla molteplicità che è giocata nella rete di Maya. Guardiamo ai fatti storici. L’Occidente è passato dalle punizioni corporali e dal supplizio in piazza a forme di potere non coercitive, nel senso che il dominio si esercita anziché sul corpo, sugli spazi e sull’Inconscio Collettivo (che è comunque un topos). Michel Foucault descrive molto bene il passaggio dal supplizio pubblico, esposto al generale ludibrio, - ma anche a pericolose forme d’identificazione con il condannato- all’universo privato della pena penitenziaria. (Se t’interessa ti consiglio di leggere l’opera di M. Foucault: Storia della Follia nell’età classica, Sorvegliare e Punire, nascita della clinica). Non si è trattato di "garantismo" o di "umanesimo". Secondo Foucault, il pubblico medioevale che assisteva in piazza alle torture finiva per identificarsi con il condannato, e questo era molto pericoloso per il Re. Il penitenziario ha essenzialmente lo scopo di rendere "privata" la punizione, al riparo dei pericolosi meccanismi d’identificazione delle folle (fenomeni proiettivi di questo tipo accadono anche ai nostri giorni, quando molti giovani hanno la tendenza ad emulare la devianza, vedi il caso dei lanci di sassi dai cavalcavia, o l’immaginario violento e guerriero degli hooligans). Sostengo, d’accordo con Foucault, che noi siamo più "civili" delle società che applicano la legge del taglione, non perché più illuminati, ma perché grazie alle scoperte delle tecnologie mediatiche siamo riusciti a passare dalla platealità ridondante dei pubblici supplizi, a un controllo morbido – ma continuo – che si esercita a livello sublimale.

Davvero siamo convinti che l’unico fine dell’apparato pubblicitario sia quello di vendere i prodotti? Guardiamo alla realtà: i media fabbricano i desideri e le opinioni. A cosa pensiamo che servano ad esempio le scienze umane, come la psicologia e la sociologia? Ad esercitare il controllo ossessivo ed ininterrotto dei comportamenti sociali. L’uomo moderno è irreggimentato da codici di comportamenti, che non percepiamo, perché colpiscono l’inconscio, l’immaginario. Pensiamo ai "valori" mediatici che ci sono inculcati fin dall’infanzia, il successo, la popolarità, ecc. Siamo codificati anche nelle nostre (false) trasgressioni, che diventano un altro momento di massificazione conformistica: lo avevano già insegnato i Greci con i Saturnali e il ritorno alla Notte Cosmica, all’Indistinto Primordiale, dove tutto ricomincia dall’inizio, e si annullano le differenze sociali. Quest’ossessione collettiva per il sesso e la pornografia, le adunate di piazza (che si tratti di curve del tifo o di Festivalbar), il mito della velocità e l’ebbrezza in discoteca… I criminologi sanno benissimo che nelle metropoli è utile lasciare delle "zone d’ombra", (di solito nelle periferie) per far si che siano utilizzate alla catarsi delle pulsioni distruttive (eh sì, perché puoi "normalizzare" finché vuoi, ma non puoi sublimare tutto…).
Mi permetto anche di proporti una chiave di lettura diversa, da quella che hai fatto tua, al riguardo della presunta estraneità alla cultura occidentale del nazismo e dello stalinismo.  premesso che non condivido l’equiparazione assiomatica del comunismo al nazismo, che era stata avanzata dal primo Nolte, ma anche lui, ultimamente ha ritrattato questa tesi), sostengo che il nazismo e lo stalinismo sono fenomeni non marginali, bensì attinenti ed omogenei alla cultura occidentale.

 Mi permetto di rimandarti alla Dialettica dell’Illuminismo di Theodor W Adorno ed Max Horkheimer, in cui viene colto un filo rosso, il nesso tra la Ragione dei Lumi ed Auschwitz. Dal sogno prometeico del dominio sulla natura, la Ratio illuminista espunge da sé qualunque ostacolo alla realizzazione dei suoi scopi (Dio, la morale). In breve si passa dal dominio sulla natura, al dominio sull’uomo. La Ragione dopo aver desacralizzato il Mondo, e sottomesso la natura ai suoi voleri, si trasforma in Ragione Strumentale, che si muove unicamente sulla linea di demarcazione causa-effetto. Il passaggio al Totalitarismo è breve: tutto quello che impedisce la realizzazione del profitto dev’essere rimosso.
Il Nazismo aveva un elemento pagano, ma comunque il paganesimo germanico (come pure quello greco), rientra nell’immaginario mitico dell’Occidente, ed è dunque un suo derivato. Il Nazismo, inoltre, era un coacervo di elementi ideologici: c’era senz’altro la parte pagano-occultista.  Era presente accanto a questa, però, anche la deformazione del Razionalismo Illuminista di cui ho parlato sopra. Un esempio tipico di questa degenerazione era proprio la Soluzione Finale, con la sua glaciale razionalità che ha mandato alle camere a gas otto milioni di ebrei. In questo caso, l’Olocausto diventa quasi un problema contabile, di dover "gasare" il giorno un certo standard di prigionieri, perché è funzionale all’ottimizzazione degli spazi. In questo puoi vedere all’opera la mostruosa deformazione della Ragione strumentale: "Quanti prigionieri gasare per arrivare all’optimum…”.
Non sono d’accordo con te, quando identifichi, di fatto, l’Occidente e il Cristianesimo. Infatti, è proprio l’avvento dei Lumi, e la scristianizzazione dell’Occidente ad aver prodotto quell’altro fenomeno storico che è stato il comunismo. Questo sistema politico nasce in Germania, non nella Russia asiatica, o in India. Marx, del resto era un ammiratore dell’Illuminismo, di cui si considerava un degno epigono. Anche il totalitarismo comunista (ripeto che continuo a mantenere la distinzione tra Marxismo, Leninismo e Stalinismo) come il nazismo sono quindi figli dell’Occidente, più in particolare della degenerazione sanguinaria illuminista.
Concludendo, amico mio, non sono d’accordo con te sulla cultura liberale e libertaria dell’Occidente "democratico". Noi non siamo più liberi, ma solo controllati meglio…

©  ♚Pierre