domenica 1 giugno 2014

Rivalutazioni fraudolente, falsificazione dei bilanci, occulto contabile

Ormai, di fronte alla lapalissiana indifferenza del popolo bue, i Banchieri hanno le mani completamente libere per fare ciò che più gli aggrada, senza che nessuno osi proferir parola alcuna. 
Chi ha seguito i miei Web-logs sa che, viceversa, tutto è stato registrato prontamente, senza acribia, ma col solo scopo di far luce in una materia che, viceversa, risulta assai oscura. 

L'unico che ha messo il dito nella piaga è stato - come sempre - l'ottimo Marco Saba che è intervenuto persino presso l'assemblea dei soci Unicredit. Qui, di seguito, lo si può vedere mentre illustra il suo intervento alla trasmissione televisiva su LA7, "la Gabbia".




Ora, senza operare digressioni sul Signoraggio e la Banca d'Italia, che porterebbero il nostro discorso molto più avanti, perdendo però il nucleo centrale del discorso, possiamo dire, senza tema di smentita, che la Rivalutazione delle Quote della Banca d'Italia, appare come il palesamento parziale di una grandissima frode che prima era solo occulta. D'altro canto, questa frode è stata dichiarata tale anche da economisti e giornalisti di settore del tutto avversi alle teorie auritiane sul Signoraggio. Solo chi è "più realista del Re" può avvalorare una simile truffa. Ma, bando alle ciance, e veniamo ai fatti. 
Se andiamo a spulciare nei bilanci (falsi), troviamo che i partecipanti al capitale della Banca d'Italia (che sono Società PRIVATE!) hanno dei ricavi annuali. 
Fino all'anno scorso, ossia fino al bilancio relativo al 2012, i ricavi scaturivano da un calcolo assai complesso legato alle riserve. Ufficialmente,  questi ricavi si aggiravano a più di 70 milioni di € l'anno. In realtà essi possono variare e superare quella cifra.
Con la recente riforma dello Statuto e la sua truffaldina rivalutazione (lo ricordiamo la BANCA d'Italia dovrebbe essere degli italiani non delle Banche private!) è stato stabilito che i partecipanti, oltre a poter detenere quote non superiori al 3% del totale, possano godere al massimo del 6% del capitale! La Misura ha così aperto ad una parziale ufficializzazione dei proventi, suscitando altri dubbi nei benpensanti dell'economia attuale. 

In pratica ha scritto: state tranquilli, continuerete ad avere la vostra parte!

Il 30 maggio u.s. è uscita la relazione annuale della Banca d'Italia, a pagina 300 la quota "girata" ai quotisti (che sono dunque azionisti) è di ben 380 milioni di euro.. Non vi è alcuna equivalenza tra i flussi complessivi di dividendi calcolati con i criteri pre e post riforma!   Un aumento legale assai cospicuo che non va nella direzione auspicata di un Ente di diritto Pubblico ma che invece dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, che la Banca D'Italia non è un Istituto di Diritto Pubblico, ma un Ente Privato! 

Il fatto che i proventi dei partecipanti che prima detenevano le quote di capitale più grandi sono inferiori a prima, è un mascheramento. Infatti,  si tratta di un patto scellerato tra Stato e banche che si tradurrà in un ricavo

 Nel testo fraudolento attraverso  cui il Governatore  ha presentato la relazione annuale si legge:

 "I risultati dell’esercizio 2013 consentono di sottoporre all’Assemblea una proposta di ripartizione degli utili che, in aggiunta agli accantonamenti al fondo rischi generali, prospetta congrue assegnazioni alle riserve a fronte dei rischi connessi con la crisi".  

Ignazio Visco ha trovato così quella che a Napoli chiamano  "pezza a colore"!

Il Governatore dovrà spiegarsi meglio per giustificare la sua condotta  inadeguata al fine di giustificare l'aumento netto del 550% dei dividendi..
In fin dei conti sarà sempre la Banca Centrale ad avere l'ultima parola sui ricavi da distribuire! In ultima analisi l'ultima parola spetta al Governatore della Banca Centrale, vero e proprio deus ex machina, che deciderà quanto versare agli Istituti di Credito soci della Banca.
Per questo è oppurtuno rimuovere ogni dualismo e assommare i poteri di emissione in capo allo Stato, estromettendo i soci privati dalla gestione della politica monetaria.

sabato 31 maggio 2014

mercoledì 28 maggio 2014

La politica odierna nel flusso caotico della realtà

Franz Sedlacek Werk und leben (1891-1945) 1

Interrompo momentaneamente la stesura della seconda parte del post sul Tramonto dell'Occidente per fare il punto della situazione, prescindendo dai soliti discorsi triti e ritriti, ripensando il tutto in altra chiave... l'ambizione è quella di portare il discorso altrove, uscendo dagli angusti ambiti della politica politicante, per approdare nel porto della Metapolitica. Occorre dunque dedicare una riflessione profonda su tutto il dominio della conoscenza e del sapere.
   
 ***

Durante questi anni  ho annotato - col rischio di ripetermi e apparire noioso - come possa essere difficile il solo pensare la politica. E, nello specifico, faccio osservare che la “politica” attuale non è frutto del caso. Si segue pur sempre un percorso, forse meno ortodosso e più aperto a varie possibilità, che si traducono, all'atto pratico, in una serie di mosse e contromosse, in una sorta di avvicendamento probabilistico. Chi segue tale strategia è fortemente persuaso di poter riprodurre la realtà, sia pure solo per punti, seguendo uno schema, per poi fissarne la trama. Crede d’essere capace d’attribuire ai punti nodali di tale trama una posizione se non  precisa, almeno abbastanza affidabile; facendo finta di seguire le elucubrazioni di quei politologi molto in voga, ma evitando di meditare a fondo come farebbe un vero sapiente. Costoro a sproposito citano l’indeterminazione della teoria quantistica, secondo cui l’osservatore influisce sull’oggetto osservato appunto osservandolo. Un'osservazione giusta nella sua essenzialità, ma che però non si ha la capacità di metterla in pratica.
Gli uomini hanno - per troppo tempo - avuto la presunzione (illudendosi) d’essere gli unici artefici del proprio destino, ragion per cui, se ad un certo punto si presentano eventi inattesi, non previsti, diventano superstiziosi, fanno appello al caso e persino alla sfortuna, cercando ogni appiglio per cercare di dare una risposta al loro smarrimento.  Si richiamano, cioè, a qualunque cosa possa scagionarli, anche se ciò veste i panni della logica-raziocinante. Essi sono invece artefici di un ben altro procedimento... E' un procedimento "occulto", che non è dato conoscere ai "più".
La “realtà” è da pensarsi (solo da pensarsi senza pretesa di attingerla nella sua “verità”) quale flusso informe, caotico, squilibrante. Non possiamo muoverci in essa, seguendo le norme precise della razionalità... sarebbe fin troppo facile! Dobbiamo invece saperci immergere "consapevolmente" in questo flusso attraverso  una superiore  “intuizione”, un'intuizione che gli antichi avrebbero chiamato "super-individuale".  Per questo, una volta, i saggi si ritiravano negli eremi a meditare... abbandonando gli altri esseri umani inconsapevoli che disturbavano la loro meditazione.
Oggi, viceversa, assai più prosaicamente, la nostra mente fissa dei campi di stabilità,  in modo tale da potersi muovere come se si dovesse seguire una mappa. Costruiamo la loro dinamica di mutamento attraverso un procedimento cinematico, ossia, in parole povere, come avviene nei film. Una serie di fotogrammi sempre più ravvicinati fra loro fanno si che dalle immagini statiche si arrivi a quelle in movimento. Oggi poi, con le tecniche sofisticate digitali si arriva ad una definizione fantascientifica! Il tutto ci fa sentire dei padri eterni, delle persone di altissimo livello, consapevoli ed informate.  Ecco perché, poi, si corre ad acquistare l'apparecchio  di ultimissima generazione,  quello che, per intenderci, è sempre più dotato di “esatta riproduzione della realtà” per punti, per pixel! Questa sarebbe la realtà: i rapporti tra i punti e le parti da essi configurate vengono riprodotti in formule, grafici, ecc. E noi siamo contenti, fieri di tanto sviluppo,  il futuro ci appare ormai chiaro, senza misteri.
Poi, appena accade qualcosa di imprevisto, entriamo in una fase angosciosa e ci facciamo prendere dal panico. Appunto: o siamo puniti per i nostri gravi peccati, oppure sorge il sospetto che qualcosa sia sfuggito alla riproduzione di quella “realtà”. Magari si pensa di migliorare ulteriormente la “fotografia”; e per quanto riguarda la  dinamica evolutiva, ci si sforza di rilevare i punti successivi (di quella che è in effetti una cinematica) eliminando il più possibile gli spazi (e i tempi) vuoti tra l’uno e l’altro. Alla fine pensiamo di poterci rilassare; tutto andrà bene. Eppure continuano a prodursi eventi “strani”, assolutamente inattesi. Perché?
Fin quando, nella successione degli eventi in una determinata fase storica, agisce una forza decisamente prevalente (ad es. una potenza predominante in quel contesto spaziale), si ha l’impressione che l’evoluzione di una data formazione sociale sia abbastanza (mai completamente) determinata dall’agire di quel “soggetto”, il quale fissa sempre i suoi campi di stabilità per agire, ma sembra in effetti che questi corrispondano alla “realtà” di quell’epoca storica. Ad un certo punto, si notano discrepanze,  eventi “fortuiti”; osservando meglio la situazione, si vede che stanno emergendo altre forze, con altri campi di stabilità e altre azioni, altre sequenze di mosse, onde muoversi in quello stesso contesto. E malgrado si cianci della necessità di collaborare tutti insieme, sempre più si verificano situazioni in cui ci si deve guardare in cagnesco: la sensazione di ogni “soggetto” è che qualcun altro stia barando, voglia raggirarci per poi meglio annientarci! Ogni “soggetto” (ogni nuova forza in crescita) la pensa così.
In realtà, l’emergere di più forze ha soltanto posto in chiara evidenza, e lo andrà ormai ponendo sempre più in luce, che il campo (o i vari campi) di stabilità – fissato(i) mediante teorie via via più “raffinate” in strumentazione analitica impiegata e perfino supportate da accurate “ricerche (statistiche) sul campo” – ha presunto di immobilizzare il continuo flusso squilibrante, disordinato, che è in realtà irriproducibile tramite il pensiero detto logico (che sia deterministico o probabilistico non ha alcuna importanza). E’ questo flusso a mettere infine in crisi i campi di stabilità dei vari “soggetti”, la cui unica funzione, quando vanno moltiplicandosi, è quella di far risaltare che il flusso in questione non si acquieterà mai. E saremo sempre costretti, di periodo in periodo, di fase in fase, di epoca in epoca, ad attraversare quelle che avvertiamo sovente come tragedie.
Tuttavia, non vogliamo accettare questa “realtà”, vogliamo pensare che essa sia frutto delle nostre azioni. Alcuni credono che basterebbe cooperare o addirittura volersi bene, riscoprire l’“umanità” dei buoni sentimenti; realmente esistenti, sia chiaro, giacché non sono sempre ipocrisia e finzione di “soggetti” malintenzionati. Tuttavia, fanno quasi più danni gli “amorevoli” in buona fede degli altri, perché sono i più tetragoni e testardi nel non voler riconoscere che “qualcosa” deteriora oggettivamente i rapporti tra individui e gruppi sociali e spinge necessariamente a dover affrontare un conflitto talvolta assai drammatico ma non per questo evitabile. Gli ipocriti non capiscono da dove derivi il deteriorarsi dei presunti “equilibri”: non hanno consapevolezza del flusso squilibrante e informe, pensano ancora alla possibilità di stabilizzare dei campi attraverso il rafforzamento loro e l’indebolimento dell’avversario (trattato a volte da cooperante o alleato soltanto per raggirarlo e/o sottometterlo). Quelli in buona fede semplicemente non capiscono più nulla, continuano a credere all’esistenza del vecchio campo di stabilità con il suo equilibrio ormai sballato da un pezzo; e provocano così ritardi con guasti inenarrabili e accentuano i peggiori aspetti della tragedia quando essa arriva.
Ci sono però anche altri “soggetti” che inseguono scopi diversi, che afferrano in parte l’inevitabilità del conflitto. Tuttavia, anch’essi non hanno consapevolezza del flusso squilibrante che sempre ci porrà alla fine – coadiuvato dalla formazione di più campi di stabilità formulati da forze contrastanti – in conflitto insanabile. Costoro sono invece convinti che il conflitto dipenda esclusivamente dal fatto che un gruppo sociale (minoritario) ha preso la predominanza nella società e schiaccia la maggioranza; quando questa si ribellerà, si potrà giungere alla pace e alla risoluzione di tutti problemi.. La rivoluzione francese fallì e non si conseguì la  “liberté, égalité, fraternité”. Tuttavia essa produsse cambiamenti storici che poi si riverseranno nei secoli a venire. Lo stesso dicasi per la la “Dittatura del proletariato”, contro coloro che si sono impossessati del controllo dei mezzi di produzione, sempre si pensa di riuscire a dare infine vita alla società degli eguali privi di contrasti fondamentali fra loro. E invece, al termine della rivoluzione francese, come di quella sovietica, ci si è trovati con nuovi gruppi dominanti. Nell’Urss perdurò, anche dopo la seconda guerra mondiale, la “falsa coscienza” di essere sulla via giusta, ossia di star perseguendo il sol dell’avvenire; si continuò a credere (illudendosi) che la via maestra fosse quella della statalizzazione dei mezzi di produzione, attraverso la pianificazione centralizzata da parte dello Stato, che non fu comunista, ma assolutista, spacciando una menzogna colossale secondo cui vi fosse lo “Stato di tutto il popolo”. Fallita miseramente questa  esperienza si cerco di ripiegare sul cosiddetto “socialismo di mercato” che rappresentò – a tutti gli effetti -  un vero è proprio ossimoro. Gli ultimi furono i cinesi. Ma anche loro, se ne stanno allontanando. C’è chi grida allora al tradimento degli ideali rivoluzionari, chi inveisce contro una maligna natura umana, chi insiste nel credere che il nuovo gruppo dominante sia solo un’avanguardia in grado di portare tutti all’eguaglianza tramite adeguato sviluppo; e altre illusioni che nemmeno elenco tanto sono numerose e piene di sfaccettature diverse.
I delusi dell’esperienza comunista, però, non si rassegnano e, benché numericamente ininfluenti continuano a predicare il “verbo” degli “antichi padri”, quasi si trattasse di una religione. E, proseguendo su questo cammino, vediamo teorie scientifiche ridotte a immutabili principi dottrinali, predicati da preti in camicia rossa, facenti parte di gruppuscoli in continua scissione fra loro, per questo sempre più rissosi e rancorosi, diventando, perciò inconsapevoli sacerdoti di  autentiche religioni ateistiche, prive di un‘entità sovrannaturale, ma non per questo meno rigide e  profondamente settarie.
D’altra parte, i dominanti, nell’atto di esercitare il loro dominio, si rivelano assai arguti ed oltremodo agili, al contrario di questi inutili sacerdoti, ormai ossificati nelle loro stanche ed inutili liturgie.
Il gruppo detto dominante è semplicemente quello che andrà formulando un nuovo campo disabilità, temporaneamente adeguato dopo il tracollo del vecchio; e dunque fisserà una pausa, un “attimo di respiro non affannoso” ad esseri umani immersi nel flusso squilibrante, che prima o poi logorerà anche “quella novità”. Intanto, però, una pausa ci vuole, non si può agire senza un campo di stabilità. Ecco perché al “giacobinismo” – il momento più emozionante e teso del rivoluzionamento del vecchio campo di stabilità, in cui fioriscono comunque alti ideali e idee nuove, ecc. – segue il “termidoro”, che cerca di stabilizzare nuovamente il campo. Sembra si torni indietro, ma alla fine, pur nello spegnimento degli entusiasmi e nel venire a galla degli ipocriti e mentitori, si stabilizza nei fatti un nuovo (solo apparente) equilibrio.
Purtroppo le cose non vanno in questo modo, ma lo si crede e si ricomincia ad agire in un apparente campo disabilità, che comunque presenta chiare novità rispetto al precedente. E nulla esclude che tali nuovi caratteri possano essere ragionevolmente considerati migliori di quelli vecchi. L’importante è capire che il flusso continua a scorrere e prepara altre fasi, altre epoche. E il pensiero umano sarà sempre in ritardo nel cercare nuovi campi di stabilità quando i vecchi sono logori. Questa è la ristrettezza dei tempi odierni. Non sappiamo come pensare il nuovo. E, come la Coutume di Parigi aveva detto: "le mort saisit le vifson hoir plus proche et habile à suceéder"
© ♚Pierre

martedì 13 maggio 2014

Dies nefasti

Premessa

A distanza di quarant’anni dal mefitico referendum sul Divorzio occorre – al di là di ogni inutile trionfalismo e di ogni becera ricostruzione di parte – dire le cose così come stanno, pur inquadrandole in un’ottica che prescinda dalle solite tesi politicamente corrette.

Il Leader storico del Partito Radicale, Marco Pannella

Il divorzio  è arrivato così alla fatidica soglia degli “anta”… con poche critiche e molti elogi. La famigerata Legge Fortuna-Baslini (dal nome dei deputati Loris Fortuna, socialista, e Antonio Baslini liberale, primi firmatari delle proposte poi abbinate nel corso dell’iter parlamentare) non fu abrogata, così come avrebbe voluto Amintore Fanfani. Si erano espressi a favore dell’abrogazione: la Democrazia cristiana, il Movimento Sociale Italiano, il Südtiroler Volkspartei e il Partito democratico italiano di Unità Monarchica; contro: socialisti, comunisti, repubblicani, liberali e radicali.
Il referendum, fortemente osteggiato dalla stampa e dalla cultura “progressista” naufragò miseramente. Votò a favore dell’abrogazione della legge il 40,7 per cento dei votanti, mentre votò contro l’abrogazione del divorzio il 59,2 per cento degli elettori.
A nulla valse l’accorato appello di Paolo Vi ai fedeli
Alle urne si recarono oltre 33 milioni di persone (su 37) aventi diritto.  I “no” (19 milioni 138mila 300)si tradussero in una conferma della Legge approvata alla Camera il 1 dicembre del 1970.
Chi volesse leggere un commento sui dati che confermano, in modo inequivocabile, il  nesso diretto tra l’introduzione del divorzio legale e la degenerescenza dell’Istituto Matrimoniale, può andare sul sito de il Foglio e leggere l’articolo di Riccardo Volpi.   
In questo post, mi occuperò, invece degli aspetti reconditi ed occulti che tale legge comportò.
Anzitutto giova ricordare agli smemorati e agli uomini di poca fede cosa veramente rappresenta il matrimonio cristiano.

 

L’importanza dell’Istituto matrimoniale: la sua sacralità

L’istituto matrimoniale devesi considerare sotto un duplice aspetto: naturale  e sacramentale.
Cristo – Restauratore per antonomasia di tutte le cose che sono in cielo e terra ( Ef, I, 10) – elevò il matrimonio tra i battezzati, da semplice contratto naturale (e quindi governato soltanto dal diritto naturale), a Sacramento, fondendo in uno solo entrambi gli aspetti dell’Istituto, divenuti, perciò stesso inseparabili!
Il matrimonio tra cristiani, dunque, è uno dei SETTE SACRAMENTI; e dall’essere questo sacramento lo stesso negozio naturale elevato all’ordine sovrannaturale (si parla in tal caso di Contractus supernaturalis) discendono i seguenti principi:
  1. potere di regolare il matrimonio, di dichiarare e stabilire gli impedimenti, di decidere circa la sua validità, di stabilirne le conseguenze ( che non siano meramente civili,) dev’essere riconosciiuto  esclusivamente alla Chiesa, UNICA COMPETENTE, per DIRITTO DIVINO, circa la materie sacramentale;
  2. che esso matrimonio può essere posto in essere che mercè il consenso dei contraenti, che “nulla humana postetare suppleri valet". Il "mutuus consensus per verba de praesenti expressus" è dunque la "causa efficiens" del matrimonio : e “ministri” di questo sacramento non possono perciò ritenersi che gli stessi sposi, le cui volontà consensienti si dirigono appunto a porre in essere il contratto (animus contraentis obbligationis) , e implicitamente, lo stesso sacramento (intentio); mewntre il sacerdote non fa che assistere quale /testis pubblicus et testis qualificatus od testis ex oficio deputatus, raccogliendo in nome e per conto della Santa Romana Chiesa il consenso dei nubendi ed invocando, con la benedizione, la grazia su di essi.

Definizione del matrimonio

Nello stabilire la definizione del matrimonio è da tener sempre presente che il termine, benché abusato, non è univoco; poiché con il nome "matrimonio", si suole indicare sia l'atto giuridico in se stesso, che da origine alla società coniugale, sia il vincolo che da esso scaturisce e,  propriamente, la stessa società coniugale. come "status", posto in essere dal negozio matrimoniale.  Quando si afferma: "matrimonium facit partium consensus" e si studia la validità del matrimonio e quindi si parla di nullità del matrimonio medesimo, o si tratta degli impedimenti al matrimonio, ecc., il nome è inteso nel primo significato; 
quando si afferma "matrimonium esse societatem permanentem inter virum et mulierem ad filios procreandos" , che il matrimonio è indissolubile, o che induce questi  o questi altri obblighi  o diritti nei coniugi, o rispetto ai figli, ecc. il nome s'intende nel secondo senso.

V'è dunque, un matrimonio come atto transeunte, che i canonisti chiamano "in fieri" o "matrimonium active sumptum"; e un matrimonio come stato permanente, che si dice "in facto esse" o "matrimonium  passive sumptum". Ma il matrimonio inter baptizatos è sacramento sia "dum fit" sia " dum permanet postquam factum est". 
Il matrimonio può essere definito avendo riguardo all'uno o all'altro dei suoi due aspetti. 
Avendo riguardo soprattutto al matrimonio come atto, una definizione soddisfacente può essere questa: 
"Il matrimonio tra battezzati e il contratto-sacramento  che determina in piena e indissolubile unione tra un UOMO e una DONNA per la procreazione e l'educazione della prole e per il mutuo aiuto e perfezionamento".
                                                                    - - - - - - -

Ora, senza indulgere ancora nelle maglie della Legge Canonica, anche per non annoiare chi legge, si può subitamente capire che non di solo contratto si tratta...
Il matrimonio, per il suo carattere assai particolare, soprattutto in quanto Sacramento, è sottoposto a ulteriori speciali norme giuridiche, che si riferiscono sia alla sua confezione, sia alla sua vita, ossia ad altri rapporti che da esso necessariamente scaturiscono; i quali, a differenza di quelli nascenti da altri contratti di natura profana, sono, nella loro sostanzialità. indipendenti da ogni volontà dei soggetti contraenti.

Ritengo invece opportuno sottolineare il carattere rivoluzionario imposto dal Cristo nella questione dell'indissolubilità. Infatti se è ormai pacifica la figura del Matrimonio nel disegno divino, non appare altrettanto la sua indissolubilità che viene sancita solo dal Cristo che ha parlato per mezzo dei suoi apostoli.
Ogni uomo ( e ogni donna)  fa l'esperienza del male, attorno a sé e, soprattutto, dentro di sé. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l'uomo e la donna. Da che mondo è mondo l'unione dell'uomo con la donna è stata minacciata dal disappunto, dalla prevaricazione, dall'infedeltà, dalla gelosia e da numerosi conflitti che possono insorgere durante la vita matrimoniale e indi portare alla rottura del sacro legame. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui, ma sembra proprio avere un carattere universale. Certo, l'analisi che ne vien fuori è terribile, ma questo deve servire a rafforzare la fede, non ad indebolirla.
Quando ciò accade, allora davvero correre ai ripari. E solo con la FEDE diventa possibile superare l'impasse.
Pure questo non è affatto facile. Ma la realtà è che nessun uomo del mondo è immune, neppure quegli uomini di fede assai tradizionali. Il che ci riporta al "punto di partenza". Ed è qui che entra in campo il carattere assolutamente Stoico, anti-epicureo del Cristianesimo. Chi abbraccia una fede non può farlo solo a metà, privilegiando alcuni punti a discapito di altri. Vale sottolineane che, in questo ambito, fu proprio il Cristo a dare un carattere inderogabile all'unione matrimoniale.  Questo lo possiamo notare durante l'episodio delle nozze di Cana, dove, su richiesta di Maria, sua madre, il Cristo compie il suo primo segno... Inoltre, come se non bastasse, nella sua predicazione, Gesù ha insegnato, senza se e senza ma,  il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, ragion per cui il "permesso" conferito da Mosè, di ripudiare la propria moglie era una concessione motivata dalla durezza del cuore; una sorta di immaturità spirituale all'unione che, all'epoca veniva vista in senso del tutto materiale. Con la venuta del Cristo l'unione matrimoniale dell'uomo e della donna diventa indissolubile: Dio stesso l'ha conclusa: « Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi » (Mt  Oggi, purtroppo, in un periodo in cui, si da ampio risalto alla propria individualità, si mette in secondo piano la comunione con Dio. 
Oggi, alcuni esegeti, in odore di zolfo, affermano che questi detti del Signore avrebbero riscontrato già nei tempi apostolici una certa flessibilità nell’applicazione: e precisamente, nel caso della pornèia (fornicazione, cfr. Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso della separazione tra un partner cristiano e uno non cristiano (cfr. 1 Corinzi, 7, 12-15). Le clausole sulla fornicazione sono state oggetto di controversa discussione fin da subito in campo esegetico. Molti sono convinti che non si tratti di eccezioni rispetto all’indissolubilità del matrimonio, ma piuttosto di legami matrimoniali invalidi. Ad ogni buon conto, la Chiesa non può fondare la sua dottrina in base ad ipotesi esegetiche controverse. Essa si deve attenere al chiaro insegnamento del Cristo, non ad altri seminatori di zizzania. Non a caso, storicamente lo scisma operato dalla "perfida Albione" è stato posto in essere non a causa di differenze dottrinali, ma perché il Papa, in obbedienza al Verbo del Cristo, non poteva assecondare la richiesta regale di Enrico VIII circa lo scioglimento del suo matrimonio.  La nascita della Chiesa d'Inghilterra, come sottolineava giustamente il compianto prof. Giacinto Auriti, rappresenta a tutti gli effetti una "rivincita di Satana sul Cristo". Inoltre, anche qui, si apre la divaricazione tra insegnamento cristiano e insegnamento Mosaico, con tutto ciò che una tal cosa comporta.

La motivazione più profonda  la si può rinvenire nella fedeltà di Cristo alla sua Chiesa. Dal sacramento del Matrimonio scaturisce il dovere di fedeltà. Gli sposi (che sono i ministri dell'Istituto matrimoniale) sono obbligati a rappresentare tale fedeltà e a darne testimonianza attiva. Dal sacramento, l'indissolubilità del Matrimonio riceve un senso più alto.
Oggi, legarsi per tutta la vita a un essere umano può apparire irrealistico e persino impossibile. È perciò quanto mai necessario annunciare la Buona Novella e ripetere le parole del Cristo.  Dio ci ama di un amore definitivo e irrevocabile e gli sposi sono partecipi di questo amore, che li conduce e li sostiene, e che attraverso la loro fedeltà possono essere testimoni dell'amore fedele di Dio. 

domenica 27 aprile 2014

Sclera-Menti: Il tramonto dell'Occidente

Sclera-Menti: Il tramonto dell'Occidente: Considerazioni di ordine generale Werner Sombart Esistono nella storia della cultura europea diversi "occidenti", così c...

venerdì 25 aprile 2014

Il tramonto dell'Occidente

Considerazioni di ordine generale

Werner Sombart
Esistono nella storia della cultura europea diversi "occidenti", così come esistono diversi tipi di "Oriente".  Tra queste visioni un ruolo di fondamentale importanza nella cultura europea è stato assunto dal grande affresco Hegeliano sul ruolo della filosofia della storia, con il movimento che da Oriente verso Occidente portava a compimento la realizzazione del “Geist”.
In Germania, nel passaggio tra '800 e '900, si realizza un notevole crollo di fiducia nella realizzazione del "Geist". In qualche modo, si comincia a separare l'Occidente dall'Europa. La Germania, in particolare, si trova schiacciata tra l'incudine degli americani e il martello dei russi.
Si vedono contrapposte due diverse visioni del mondo e, per dirla con Werner Sombart, un'Europa degli Eroi ad un'Europa dei "mercanti".
Indubbiamente esistono dei cicli storici e una delle cose che ho cercato di diffondere dallo studio dei cicli cosmici è che nella storia a periodi aurei fanno seguito periodi argentei, e poi, via via bronzei, fino a lunghi periodi di declino.

 

La fesseria della razionalità occidentale

La barbarie della crisi sistemica ancora in atto (soprattutto a livello economico-finanziario)  produce mutazioni cultural-politiche inenarrabili, smascherando la presunta superiorità razionalità politico-economica occidentale,  compromettendo il concetto stesso di razionalità quale metro esatto di giudizio.
Dov'è andata a finire la sbandierata capacità occidentale di governare saggiamente? Che ne è della sua presunzione di rappresentare un modello universale da seguire e persino da esportare in tutto il mondo, in barba alle diverse culture?
Dobbiamo seriamente domandarci se razionalità, razionalismo, razionalizzazione sono concetti che ancora rappresentano l'essenza dell'Occidente. Evidentemente, volendo seguire la moda scientista, questi sono diventati essi stessi, concetti obsoleti. che appartengono solo alla sua storia e genealogia...
Ma a quale storia e genealogia possiamo riferirci? A quella remota dell'età assiale (un concetto che adesso sta un po' ricostruendo la matrice profonda dell'Occidente); oppure alla matrice greco-romana, o anche a quella cristiana, oggi tanto retoricamente evocata... Oppure alla genealogia più prossima della modernità: la genealogia dell'Illuminismo, della scienza moderna, del secolarismo.
E' sensato ipotizzare che tramite essa possiamo stabilire un confronto positivo con le culture non occidentali, in particolare con l'Islam che è geopolitica mente vicino? Sono domande che possono essere affrontate da tanti punti di vista. In questo senso è l'intera civiltà occidentale che viene messa in questione. Colpisce un fatto: attraverso molti dei suoi esponenti intellettuali, l'occidente mostra una straordinaria capacità analitica, critica e, soprattutto, autocritica... ma ad essa non corrisponde un eguale capacità di orientamento politico e, soprattutto, di governo, dentro e fuori del suo orizzonte geopolitico.
Potremmo dire che ad una forte capacità autocritica non corrisponde altrettanta forza pragmatica e realizzatrice. Si tratta solo di un momentaneo deficit finanziario globale?
Tutto ciò è correggibile? O Siamo di fronte ad una alterazione profonda della sostanza stessa della razionalità? La risposta a mio insindacabile parere è negativa. Ma, andiamo avanti nello sviluppo.
A ben vedere, l'occidente è - esso stesso - colpevole  del peccato di razionalismo; di essere cioè così arrogante da credere che la ragione - di per sé - abiliti gli esseri umani  a conoscere tutto ciò che c'è da conoscere. L'ubriacatura scientifico-positivista ne è una dimostrazione lampante.  Infatti, ancora più mefitico dell'imperialismo militare è l'imperialismo della mente che impone  la fiducia occidentale nella scienza, la fede nella scienza come unica via di conoscenza. Altre forme di conoscenza vengono bollate dai razionalisti come superstizioni.
Non sarebbe ora che l'occidente si liberasse - una volta per tutte - dall'arrogante ingenuità con cui va sottoponendo, spesso anche in modo coercitivo, gli altri popoli ai suoi gretti schemi mentali, giudicabile esclusivamente sulla scala dei suoi valori?
Ma adesso l'Occidente non è più lo stesso di quello del secolo scorso. La Germania di oggi non è quella di Oswald Spengler, e nemmeno quella di Thomas Mann. All'epoca, non solo gli intellettuali, ma anche gran parte dei tedeschi non si identificavano affatto con l'occidente. Meno di un secolo fa, l'occidente era rappresentato dalla civiltà anglo-americana e, al massimo, francese!
Inoltre, l'universalismo non è affatto occidentale.
La logica del sistema occidentale dominante trae vantaggio dal rappresentare se stesso come aperto, pluralistico e, soprattutto, razionale. L'islam, per esempio, non ha necessità di integrarsi in questo ordine di razionalità, relativizzando i principi universali dell'ISLAM, poiché esso stesso Universale.
Esiste dunque una contrapposizione radicale tra la razionalità occidentale e l'ISLAM.
La contestazione è tutt'altro che nuova ed è univoca. Infatti questa Weltanschauung coincide non solo con quella Islamica ma anche con quella di scrittori famosi tedeschi, come appunto, i già citati Thomas Mann e Oswald Spengler. Scrittori che, per certi versi, possono considerarsi avversari ma che, tuttavia, mantengono ferma la loro opinione sull'Occidente. Eppure è assai singolare che proprio in quella fase storica, in cui si parlava di un vero e proprio scontro di civiltà, Max Weber teorizzava il razionalismo come base del pensiero occidentale. Evidentemente, quello era il sintomo di una malattia che stava nascendo in Europa e che né il Nazionalsocialismo né la guerra riuscirono a fermare.

Razionalismo occidentale e modernità

Per i classici del razionalismo occidentale era ovvio che esso coincidesse con la modernità. Oggi non è più così: non esiste più nesso necessario e biunivoco tra razionalismo occidentale e modernità. Certo, in qualunque parte del mondo e per qualunque società che si vuole "moderna", rimangono insostituibili i criteri della razionalità dell'occidente. Ma perché questo avviene? Forse perché questi criteri sono il frutto della cosiddetta "superiorità morale occidentale"? 

La democrazia irrealizzata

E' osservazione assai corrente che chi - all'inizio del ventunesimo secolo - abbia rivolto lo sguardo al secolo precedente - ha potuto constatare come uno dei risultati che da esse emergessero più clamorosamente vi sia stato il li trionfo della liberal democrazia nei confronti dei suoi nemici. Mai prima d'ora era infatti avvenuto che un numero tanto elevato di stati del mondo fossero retti da regime che si definivano e  si definiscono democratici e che i valori democratici fossero così poco contestati, al punto che non sembra esagerazione dire che da allora  (da questo trionfo della liberal democrazia) abbia avuto il sopravvento un vero e proprio conformismo democratico. Se non che, proprio mentre conosce il suo maggiore trionfo, la democrazia (quale concepita ed attuata in occidente) appare tutt'altro che in buona salute, perché troppi dei suoi presupposti essenziali sono profondamente scossi da processi di natura politica, economica  e sociale, sia al livello dei singoli stati sia livello internazionale.
La democrazia - lo sappiamo bene - è insieme un ideale, un progetto e una realtà. Una realtà nella quale l’ideale  è destinato a subire vari condizionamenti,  adattamenti… pagando il prezzo inevitabile di tutta una serie di limitazioni e anche di sufficienze, di deformazioni. Si può legittimamente pensare che se non mantiene tutte le sue promesse, allora la democrazia diventa altro da sé. Inoltre,  occorre insistere sul fatto che se viene meno ai suoi principi fondamentali, ai suoi obiettivi fondamentali, essa subisce un mutamento qualitativo, sopravvivendo come ideologia ma rischiando di perdere la sua sostanza. Credo si possa convenire senza nessuna difficoltà che, come hanno insegnato i maestri  del pensiero democratico, condizione essenziale della democrazia è che i soggetti legittimati a partecipare alle decisioni da cui derivano le leggi  che  regolano  la vita associata  abbiano e siano in grado di mantenere le risorse necessarie per comprendere la natura delle decisioni stesse e, soprattutto, le loro implicazioni, onde esprimere con efficacia il proprio consenso o dissenso nei loro confronti, con le relative conseguenze nella formazione e nella caduta dei governi.
Si richiede, cioè:
  1.  in primo luogo,  che quanti delegati dagli elettori ad esercitare il potere, lo facciano in modo tale  che i governati abbiano la possibilità di conoscerne i meccanismi, gli orientamenti e i processi decisionali. 
  2. In secondo luogo, che il corpo dei cittadini possegga gli strumenti per influire efficacemente sull’esercizio del potere, controllarlo e, se necessario, cambiarlo.
  3. In terzo luogo, che la formazione dell’élite preposta all’esercizio del potere non acquisti un carattere chiuso tale da contraddire apertamente il principio di partecipazione allargata. La rappresentanza deve essere il risultato di un processo di selezione aperto all’insieme dei cittadini.
Non a caso si afferma che “la sostanza della democrazia è il potere ultimo dei cittadini a decidere del proprio destino, vuoi pacificamente, vuoi consapevolmente, nel quadro di una “società aperta”. In altre parole, in una società nella quale non si dia una distribuzione delle risorse tale da impedire  a  qualsiasi cittadino, non solo di partecipare alla formazione delle decisioni politiche, ma anche di accedere ai massimi livelli del potere avente il compito di guidare le sorti comuni, non vi è democrazia.
Orbene, adesso si arriva alla domanda cruciale.
Nelle società che attualmente si definiscono democratiche si sono o no consolidate barriere che pongano ostacoli sempre maggiori a che esse siano e restino effettivamente società aperte e cioè, se siano o meno consolidate posizioni di potere di fatto monopolistiche ed accentrate e quindi inaccessibili al controllo e alle decisioni della maggioranza?
Dalla risposta se ne ricava una certezza: non vi è alcuna democrazia realizzata in Occidente.
Ma è possibile dare sostanza significativa alla partecipazione popolare senza scadere nella demagogia?
E' possibile, cioè, instaurare una sorta di democrazia sociale, realmente partecipata, senza arrivare all'obbrobrio dell'espropriazione collettiva?

© ♚Pierre
Note e Bibliografia di riferimento:

Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler,

La crisi del mondo moderno di René Guénon 

Oriente e Occidente di René Guènon, 
La metafisica del Capitalismo, di Werner Sombart. 
Mercanti ed eroi di Werner Sombart e E. Daly
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber
Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann