mercoledì 30 luglio 2014

Il tramonto dell'Occidente - parte seconda -

Liberalismo e Democrazia


liberalismo
    A questo punto occorre soffermarsi un poco sul rapporto fra  liberalismo e democrazia, al fine di riflettere sulla tesi consolidata che la "liberal democrazia" sia il compimento del primo in conseguenza, anzitutto,  del passaggio dal suffragio ristretto al suffragio universale. In effetti, il legame trai regimi liberali e quelli democratici è evidente e sostanziale. Non si può parlare, cioè,  di un'astrusità concettuale, di un connubio innaturale. Al contrario.
   Gli uni infatti (i regimi liberali) hanno trasmesso agli altri (i regimi democratici): le libertà civili e politiche, le costituzioni, le istituzioni parlamentari, la divisione dei poteri, la convinzione che il loro fondamento sia la partecipazione attiva dei cittadini come individui sulla base di diritti inalienabili. L'idea della continuità e della contiguità tra i due tipi è stata rafforzata, in maniera quanto mai vigorosa nel corso del Novecento, dalla loro contrapposizione sia ai modelli utopistici di democrazia diretta (vedi attuale il caso dei cinque stelle) sia ai regimi autoritari e totalitari di destra e di sinistra.
Ma vien da domandarsi, tornando alla domanda già posta: se nei sistemi che continuiamo a definire "democratici" non siano intervenuti, negli ultimi lustri, mutamenti tali che autorizzano a pensare che essi formino entità che richiedano l'elaborazione di nuove categorie per definirli con le seguenti conclusioni.  Per spiegarvi ciò, farò riferimento a tre tipi di sistemi, per poi sottoporli ad una sommaria analisi comparativa.
  1. il Sistema "tout court" Liberale, quello che è stato definito più propriamente come "Liberalismo Conservatore", a suffragio fortemente ristretto, poggiante su partiti di notabili;
  2. il Sistema Liberal Democratico, basato sul suffragio notevolmente allargato, incentrato sulla competizione tra partiti permanentemente organizzati, i maggiori dei quali a base di massa, divenuti i principali strumenti tanto della formazione e dell'orientamento dell'opinione pubblica, quanto dell’azione politica nei processi parlamentari;
  3. il Sistema Liberaldemocratico di ultima generazione, basato sul suffragio universale (ossia quello in cui ci troviamo noi oggi), nel quale i partiti rimangono si i soggetti istituzionali della competizione elettorale, dell'azione politica in generale,  ma la loro struttura risulta notevolmente mutata insieme con le tecniche attinenti all’organizzazione del loro rapporto con le basi di riferimento e alla “formazione” dell'opinione pubblica.
Della massima importanza sono inoltre due altri aspetti:
  • il sistema liberale di primo tipo (il sistema liberale classico)
  • quello del secondo tipo operante nell’ambito di singoli stati in grado di esercitare in maniera efficace la propria sovranità.
Su che cosa però? Su quelle che si presentavano essenzialmente come economie nazionali, pur nel quadro, naturalmente, del commercio internazionale, delle relazioni fra i vari stati e del libero mercato.
Viceversa, nel sistema liberaldemocratico odierno, ha visto e ancora vede gli Stati perdere in misura sempre maggiore, in rapporto al passare del tempo,  il proprio potere decisionale nei confronti dell’economia che ha assunto le caratteristiche dalla globalità. Ed è controllata in misura crescente da ristretti centri finanziari e industriali sovranazionali,  i quali, senza alcuna legittimazione democratica e, di fatto, senza più alcuna sottomissione sostanziale alla tradizionale sovranità dei vari stati nazionali, hanno assunto nelle proprie mani quel potere fondamentale di dislocare la produzione, la distribuzione delle risorse economiche e non solo…
L’altro aspetto assai trascurato ma non per questo meno importante è che la formazione dell’opinione pubblica in precedenza affidata si a mezzi di informazione che erano “sensibili” all’influenza dei cosiddetti “poteri forti”, ai “Think Tank” culturali, intellettuali ecc.,  è ormai controllata in misura sempre più massiccia da gruppi di plutocrati internazionali che esercitano, in questo ambito, un ruolo analogo a quello in campo industriale e finanziario, tenuto dalle oligarchie finanziarie e industriali.
Ma vengo a ragionare adesso brevemente su ciascun tipo di sistema.

Il primo tipo (vero sistema  liberale classico) era caratterizzato da questi principali elementi.
  1. Come è noto era il prodotto della vittoria politica, della società civile e borghese (andrebbe indagata a parte il concetto di società civile) appoggiata dai settori liberaleggianti dell'aristocrazia relativamente progressista, nei confronti dello stato assoluto. 
  2. in esso le costituzioni, con la separazione dei poteri, l'esercizio delle libertà politiche e civili,  costituivano la garanzia che lo stato mantenesse il ruolo, non già di padrone arbitrario, ma di regolatore legittimo secondo i principi della legalità istituzionale, proteggendo quindi la società dalle prevaricazioni del potere. 
  3. il suffragio ristretto rispondeva all'esigenza di mettere al riparo i possidenti, dal temuto assalto delle classi “pericolose”, di affidare la partecipazione politica, il controllo del potere agli individui dotati degli strumenti necessari per dare al voto il significato, non soltanto di mezzo di difesa degli interessi economico sociali, ma anche di manifestazione di una concreta capacità politica.
Il concetto di fondo che stava alla base può essere così espresso: la piazza della politica deve essere occupata da quanti posseggono l'insieme delle risorse materiali e intellettuali (culturali) che sono in grado di renderli (proprio in virtù di questo connubio di risorse) capaci di autodeterminazione; la piazza della politica deve essere altresì occupata da chi governato può diventare lui stesso governante;   da chi conosce l'ordine del giorno delle questioni in gioco ed è in condizione d'influire direttamente o indirettamente sulla formazione di quest'ultimo. Questo punto è stato chiarito in modo esemplare da Benjamin Constant.
In caso contrario, i soggetti sono da considerarsi eteronomi a vario titolo. Alla base della limitazione del suffragio pesavano in maniera massiccia gli interessi di classe, ma contava anche e molto la volontà che i soggetti della politica possedessero i requisiti necessari per essere attivi in posizioni e in gerarchie si diverse, ma non tali da creare barriere di esclusione per quanti costituivano la società politica e il suo bacino sociale.
Da sottolineare, dunque, in questo sistema, la sostanziale coincidenza tra la società politica e quella parte di società civile che sosteneva il processo politico in generale. La sua legittimazione ideologica poggiava, perciò, sulla contrapposizione dei diritti del cittadini in grado di essere attivo e consapevole, ai generici diritti universali dell’uomo. Si trattava del sistema che poi la critica socialista ha definito: liberalismo borghese. Esso aveva come ambito gli stati nazionali, i quali esercitavano la loro sovranità. E qui bisogna badare agli aggettivi della sovranità, alla loro combinazione…(giuridica politica, economica e militare) entro i confini del loro territorio.   La sovranità monetaria, come ha sottolineato più volte Giacinto Auriti, era già stata scalfita con la creazione della Banca D’Inghilterra, che diede la stura al processo d’indebitamento sovrano che oggi ben conosciamo.  Questo ultimo punto è stato chiarito in modo magistrale dal compianto Prof. Giacinto Auriti. occorre aggiungere, seppure per inciso, che tale modificazione strutturale, non avvenne in modo immediato ma, al contrario, in modo assai progressivo, ragion per cui tutto questo risulta ancora oggi incomprensibile ai più...
Tale sistema, mentre, per un verso, si qualificava in conseguenza del suffragio ristretto come un sistema di oligarchia allargata, per l’altro, nei limiti di quella componente del demos che lo sorreggeva, era dotato di un alto tasso di democrazia, tanto da poter essere definito, in una maniera che può apparire paradossale, si un’oligarchia, essendo le masse popolari escluse in tutto o in parte dal processo politico, ma una “democrazia”  operante, per quanto atteneva alla sua realtà interna.

Il secondo tipo di sistema, ovvero, quello liberaldemocratico, sviluppatosi in Europa sempre più pienamente tra l’ultimo Ottocento e l’avvento della globalizzazione, ha costituito insieme il compimento e l’alterazione del sistema liberale di primo tipo.  Il compimento in quanto i meccanismi istituzionali fondamentali sono passati dall’uno all’altro. Il suffragio ha conosciuto un allargamento (fino a diventare universale) che però, proprio per questo ha svilito il carattere meritocratico che in un certo qual modo poteva esser presente nell’oligarchia. L’alterazione in quanto in luogo di un bacino sociale non certo omogeneo ma poggiante non di meno sul comun denominatore costituito dalla prevalente combinazione di Proprietà e istruzione, il sistema è venuto a basarsi su due  bacini sociali diversi e persino in opposizione. L’uno costituito dai proprietari, dai titolari di redditi elevati dei ceti istruiti, l’altro dalle masse dei non proprietari  della città e della campagna in maggioranza poco o per nulla scolarizzati. Inoltre ha contribuito fortemente all’alterazione, poiché all’individualismo forte, proprio del sistema liberale di primo tipo,  nel quale, non a caso, i partiti dominanti erano  raggruppamenti il cui nucleo era  formato da notabili, è andato gradualmente sostituendosi un individualismo debole, in corrispondenza con la discesa in campo dei i cosiddetti partiti di massa, divenuti essi stessi i soggetti primari del sistema parlamentare basato sul  suffragio allargato universale, così che la democrazia assunse (come  ebbe a notare plasticamente Hans Kelsen) il carattere di uno Stato di partiti.  Di partiti diretti da élite ristrette, poggianti su quadri di professionisti della politica, preposti ad organizzare i loro membri, ecc..
In questo quadro, mentre il suffragio universale rendeva formalmente tutti gli individui soggetti dell’azione politica, in pratica, i veri soggetti diventavano i partiti che assumevano nelle loro mani il monopolio dell’azione politica.  Ecco la degenerescenza del sistema liberale classico, ossia quello ben descritto da John Stuart Mill.  In quel sistema l’individuo istruito, capace di consapevolezza politica, ed in grado di giudicare i programmi in maniera indipendente, senza cadere vittima di qualsivoglia strumentalizzazione e, soprattutto, della demagogia, cede il passo al cittadino eterodiretto, di cui parlava Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.
La compresenza nei sistemi liberaldemocratici di bacini sociali, non solo diversi, ma, a volte, in violenta contrapposizione, ha reintrodotto in vari paesi il rapporto tra le forze sociali legittimate a governare e quelle non legittimate (le classi pericolose); il che ha costituito, nel corso del XX secolo,   uno dei fondamenti delle crisi organiche dei sistemi liberaldemocratici oppure delle anomalie che hanno di fatto bloccato tali sistemi. Tra i più importanti elementi di continuità tra il sistema liberale classico e quello democratico vi era anzitutto il dato che lo stato nazionale manteneva il potere decisionale su tutta l’economia; poiché allora vi era  un’economia che vedeva collocati sul suo territorio i centri finanziari, le imprese industriali e agricole e, in genere, tutto il sistema volto a provvedere ai fabbisogni della popolazione. Da ciò veniva la possibilità per lo Stato di far valere -  se necessario –  il potere politico sui sottostanti centri di potere economico, per cui, appunto, le politiche economiche si configuravano come le politiche statuali e nazionali. E in ciò stava una delle sostanze forti del potere Sovrano!
Il terzo ed ultimo tipo di sistema su cui vale la pena di soffermarsi  è un sistema nel quale  i presupposti della democrazia liberale appaiono profondamente erosi. I principali elementi di questa crisi che si presenta, per molti aspetti, come dissoluzione, l'indicherei come segue:
 
  In primo luogo: l'individuo consapevole dei propri interessi, dotato delle risorse culturali per comprendere l'ordine del giorno politico, per arricchirlo con la propria partecipazione, per sottoporlo a verifica critica, per dare un voto autonomamente deciso, per controllare i suoi rappresentanti in parlamento e, mediante essi,  il governo,  appare, sempre più, come una specie in estinzione.
 
   In secondo luogo: sono entrati in un’agonia (che pare irreversibile) i grandi partiti di massa organizzati, i cui maggiori prototipi erano stati in Europa i grandi partiti socialisti, comunisti e democristiani. sicché la stessa definizione di Kelsen, degli stati democratici come stati dei partiti,  ha perso di significato.

   In terzo luogo è venuta meno l’economia nazionale. La stessa che Weber indicava come il fondamento materiale necessario degli stati nazionali  e del loro potere sovrano. E del fatto che questi stati potessero esercitare e, a maggior ragione,  avere un carattere “sovrano”.
L’economia nazionale è stata soppiantata da un SISTEMA economico globale, dominato da ristrette cerchie di finanzieri industriali, le cui decisioni non solo largamente si sottraggono al potere sovrano degli stati, ma, spesso, sempre più, vengono, letteralmente, IMPOSTE agli Stati! E non solo agli Stati piccoli e medi... Quelle che potremmo definire come le residue economie nazionali si presentano in misura via via maggiore come sotto sistemi locali.  Tra  gli stati,  i loro governi, i parlamenti e sistemi politici nazionali  da un lato, e le oligarchie sovranazionali dall’altro,  è dunque venuto a crearsi uno iato che disconnette via via più fortemente i due termini, con la conseguenza che il processo democratico, anche quando, per ipotesi, al massimo della sua effettività, nei singoli stati, non è in grado di influire con efficacia sull’agire e sul potere potere decisionale dei grandi potentati economici mondiali.

   In quarto luogo: la formazione dell’opinione pubblica è sempre più un prodotto pianificato  e “confezionato” con le tecniche della pubblicità commerciale e controllato - nell’era della rivoluzione informatica - dai Tycoon dell’informazione di massa, che operano  a livelli internazionali, in parallelo,  in sintonia e, in molti casi, in  condizioni di compartecipazione proprietaria con gli oligarchi della finanza e  dell’industria, esercitando quella che è stata definita dal prof. Giovanni Sartori, come “videopolitica” o, volendo usare un termine ancora più radicale, “videocrazia”.

   In quinto luogo,  la tradizionale separazione dei poteri, elaborata dalla dottrina liberale, cardine delle libertà, in cui Montesquieu pronuncia quella memorabile frase: “occorre che il potere freni il potere…”  (la libertà è figlia di questa frase),  di fatto non esiste. Quindi la parola chiave non è “separazione” dei poteri… ma, positivamente,  l'equilibrio, (il delicato rapporto funzionale) il controllo del potere. Occorre che non ci sia mai alcun potere che prevarichi sugli altri.  Se no… son guai! Qui stiamo invece di fronte ad un continuo svuotamento dei poteri, tant’è che dobbiamo riflettere non è un caso che uno dei primi atti che “legittima” (o meno) la formazione di un governo è la sua “quotazione in borsa”, vale a dire il gradimento o meno di un determinato governo da parte della Finanza Internazionale. Ciò non è una provocazione ma la semplice constatazione della realtà. In tutto ciò sta il fondamento primo dello svuotamento della sovranità degli stati,  i quali sono stati ridotti a stati amministrativi, ovvero a organi regionali dell'ordine economico politico e civile, proni alle direttive delle oligarchie plutocratiche mondiali. Per questo occorre ridisegnare la mappa tradizionale del potere, che oggi appare dunque obsoleta.

Sic res stantibus,  ecco l’interrogativo che si impone con forza  e a cui non è possibile sfuggire: qual è, in queste singolari circostanze, la condizione attuale del cittadino democratico? Il cittadino nei sistemi liberali ottocenteschi, era assai più attivo e influente di quanto non lo sia oggi. Lo era anche il cittadino nello stato dei partiti... poiché allora, nonostante tutto il male possibile, i partiti coinvolgevano attivamente i loro iscritti, in maniera permanente nel processo politico, davano un'ideologia, mobilitavano le campagne elettorali, con un rapporto diretto di partecipazione tra i partiti e la loro base di riferimento.
Oggi, invece, il cittadino è stato ridotto essenzialmente alla stregua di un consumatore passivo del processo politico, in sintonia con la figura del consumatore di un qualunque bene economico. A loro volta i partiti hanno subito una trasformazione epocale: il partito organizzato di massa,  sorto e sviluppatosi in Europa,  sta scomparendo e quello che ne resta sono dei meri elementi residuali senza alcuna incidenza politica. Nulla sparisce all'improvviso ma piuttosto si trasforma, cambiando impostazione e funzioni. e si va ovunque imponendo un modello di partito  centrato ed impostato sulla figura carismatica di un leader. In pratica si afferma un Partito della Persona. Un modello di partito che si adatta alla logica e ai meccanismi del mercato, così da affiancare al mercato economico, un omologo "mercato politico", dove al cittadino rimane la funzione di inserirsi o meno nel gioco della domanda e dell'offerta, "comprando o non comprando" "prodotti" che gli sono stati proposti dalle oligarchie dominanti ma su cui non ha alcuna funzione determinante.  Altro tratto caratteristico è la tendenza alla personalizzazione dei partiti secondo il disastrato modello americano. Difatti assistiamo sempre più a partiti o raggruppamenti che portano il nome di questo o di quello, senza alcuna valenza ideale, ma, anzi, sostituendo l'ideale con il "personale" e facendo passare quest'ultimo elemento come una sorta di "benedizione"... In questo clima parossistico di personalismo rivestono un ruolo di primissima importanza le cosiddette lobbies che influenzano e determinano la composizioni degli schieramenti. Al momento del voto al cittadino rimane una sola opzione: mi piace o non mi piace, prendendo a prestito la fumosa terminologia arcinota agli amici di Facebook.

In questo stato di cose, si rimane in un meccanismo bloccato e perciò nient'affatto democratico. Sbaglia dunque chi critica il Sistema: la democrazia. Ha ragione, viceversa, chi critica QUESTO SISTEMA.Ossia un SISTEMA di governanti NON ELETTI, controllati da Grandi Lobbies finanziarie. Questi funzionari, emetteranno LEGGI SOVRANAZIONALI, a cui i rappresentanti eletti dal popolo, scelti prima dalle oligarchie, dovranno sottostare se vorranno avere la loro minuscola parte di potere.

QUESTA è la VERA TRUFFA propalata agli elettori ignari della UE e fatta passare come una CONQUISTA per la pace europea. Ha un senso continuare a definire democratici questi sistemi?  Io credo di no. Nulla può tanto danneggiare la democrazia e contribuire alla marcia verso la sua dissoluzione quanto l’accettazione acritica di questo sistema così come è. Se la democrazia deve avere un futuro è necessario che essa scopra le strade per un vero rinnovamento. Il miglior viatico per un vero rinnovamento democratico è quello tracciato dal compianto Prof. Giacinto Auriti attraverso l’attuazione concreta del suo programma sulla Proprietà popolare della moneta, teso ad assicurare giustizia per tutti e, indi, ad attuare in modo sostanziale la sovranità monetaria.
©  ♚Pierre

sabato 7 giugno 2014

Le Radici Giacobine dei Totalitarismi

Stalin_Hitler_photomontage   La maggior parte del pubblico si è stupita di fronte all'avvicinamento tra Stalin e Hitler. Ci si sarebbe stupiti meno se si fosse mantenuta una visione d'insieme degli avvenimenti di questi ultimi venti anni che, da Brest-Litovsk (1) fino ai recenti incontri di Mosca passando per Rapallo, il proseguimento della politica di Rapallo (2) dopo I 'avvento di Hitler e l'immobilità di Stalin dinanzi ai fatti di Monaco, offrivano segni certi. E ci si sarebbe stupiti ancor meno se si fosse prestata più attenzione agli elementi comuni nella genesi e nelle strutture dei movimenti e degli Stati totalitari, quale che sia il loro colore: rosso, bruno o nero.
   Certo si sono sottolineate spesso le affinità tra bolscevismo, hitlerismo e fascismo; ma non si è mai spinto a fondo lo studio fino ad afferrare il vero principio di questa comunanza di caratteri.
   Quando si decide veramente di intraprendere questa ricerca, si scopre che se questi movimenti  e regimi sono così vicini gli uni agli altri ciò è dovuto al fatto che essi hanno una provenienza comune: derivano tutti dal giacobinismo.
   Sì, il legame profondo tra i regimi tedesco, russo e italiano di oggi consiste in questo, che essi discendono tutti in linea diretta dal precedente francese del 1793.
   Ecco ciò che stupirà alcuni spiriti, ma in ogni caso non gli spiriti storici. Ché questi ultimi sono abituati, almeno quando hanno anche spirito filosofico, a non fermarsi alle diversità superficiali che presenta I 'attualità, ma a seguire
i legami profondi delle cose. In queste profondità essi vedono che lo spirito e la forma essenziale di certe istituzioni si propagano attraverso regimi lontani nel tempo e separati solo da apparenze senza importanza.
   I più stupiti e i più scandalizzati da questa tesi saranno gli hitleriani e i mussoliniani, che hanno mosso le critiche più aspre al 1789 e che hanno preteso rompere completamente con quella eredità.
Ma il 1789 non è il 1793. L'89 tu liberale, sebbene abbia ceduto il posto, almeno per qualche tempo, al'93, che fu  giacobino e totalitario.
     E ciò che occorre far notare subito anche ai democratici francesi, che saranno non meno disgustati da questo accostamento. Anch'essi hanno dimenticato la distinzione tra 1789 e  1793. Ciò è comprensibile dato che, come abbiamo dimostrato altrove, non essendo stata guidata da una concezione sufficientemente chiara del liberalismo, la prima rivoluzione del 1789 degenerò subito nell'autoritarismo, e in tal modo essa condusse logicamente verso la seconda rivoluzione del 1793, totalitaria. Inoltre nei regimi del XIX secolo (Restaurazione, Monarchia di Luglio e Terza Repubblica), che cercavano di ispirarsi al 1789 piuttosto che al 1793, le tendenze inveterate del 1793, fissate dalle istituzioni imperiali, sono sempre riapparse e hanno sempre impedito che si stabilisse in Francia un regime decisamente liberale come in Inghilterra.  In tal modo la democrazia francese presenta uno strano groviglio di pratiche liberali e di pratiche autoritarie e sotto l'apparente libertà e anche licenziosità dei costumi politici si vede sussistere un apparato quasi dittatoriale, che si rimette a funzionare per così dire automaticamente in caso di scompiglio interno o di pericolo esterno.
   Non è men vero che anche in coloro che si credevano fedeli o indulgenti al ricordo del'93 gli autentici caratteri della rivoluzione e del governo dei Giacobini sono talmente deformati ed edulcorati, che si spiega molto bene l'incapacità nella quale si trovano oggi loro discendenti francesi di riconoscere come cugini i rampolli  feroci che la storia ha dato, fuori della Francia, ai  "grandi antenati".
Tentiamo la dimostrazione.

Quali sono i caratteri principali del rodimento giacobino che nel 1792 spazza va tutti gli elementi del liberalismo in gestazione?
  1. Si concepisce ana dottrina sommaria che si presenta al popolo ridotta ad alcune parole d'ordine ancora più sommarie, brutali. L'essenziale della dottrina giacobina consiste semplicemente in ambito politico nell'autogoverno del popolo, in ambito sociale ed economico nell'abolizione  dei privilegi, in àmbito religioso nella separazione della Chiesa dallo Stato, nei rapporti con l'estero nella guerra ai re e ai privilegi degli altri paesi.
    Per il popolo le celebri massime, affisse dappertutto. proclamate ovunque, sono queste:
    "Sovranità della Nazione - La Libertà o la morte - Gli aristocratici alla forca - Tutti i tiepidi sono dei sospetti - Arresto e massacro dei sospetti".
    E  precisamente e perfettamente ammesso che la diffusione di questa dottrina in tutta la nazione possa e debba essere assicurata attraverso tutti i mezzi violenti e intorbidatori.
  2. Per le necessità di questa propagazione si inventa, se non la teoria, almeno la pratica di un partito unico, che ricopra tutto il paese, che investa tutta la nazione, che penetri e sorvegli ogni villaggio e ogni città in tutti i loro quartieri.
    La Società dei Giacobini con le sue innumerevoli succursali costituisce di fatto il partito unico che assume l'investitura ufficiale e che persegue e annienta quanti potrebbero costituire altri partiti, o quanti, nella società stessa, sono considerati dissidenti. Robespierre e il Direttorio moltiplicano le "purghe".
  3. Il raggiungimento del potere avviene per mezzo di una spinta plebiscitaria estremamente violenta e al tempo stesso estremamente  vaga, indeterminala, sospetta, torbida quanto alle forme impiegate per esprimerla. L'essenziale dell'operazione si compie a Parigi e in  qualche grande città attraverso l'instaurazione
    spontanea, imprevista - dunque illegale – di una Comune. In realtà si tratta di un gruppo di uomini armati estremamente ristretto – qualche migliaio - che con minacce e pressioni continue, con sommosse, manovra l'assemblea eletta, le impone risoluzioni e condanne e condiziona la nomina dei governi.  Si agita l’idea dell’autogoverno del popolo, il governo della nazione da parte di tutta la nazione; ma nell’immediato il corpo politico altro non è che questo partito unico dei Giacobini. Il.quale  partito unico obbedisce esso stesso ciecamente ad alcuni capi che non si stanca mai di trasformare in dittatori. Marat è stato il primo a porre apertamente nella politica europea moderna il principio della dittatura.
    Nella seduta del 25 settembre 1792, questo cosmopolita nato da padre sardo e da madre  svizzera, proclama dai podio: “Io credo di essere il primo scrittore politico, e forse il solo in Francia dopo la Rivoluzione che abbia proposto un dittatore, un tribuno militare…”  Negli anni che vanno dal 1789 al 1793 si passa da una prima deformazione del suffragio universale, la dittatura dell’assemblea ( questa aristocrazia come la chiama Saint Just) a una seconda deformazione, la dittatura del Giacobini nell’assemblea, e quindi a una terza, la dittatura dei capi dei Giacobini ( già dittatori nel Comitato di Salute pubblica. Dittatura che si rinnova nel direttorio e non cede il posto che alla dittatura definitiva di Bonaparte.
  4. La dottrina nazionale assume due aspetti decisamente contraddittori, ma non meno decisamente legati nello spirito dei primi adepti (come nello spirito di tutta la nazione che vi si sottomette: una dottrina che resta profondamente nazionale e sottomessa agli interessi della nazione, e che nello stesso tempo si propone
    all'esterno come internazionale e suscettibile di una adesione universale. In una parola, la dottrina di Stato è un fermento di imperialismo.
   Ecco presentati, in modo brutalmente sommario, i quattro caratteri evidenti del giacobinismo. Come non accorgersi del fatto che questi quattro punti si ritrovano in tutti i regimi totalitari dei nostri giorni?
Esaminiamo dapprima il regime russo, primo in ordine di tempo. Qui la filiazione giacobina non può essere messa in dubbio perché esplicitamente proclamata.
   Lenin, come prima di lui Marx, studia a fondo il regime giacobino e ne trae un metodo vivo, che mira all'essenziale e lo traduce in modi facilmente e prontamente adattabili. Stalin non ha fatto altro che confermare e fissare questi termini, come Napoleone ha fissato tutto quello che era d'uso sperimentato nell'armamentario giacobino. Lenin perfeziona il metodo giacobino, approfittando dell'esperienza e della riflessione di un secolo. Tanta riflessione e tanta
scienza, tuttavia, non si sono prodotte senza una buona dose di immoralità. In un colpo solo Lenin si trova in pieno cinismo e machiavellismo, là dove i Giacobini avevano impiegato qualche tempo a perdere le loro illusioni o ad ammettere le loro intenzioni
  1. Lenin ha dapprima costruito la dottrina, con la precisione e l'abilità che si possono trovare in un solo cervello quando questo è pregno di meditazioni incessanti sull'azione. Robespierre non sapeva che sarebbe stato Robespierre; Lenin sa che egli sarà Robespierre. Alcuni principi molto semplici presi in prestito dal marxismo per quanto riguarda la questione sociale, il quale marxismo deriva, è esso stesso a riconoscerlo, dalla punta estrema del giacobinismo, della (parola mancante). Per ciò che concerne il metodo politico, la teorizzazione della pratica giacobina e della pratica comunarda del IB7I, a cui Lenin aggiunge - fatto da sottolineare - certi prestiti dai teorici prussiani della guerra totale.  Bisogna leggere gli scritti salienti di Lenin come La malattia infantile del comunismo (3) o Lo Stato e la Rivoluzione (4) per vedere come ha saputo, apparentemente rispettando il gergo e la lettera di Marx, semplificare e rendere pragmatica la farragine dei dottori e dei casisti. E così che i Sanculotti minimizzando le sfumature e le esitazioni di Rousseau e di Montesquieu. Lenin non ignora le sottigliezze e la difficoltà della dottrina, ma passa oltre con la faciloneria di un Cromwell, di un Federico II o di un Bonaparte... Se non si può fare altrimenti si farà del  socialismo troppo presto e troppo velocemente. Se questo fallisce, si tornerà indietro e si farà la N.E.P. (5); per poi ricominciare in seguito con più energia.   E le parole d'ordine immediate sono: "la pace subito, ad ogni costo, a costo di Brest-Litovsk",per poi invadere, tre anni più tardi, la Polonia. E "il potere al consiglio degli operai e dei soldati", per poi spezzare più tardi, a Cronstadt, l'insurrezione permanente. E "la terra ai contadini per socializzare,in seguito,tutta la terra.
  2. Ha creato anticipatamente (nel 1903) il partito unico, dandogli subito una forma rigorosa Dittatura assoluta del capo sul suo consiglio e dittatura assoluta del capo e dei suo consiglio sulla truppa. Sin dai primi giorni della rivoluzione non rimane che applicare la dittatura assoluta del partito sulla nazione. Da quel momento la piramide è perfetta e dal vertice dell'assolutismo digrada per tre livelli fino agii ultimi ranghi della nazione. 
  3. Ha ridotto al minimo l‘istanza plebiscitaria. Niente elezioni generali. Consigli di operai e di soldati nelle grandi città, penetrati dal partito bolscevico che vi mette a capo i propri esponenti per acclamazione. In seguitò avranno  luogo le elezioni, ma completamente truccate dalla dittatura del partito. Tutte le autorità del paese dipenderanno dal partito. 
  4. La dottrina dell'Internazionale è la dottrina del partito e dello Stato. Il Komintern sarà, nelle mani dell'egoismo nazionale russo, uno strumento d'imperialismo senza uguali, come non è mai stato nemmeno il papato nelle mani di una famiglia italiana.
    In Italia, in Germania, la ripetizione di queste caratteristiche ci appare monotona. E tuttavia l'ignoranza e l'oblio dei modelli l'hanno fatta apparire sorprendente. Ma ci sono alcune sfumature da segnalare.
Dapprima l'Italia.
pnf Anche Mussolini ha creato un partito unico e i rudimenti di una dottrina di Stato, ma nel mezzo del combattimento, che lo sospinge e lo obbliga a improvvisare come i Giacobini. Mentre Lenin ha potuto stabilire agevolmente, in un colpo solo,la sua tirannia sulla strada spianata dallo zarismo (Duma (6) rinviata, Zemstvos (7) poco solidi), Mussolini aveva davanti a sé un regime parlamentare esistente, anche se truccato. Non lo distruggerà che progressivamente.  Così come non si libererà che progressivamente della S.D.N. (8).
   Complessivamente le rotture di Mussolini sono state più lente e meno rigorose, meno definitive di quelle di Lenin - e anche di quelle Ci Hitler" Ritorneremo su questo punto. Notiamo subito che Mussolini non ha rotto con la religione come Lenin, né perseguitato la Chiesa come Hitler coi principi del liberalismo. Ha soppresso il Parlamento, ma ha creato la Camera delle Corporazioni, ii Gran Consiglio Fascista, ha mantenuto il Senato. Ha così assicurato
la possibilità del ritorno alla mediocre routine dei tempi normali in caso di scomparsa del suo insostituibile genio. La storia non produce spesso nello stesso luogo due uomini di genio uno dopo l'altro. Mussolini ha anche conservato una certa prudenza nello sdoppiamento del fascismo nazionale in universalismo di propaganda internazionale.
Rimane non meno vero che egli ha spinto il principio del partito unico verso le sue più terribili conseguenze, poliziesche, omologanti, meccanizzanti.
 hitler  Passiamo alla Germania.
   Hitler è stato molto più veloce e più forte di Mussolini. Effetto del temperamento tedesco, meno flessibile, più brutale del temperamento italiano, più amante delle conseguenze estreme, che si rivoltano, secondo una dialettica tragica,  contro il loro punto di partenza? Effetto della vicinanza con la Russia? C'è non poco di slavo nel tedesco e la pressione del vicino comunismo ha prodotto una reazione della stessa intensità c di carattere del tutto omologo.
   Hitler, a differenza di Mussolini, ha avuto tutta la libertà, come Lenin, di preparare i suoi strumenti: partito e metodo. Non ha soppresso il Parlamento, ma ne ha truccato I' elezione come hanno fatto Lenin e Stalin. Attualmente il sistema elettorale è lo stesso nei tre paesi totalitari: dei candidati proposti alla nazione dal partito unico al quale si può solamente dire: no. E sempre il vecchio principio giacobino: "Nessuna libertà ai nemici della Libertà". La Convenzione non fu eletta che da collegi elettorali rarefatti dalla paura, e durante il Terrore non vi siederanno in media che 200 o 300 rappresentanti su 750.
   Hitler è stato in tutto ai tre quarti delle estremità di Lenin e Stalin e questo lo ha portato più lontano di Mussolini. Il suo Fronte del Lavoro ha spezzato più irrimediabilmente la vita sindacale di quanto abbia fatto il corporativismo
di Mussolini. Ha imposto lo statalismo in modo più veloce e più forte in ogni settore. Ha quasi rotto i rapporti con le chiese. La sua polizia è stata più assoluta.
   Ciò che occorre soprattutto sottolineare è che la sua rivoluzione è stata operata con una specie di perfezione matematica. Dopo una maturazione di dieci anni, andando più veloce di Mussolini,.ha potuto essere più sicuro e più
puntuale. E possibile osservare qui l'effetto del concatenamento di antecedenti che cerco di evidenziare in questo articolo. Dai Giacobini ai Bolscevichi c'è già un gran progresso sulla via della rapidità e dell'efficacia; per certi aspetti
anche Mussolini approfitta della velocità acquisita, ma piuttosto per aumentare la sua flessibilità che la sua forza fragorosa; è Hitler che approfitta della messa a punto" Ritroviamo il modo di procedere documentato dei Tedeschi. In ogni caso si arriva alla perfezione del genere, al capolavoro; forse anche a quel carattere mostruoso delle opere d'arte ultime che annuncia una decadenza prossima. Ma sono forse sofisti quelli che vedono in Michelangelo  l'inizio della fine?
Dopo questo sguardo retrospettivo non sarà certo difficile comprendere come Hitler e Stalin si siano avvicinati e Mussolini non si sia separato in modo decisivo da Hitler quando quest'ultimo si è avvicinato a Stalin. Sarebbe comunque un errore credere che dal momento che i due regimi nazional-socialisti e quello comunista hanno interrotto in una certa misura la lotta tra le loro propagande, le loro immagini pubbliche possano fondersi o confondersi.
   I due regimi continueranno a distinguersi per effetto, oserei dire, di una identica proprietà: l'impermeabilità. Una impermeabilità garantita dal rigore dell'egoismo nazionale sul quale sono fondati e sulla feroce disciplina poliziesca che li corazza. Uno stato totalitario è altrettanto chiuso con i suoi amici che con i suoi nemici, per questo può più facilmente cambiare gli uni e gli altri. L'Italia può aprirsi e chiudersi due o tre volte di seguito all'influenza tedesca.
La Russia può fare altrettanto. Uno Stato totalitario è egoista e disponibile come un monarca disincantato del XVI secolo, come un Federico II o una Caterina II.
Possiamo spingere più lontano le nostre osservazioni. Non si possono comprendere delle somiglianze di struttura così precise se non attraverso somiglianze di principi. Scopriremo, in effetti, che l'identità del contenuto è comparabile a quella del contenente.
C'è, tutto sommato, la stessa filosofia, la stessa concezione della vita e del mondo, nei Giacobini, nei Bolscevichi, nei Fascisti e nei Nazisti.
1° Stessa fede, stesso fanatismo. Fede e fanatismo fondati sugli stessi postulati. Fede esclusivamente terrena, esclusivamente laica.
    Per i totalitari di oggi come per quelli del 1793 non può esserci altra fede che quella politica. La religione è relegata all'ultimo posto delle preoccupazioni umane, quando non è completamente esclusa. Hitler invoca un Dio altrettanto vago e altrettanto funzionale al suo progetto che quello di Robespierre. Stalin lo nega come hanno fatto certi giacobini estremisti. Mussolini tratta con molto  tatto la Chiesa cattolica come la trattava Napoleone.
    Fascisti e hitleriani credono, come i marxisti diventati staliniani, che tutta l’attività interiore ed esteriore dell’uomo debba essere impiegata per la sua salvezza terrena, per una costruzione sociale e politica. Il loro idealismo si manifesta solo nei prodighi sacrifici per la conquista del regno terreno.
Di conseguenza il loro atteggiamento è altrettanto diffidente nei confronti di ogni religione costituita, di ogni Chiesa. Essi ne temono e detestano gli appelli verso l’aldilà, la pretesa di contestare allo stato la presa sulle coscienze, l'offerta d'altre forme di dedizione oltre a quelle dovute allo Stato.
    In definitiva, si può constatare che il fascismo (nonostante il suo desiderio di conservare i vantaggi che assicura a ogni potere italiano l'aspetto italiano della Santa Sede) e l'hitlerismo  (nonostante la velleità, che fu forse passeggera, di distinguersi sotto questo aspetto dallo stalinismo) sono nelle loro tendenze profonde e nei loro fini ultimi laici, anticlericali, anti-cristiani, atei come lo stalinismo e come un tempo il giacobinismo.
   E di fronte alle loro recenti imprese si può constatare che l'umanità si trova molto vicina a una situazione che forse non ha mai conosciuto prima.
    Prendiamo l’Antichità. Non parlo dell’Antichità primitiva della quale gli scienziati cominciano  ad avere una conoscenza molto profonda ma che non hanno ancora saputo divulgare né presso il pubblico comune né presso l'élite letterata. In questa antichità primitiva, la religione è la vita stessa, ogni atto umano è un atto religioso. Prendiamo l'Antichità classica. Contrariamente a quanto ripetono gli ignoranti, non c'era fusione completa tra Stato e Spirito. Dapprima la religione, non essendo codificata e concentrata in Chiese perfettamente delimitate, sfuggiva per la sua fluidità alle prese dello Stato. C'erano cento religioni e nessuna Chiesa. Tutto era dinamico: dogmi, riti, clero. Al di là di  certi elementi di una religione di Stato, a Roma pullulavano religioni nazionali, o che avrebbero
dovuto essere nazionali, più o meno adattate le une alle altre, più o meno mescolate, e c’erano le sette, allo stesso tempo conosciute e segrete, le religioni del mistero. L’umanità dell’Impero aveva dunque una certa facoltà di equilibrio tra va religiosi. Essa poteva difendersi con gli uni contro gli altri e con questi contro quelli. Questo è ancora più evidente nel Medio Evo, durante il quale i popoli d'Europa beneficiarono dell'impotenza di ciascun concorrente - il Papato e I 'Impero - ad assorbire l'altro. Contro I 'ombra dell’uno si poteva trovare rifugio nell'ombra dell'altro.    Naturalmente c'è l'esempio del Basso Impero, la teocrazia della Roma del IV secolo, che è a continuata a Bisanzio per mille anni.
2° Tutti questi sistemi, avendo divelto il parapetto della religione o, in mancanza di essa, della filosofia indipendente dalla religione, vengono trascinati verso la stessa discesa vertiginosa lungo la china dell'immoralità. Non riconoscendo dei limiti extra-umani, in essi l'umano si disgrega rapidamente. perché l’umano non è umano che quando è legato al divino; separato dal divino ridiscende, verso l’animale, al quale si era sottratto sollevandosi al di sopra di se stesso e ponendo al di là della propria portata gli ingranaggi più delicati e più necessari della sua attività.
Alla prima applicazione, la morale dei Giacobini si mostra terribilmente pragmatica. Appena giunti al potere non disdegnano l'uso di ogni astuzia e violenza dell'ancien régime, abbandonando quella condizione d'animo che precedentemente garantiva la presenza di certi principi - spesso violati ma mai negati. Fu così che subito dopo avere dichiarato la pace al  mondo i Giacobini gli dichiareranno guerra e per ventitré anni calpesteranno senza vergogna tutti i popoli dell'Europa col pretesto di portare loro un migliore sistema filosofico, politico e sociale.
     Il decadimento della morale libera in pragmatismo e del pragmatismo in cinismo è ancora più rapido per i Russi, i Tedeschi e gli Italiani di oggi che per i Francesi di ieri. Tutte le alleanze sono buone e così tutte le rotture. L'amico di oggi sarà il nemico di domani, e il nemico di domani sarà l'amico di dopodomani.
   E stupefacente vedere, d'altro canto, come Federico II, che attinge la sua filosofia alle stesse sorgenti dei Giacobini, si mostri loro precursore nell'azione risoluta. E col cinismo di un Federico II che la Convenzione sfrutta le brame prussiane sulla Polonia per firmare la pace con il successore cli Federico nel 1795. E con lo stesso cinismo che essa prolunga la sua occupazione delle province renane, dei Paesi Bassi e dell'Italia.
   Bonaparte non dovette aggiungere niente all'insegnamento ricevuto da Federico, dalla Convenzione e dal Direttorio. Ma egli giunse a scandalizzare il rappresentante accanto a lui dell'Ancien. Régime, Talleyrand, il quale era sì un perfetto cinico in tutto, ma aveva conservato della vecchia Europa il senso della moderazione, senso al quale, dopo tutto, anche Federico II si piegherà verso la fine, come avrebbe voluto fare Luigi XIV.
   Dal primo momento Lenin mostra la misura del suo machiavellismo, erede dei Giacobini, firmando Brest-Litovsk e poi gettandosi sulla Polonia.
   Rapallo non fu che una conferma di una condizione di spirito già bene indicata. E il patto di questi tempi (9) non è che una prova in più quasi superflua.
   Allo stesso modo Mussolini si affretta, poco dopo il suo avvento, ad intendersi coni Sovietici.
   Ne va della politica interna come di quella estera. I Giacobini non hanno mai conosciuto altro punto di vista che quello della polizia più segreta e più brutale, e Fouché ha consegnato a Napoleone uno strumento pronto all'uso. Tchéka o Guépéou, Gestapo o Ovra non hanno fatto altro che riutilizzare la ricetta messa a punto da Fouché, ripresa sotto il secondo Impero.
  3° Se la morale politica è la stessa, i risultati sociali sono identici. Vige sempre e dappertutto la stessa omologazione. Se i Giacobini hanno distrutto l'aristocrazia, i bolscevichi hanno fatto di meglio, e Hitler e Mussolini non si preoccupano tanto delle macerie che hanno trovato e che hanno potuto utilizzare per arrivare al potere.
   Oggi in Germania e in Italia, come in Francia ai tempi del terrore, si è trovato il pretesto dell'economia di guerra, sorella inevitabile dell'economia rivoluzionaria, per abolire i beni accumulati col lavoro o ereditati.
   Si distrugge così, con ii peggio del capitalismo, anche il residuo meno malvagio dell'economia patriarcale, che sosteneva le possibilità della cultura e dell'indipendenza dello spirito.
Allo stesso modo è annientata ogni economia delle istituzioni spirituali (chiese, università, accademie, ecc.). Così si arriva alla distruzione di ogni élite particolare.
   Non ci sono più risorse per lo spirito che in un conformismo assoluto.
   Resta da sapere se tutto questo non sia inevitabile... Proferire queste parole significa indicare l'ipotesi della decadenza dell'Europa,
ipotesi che non può apparire in un così breve scritto che come sfondo.
   Se i Francesi prendessero coscienza di questo insieme di fatti, per quanto tardi sia, non potrebbero vivificare le loro riflessioni in modo  decisivo?
Bisogna prendere atto della divisione dei Francesi, che si raggruppano in obbedienze diverse: Action Francaise, repubblicanismo nazionale, repubblicanismo radicale, socialismo e ... comunismo.
   È certo che i maurrassiani non possano essere stupiti dalla tesi qui presentata sulla filiazione giacobina del fascismo. Essa è inclusa in tutti gli insegnamenti di M. Charles Maurras. Credo che non l'abbia mai espressa in una forma  altrettanto rigorosa per due ragioni La prima è che con molta prudenza e precisione egli ha sempre voluto conservare un'attenzione particolare agli elementi che nel fascismo italiano potevano andare in una direzione diversa da quella dell'eccesso giacobino" Maurras non è certo stato I' ultimo a percepire quel che c'era di maurrassiano o di consanguineo al maurrassianesimo in certi affluenti del fascismo.
Ai primi fascisti violenti, nati nelle strade, si erano uniti dei monarchici nazionalisti dell'Idea Nazionale, la cui parentela con I'Action Francaise era evidente. A causa di tutto questo Maurras non ha mai potuto o voluto riconoscere l'importanza della filiazione diretta tra istituzioni giacobine e istituzioni fasciste, che io qui sottolineo, e la violenza di rottura che essa genera. D'altra parte nell'hitlerismo, M. Maurras non individua che tratti decisamente tedeschi.
Ma non attribuisce egli forse una origine tedesca al giacobinismo, al totalitarismo francese?
Maurras è solito risalire alla Riforma per mostrare la genealogia dall'89 al '93' Se io volessi seguirlo dovrei constatare che nell'eredità che i Nazisti hanno inconsciamente ricevuto dai Giacobini essi non hanno fatto altro che ritrovare ciò che era loro proprio.
In ogni caso la prudenza del tradizionalista Maurras nella considerazione del regime rivoluzionario italiano si fonda su fini osservazioni che hanno il loro peso. Io stesso ho sottolineato poco fa le differenze di grado tra il metodo di Mussolini e quello di Hitler. Potrei insistervi più lungamente e mostrare tutto ciò che separa i due regimi. Credo che una sintesi brutale come quella che ho qui costruito sia necessaria per aprire le menti, ma essa può essere utile solo se sorretta e corretta dall'analisi. Per cominciare non bisogna dimenticare il fatto irriducibile della vita, che sulla stessa linea crea unità perfettamente autonome; sullo stesso ramo ogni fiore è indicibilmente particolare. E certo che l'Italia fascista, con la sua struttura corporativa precisamente e finemente determinata, la sua organizzazione politica che non esclude al disotto e attorno al dittatore temporaneo dello Stato diverse istituzioni di appoggio e di garanzia nell'avvicendamento al potere: la Corona per cominciare, il Senato e il Grande Consiglio Fascista, mostrano una solidità di struttura costituzionale e istituzionale che non può che ritardare, smorzare o correggere gli impulsi rivoluzionari dai quali, per altro, essa è animata e virilizzata. E poi c'è il genio italiano. Tutto questo distingue nettamente il totalitarismo 50 fascista da quello nazional-socialista. Anche tra quest'ultimo e quello comunista c'è, ad una scala inferiore, una soluzione di continuità che concerne la persistenza di una forza tradizionale dal lato tedesco. Non è un  aspetto di poco conto che Hitler non abbia fatto tabula rasa in un solo colpo, come i Bolscevichi o i Giacobini. Per ritornare alla sezione maurrassiana dell'opinione pubblica francese, dobbiamo ancora domandarci a cosa valgano le deduzioni per l'avvenire a partire dalle presenti constatazioni.  Maurras conta sull'Italia e soprattutto sulla vittoria franco-inglese per riportare la Germania alla misura. Egli vuole dividere la Germania in più Germanie e poi, come nell'Austria ristabilita alla testa del suo vecchio impero danubiano, fare rivivere le forze tradizionali, monarchiche, aristocratiche che egli pensa dovrebbero essere, là come da noi, generatrici di saggezza e di pace. Ci si domanda se queste vedute non siano vanificate anticipatamente dal corso degli avvenimenti europei.  I democratici francesi, siano essi nazionalisti o radicali o socialisti, dovrebbero certo rivedere completamente i loro punti di vista sulla realtà e l'attualità dell'Europa.
   Senza questo cambiamento essi sono condannati, oggi come ieri, a non comprendere gli avvenimenti che si svolgono in Europa e nei mondo dopo l'Ottobre 1917. Se essi si accorgessero della filiazione mostrata, sarebbero meno portati ad attribuire un carattere accidentale a ogni nuova manifestazione dell'attività totalitaria in Europa. Cos'è un accidente che dura più  di venti anni, che dura un quarto di secolo, e che si rinnova in paesi diversi? I nostri democratici, che da venti anni tutte le mattine sperano di sbarazzarsi del totalitarismo contando sul trapasso fortuito di Mussolini o di Hitler, ci fanno pensare a quei sostenitori dell'Ancien Régime che hanno atteso tutti i giorni per un secolo o due I' evaporazione dell'incubo dell'89 e che, ancora oggi, parlano dell'89 come di una malattia. Cos'è una malattia che festeggia il suo cento cinquantenario, che si confonde con la vita di un popolo? Tutto ciò ci ricorda quell'adagio della medicina che afferma: "la malattia è lo stato stesso della vita".
   Tuttavia non mancheremo di pensare che uno Stato politico durato centocinquanta anni (a dispetto delle interruzioni e delle alterazioni) deve ben essere pronto a rinnovarsi. Né nell'antichità  né nei tempi moderni una forma politica è durata più a lungo senza subire qualche metamorfosi. Se per il fatto stesso che è stata, questa forma lascerà delle tracce nelle forme che le succederanno, è non di meno vero che essa cederà loro il passo.
   Riportiamo queste conclusioni sull'ancor giovane totalitarismo. La morte di tal dittatore o la disfatta militare o politica del tal altro non aboliranno le cause che ne hanno prodotto una serie. Se queste cause non vengono rintracciate, il fenomeno sussisterà e minaccerà di riapparire. La dittatura è in questo momento in Europa e in tutto il mondo un'idra a cento teste. Queste cause i democratici le conoscono be ne, una a una e nei loro particolari. Le hanno denunciate una dopo I 'altra muovendosi a caso; ma essi non hanno mai saputo concepirle nel loro insieme, né soprattutto concepire e mettere in azione il trattamento di insieme che metterebbe loro fine.
   Mostrando la filiazione dei totalitarismi attuali dal vecchio totalitarismo giacobino, ne ho mostrato le radici morali e filosofiche profonde.
    Sono fermamente persuaso della necessità di rivedere tutto ciò che sussiste nello spirito europeo delle idee del XVIII secolo, divenute pregiudizi, per modificare e venire a capo del fato che ci incalza. Ancora una volta i totalitarismi contemporanei hanno preteso, l'uno, il rosso, superare, gli altri, il bruno e il nero, distruggere I' eredità del XVIII secolo – razionalismo superficiale, sentimentalismo facile che sfocia in un culto della memoria (10) romantico; ma ad una osservazione attenta ci rendiamo conto che queste pretese sono infondate.
   Del resto, a queste cause, queste circostanze morali che hanno cominciato ad agire alla fine del XVIII secolo in Francia, si sono aggiunte altre cause, altre circostanze. Per rimanere fedeli al nostro soggetto non possiamo che indicarle prima di terminare.
    Cause economiche... No, il termine è troppo ristretto, e molto pericoloso per la sua ristrettezza. Struttura dell'Europa. L'Europa non può più vivere secondo la vecchia struttura delle nazioni.
   Il Trattato di Versailles ha messo in movimento due principi contraddittori: il principio delle nazionalità spinto alle sue estreme conseguenze nel diritto dei popoli a disporre di loro stessi. Esso ha sacrificato tutto al diritto della lingua, senza tenere conto delle necessità che discendono dai luoghi e dai beni, vale a dire della geografia e della economia.
    D'altra parte esso ha proposto dall'alto il principio della Società delie Nazioni, sorta di abbozzo teorico senile che rispecchia le forme democratiche quali sono ancora conosciute in Francia e in Inghilterra. E questo principio si trovava in contraddizione latente con il primo. Coloro che hanno posto a Ginevra il principio dell'unione europea insieme al principio delle nazionalità presentivano, attraverso le categorie invecchiate del loro intelletto razionalista e
democratico, la necessità di risolvere una organizzazione autarchica inglobante non solamente l'Europa, ma anche l'Africa e il vicino Oriente - i problemi fondamentali delle materie prime e della disoccupazione.
   Ma non si risolvono grandi e nuovi problemi materiali senza rinnovare lo spirito. Non si (parola mancante) Ginevra con quello che è stato Io spirito di Ginevra. Non si rimedierà ai mali generati dalla filiazione giacobina restando prigionieri dei principi giacobini, da noi completamente degenerati.
Pierre Drieu La Rochelle

Note:
1) A Brest.-Litovsk il 3 marzo 1918 fu firmato il trattato di Pace con il quale la Russia chiuse la sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, rinunciando a Lavonia, Curlandia, Lituania, Estonia e Polonia e riconoscendo Finlandia e Ucraina come stati autonomi (N.d.C.)
2) A Rapallo fu sottoscritto il patto russo-tedesco del 1922, patto comprendente la rinuncia alle riparazioni di guerra e la ripresa delle relazioni diplomatiche. (N.d.C.)
3) Vladimir Ilic Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo (1920), in Opere complete, Editori Riuniti., Roma, 1971 (N.d.C.).
4) Vladimir Ilic Lenin, Stato e rivoluzione, (1917) Editori Riuniti, Roma 1970,
5) La Nuova politica Economica  voluta da Lenin per L’Unione Sovietica.
6) La Duma è il parlamento russo. [N.d.C.]
7)Creato nel 1864 dallo zar Alessandro II, L'istituto dello Zèmstvo era un'assemblea elettiva distrettuale che si occupava dell'amministrazione locale e della riscossione delle imposte. [N.d.C.]
8) Società delle Nazioni, organismo antesignano delle attuali Nazioni Unite. [N.d.C.l
9) Drieu La Rochelle si riferisce qui al patto di non aggressione tedesco-sovietico, detto patto Ribbentrop-Molotov,
firmato il 27 agosto 1939 dai due ministri degli esteri di Germania e Unione Sovietica. [N.d.C.]
10) L'espressione "culto della memoria" traduce il neologismo francese mémoralisme.[N.d.T.]

Testo Scannerizzato dal Testo: Pierre Drieu La Rochelle. Le radici Giacobine dei Tolitarismi, Bolscevismo, Nazismo e fascismo, a cura di Calogero Lo Re, Tabula Fati Edizioni.

domenica 1 giugno 2014

Rivalutazioni fraudolente, falsificazione dei bilanci, occulto contabile

Ormai, di fronte alla lapalissiana indifferenza del popolo bue, i Banchieri hanno le mani completamente libere per fare ciò che più gli aggrada, senza che nessuno osi proferir parola alcuna. 
Chi ha seguito i miei Web-logs sa che, viceversa, tutto è stato registrato prontamente, senza acribia, ma col solo scopo di far luce in una materia che, viceversa, risulta assai oscura. 

L'unico che ha messo il dito nella piaga è stato - come sempre - l'ottimo Marco Saba che è intervenuto persino presso l'assemblea dei soci Unicredit. Qui, di seguito, lo si può vedere mentre illustra il suo intervento alla trasmissione televisiva su LA7, "la Gabbia".




Ora, senza operare digressioni sul Signoraggio e la Banca d'Italia, che porterebbero il nostro discorso molto più avanti, perdendo però il nucleo centrale del discorso, possiamo dire, senza tema di smentita, che la Rivalutazione delle Quote della Banca d'Italia, appare come il palesamento parziale di una grandissima frode che prima era solo occulta. D'altro canto, questa frode è stata dichiarata tale anche da economisti e giornalisti di settore del tutto avversi alle teorie auritiane sul Signoraggio. Solo chi è "più realista del Re" può avvalorare una simile truffa. Ma, bando alle ciance, e veniamo ai fatti. 
Se andiamo a spulciare nei bilanci (falsi), troviamo che i partecipanti al capitale della Banca d'Italia (che sono Società PRIVATE!) hanno dei ricavi annuali. 
Fino all'anno scorso, ossia fino al bilancio relativo al 2012, i ricavi scaturivano da un calcolo assai complesso legato alle riserve. Ufficialmente,  questi ricavi si aggiravano a più di 70 milioni di € l'anno. In realtà essi possono variare e superare quella cifra.
Con la recente riforma dello Statuto e la sua truffaldina rivalutazione (lo ricordiamo la BANCA d'Italia dovrebbe essere degli italiani non delle Banche private!) è stato stabilito che i partecipanti, oltre a poter detenere quote non superiori al 3% del totale, possano godere al massimo del 6% del capitale! La Misura ha così aperto ad una parziale ufficializzazione dei proventi, suscitando altri dubbi nei benpensanti dell'economia attuale. 

In pratica ha scritto: state tranquilli, continuerete ad avere la vostra parte!

Il 30 maggio u.s. è uscita la relazione annuale della Banca d'Italia, a pagina 300 la quota "girata" ai quotisti (che sono dunque azionisti) è di ben 380 milioni di euro.. Non vi è alcuna equivalenza tra i flussi complessivi di dividendi calcolati con i criteri pre e post riforma!   Un aumento legale assai cospicuo che non va nella direzione auspicata di un Ente di diritto Pubblico ma che invece dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, che la Banca D'Italia non è un Istituto di Diritto Pubblico, ma un Ente Privato! 

Il fatto che i proventi dei partecipanti che prima detenevano le quote di capitale più grandi sono inferiori a prima, è un mascheramento. Infatti,  si tratta di un patto scellerato tra Stato e banche che si tradurrà in un ricavo

 Nel testo fraudolento attraverso  cui il Governatore  ha presentato la relazione annuale si legge:

 "I risultati dell’esercizio 2013 consentono di sottoporre all’Assemblea una proposta di ripartizione degli utili che, in aggiunta agli accantonamenti al fondo rischi generali, prospetta congrue assegnazioni alle riserve a fronte dei rischi connessi con la crisi".  

Ignazio Visco ha trovato così quella che a Napoli chiamano  "pezza a colore"!

Il Governatore dovrà spiegarsi meglio per giustificare la sua condotta  inadeguata al fine di giustificare l'aumento netto del 550% dei dividendi..
In fin dei conti sarà sempre la Banca Centrale ad avere l'ultima parola sui ricavi da distribuire! In ultima analisi l'ultima parola spetta al Governatore della Banca Centrale, vero e proprio deus ex machina, che deciderà quanto versare agli Istituti di Credito soci della Banca.
Per questo è oppurtuno rimuovere ogni dualismo e assommare i poteri di emissione in capo allo Stato, estromettendo i soci privati dalla gestione della politica monetaria.

sabato 31 maggio 2014

mercoledì 28 maggio 2014

La politica odierna nel flusso caotico della realtà

Franz Sedlacek Werk und leben (1891-1945) 1

Interrompo momentaneamente la stesura della seconda parte del post sul Tramonto dell'Occidente per fare il punto della situazione, prescindendo dai soliti discorsi triti e ritriti, ripensando il tutto in altra chiave... l'ambizione è quella di portare il discorso altrove, uscendo dagli angusti ambiti della politica politicante, per approdare nel porto della Metapolitica. Occorre dunque dedicare una riflessione profonda su tutto il dominio della conoscenza e del sapere.
   
 ***

Durante questi anni  ho annotato - col rischio di ripetermi e apparire noioso - come possa essere difficile il solo pensare la politica. E, nello specifico, faccio osservare che la “politica” attuale non è frutto del caso. Si segue pur sempre un percorso, forse meno ortodosso e più aperto a varie possibilità, che si traducono, all'atto pratico, in una serie di mosse e contromosse, in una sorta di avvicendamento probabilistico. Chi segue tale strategia è fortemente persuaso di poter riprodurre la realtà, sia pure solo per punti, seguendo uno schema, per poi fissarne la trama. Crede d’essere capace d’attribuire ai punti nodali di tale trama una posizione se non  precisa, almeno abbastanza affidabile; facendo finta di seguire le elucubrazioni di quei politologi molto in voga, ma evitando di meditare a fondo come farebbe un vero sapiente. Costoro a sproposito citano l’indeterminazione della teoria quantistica, secondo cui l’osservatore influisce sull’oggetto osservato appunto osservandolo. Un'osservazione giusta nella sua essenzialità, ma che però non si ha la capacità di metterla in pratica.
Gli uomini hanno - per troppo tempo - avuto la presunzione (illudendosi) d’essere gli unici artefici del proprio destino, ragion per cui, se ad un certo punto si presentano eventi inattesi, non previsti, diventano superstiziosi, fanno appello al caso e persino alla sfortuna, cercando ogni appiglio per cercare di dare una risposta al loro smarrimento.  Si richiamano, cioè, a qualunque cosa possa scagionarli, anche se ciò veste i panni della logica-raziocinante. Essi sono invece artefici di un ben altro procedimento... E' un procedimento "occulto", che non è dato conoscere ai "più".
La “realtà” è da pensarsi (solo da pensarsi senza pretesa di attingerla nella sua “verità”) quale flusso informe, caotico, squilibrante. Non possiamo muoverci in essa, seguendo le norme precise della razionalità... sarebbe fin troppo facile! Dobbiamo invece saperci immergere "consapevolmente" in questo flusso attraverso  una superiore  “intuizione”, un'intuizione che gli antichi avrebbero chiamato "super-individuale".  Per questo, una volta, i saggi si ritiravano negli eremi a meditare... abbandonando gli altri esseri umani inconsapevoli che disturbavano la loro meditazione.
Oggi, viceversa, assai più prosaicamente, la nostra mente fissa dei campi di stabilità,  in modo tale da potersi muovere come se si dovesse seguire una mappa. Costruiamo la loro dinamica di mutamento attraverso un procedimento cinematico, ossia, in parole povere, come avviene nei film. Una serie di fotogrammi sempre più ravvicinati fra loro fanno si che dalle immagini statiche si arrivi a quelle in movimento. Oggi poi, con le tecniche sofisticate digitali si arriva ad una definizione fantascientifica! Il tutto ci fa sentire dei padri eterni, delle persone di altissimo livello, consapevoli ed informate.  Ecco perché, poi, si corre ad acquistare l'apparecchio  di ultimissima generazione,  quello che, per intenderci, è sempre più dotato di “esatta riproduzione della realtà” per punti, per pixel! Questa sarebbe la realtà: i rapporti tra i punti e le parti da essi configurate vengono riprodotti in formule, grafici, ecc. E noi siamo contenti, fieri di tanto sviluppo,  il futuro ci appare ormai chiaro, senza misteri.
Poi, appena accade qualcosa di imprevisto, entriamo in una fase angosciosa e ci facciamo prendere dal panico. Appunto: o siamo puniti per i nostri gravi peccati, oppure sorge il sospetto che qualcosa sia sfuggito alla riproduzione di quella “realtà”. Magari si pensa di migliorare ulteriormente la “fotografia”; e per quanto riguarda la  dinamica evolutiva, ci si sforza di rilevare i punti successivi (di quella che è in effetti una cinematica) eliminando il più possibile gli spazi (e i tempi) vuoti tra l’uno e l’altro. Alla fine pensiamo di poterci rilassare; tutto andrà bene. Eppure continuano a prodursi eventi “strani”, assolutamente inattesi. Perché?
Fin quando, nella successione degli eventi in una determinata fase storica, agisce una forza decisamente prevalente (ad es. una potenza predominante in quel contesto spaziale), si ha l’impressione che l’evoluzione di una data formazione sociale sia abbastanza (mai completamente) determinata dall’agire di quel “soggetto”, il quale fissa sempre i suoi campi di stabilità per agire, ma sembra in effetti che questi corrispondano alla “realtà” di quell’epoca storica. Ad un certo punto, si notano discrepanze,  eventi “fortuiti”; osservando meglio la situazione, si vede che stanno emergendo altre forze, con altri campi di stabilità e altre azioni, altre sequenze di mosse, onde muoversi in quello stesso contesto. E malgrado si cianci della necessità di collaborare tutti insieme, sempre più si verificano situazioni in cui ci si deve guardare in cagnesco: la sensazione di ogni “soggetto” è che qualcun altro stia barando, voglia raggirarci per poi meglio annientarci! Ogni “soggetto” (ogni nuova forza in crescita) la pensa così.
In realtà, l’emergere di più forze ha soltanto posto in chiara evidenza, e lo andrà ormai ponendo sempre più in luce, che il campo (o i vari campi) di stabilità – fissato(i) mediante teorie via via più “raffinate” in strumentazione analitica impiegata e perfino supportate da accurate “ricerche (statistiche) sul campo” – ha presunto di immobilizzare il continuo flusso squilibrante, disordinato, che è in realtà irriproducibile tramite il pensiero detto logico (che sia deterministico o probabilistico non ha alcuna importanza). E’ questo flusso a mettere infine in crisi i campi di stabilità dei vari “soggetti”, la cui unica funzione, quando vanno moltiplicandosi, è quella di far risaltare che il flusso in questione non si acquieterà mai. E saremo sempre costretti, di periodo in periodo, di fase in fase, di epoca in epoca, ad attraversare quelle che avvertiamo sovente come tragedie.
Tuttavia, non vogliamo accettare questa “realtà”, vogliamo pensare che essa sia frutto delle nostre azioni. Alcuni credono che basterebbe cooperare o addirittura volersi bene, riscoprire l’“umanità” dei buoni sentimenti; realmente esistenti, sia chiaro, giacché non sono sempre ipocrisia e finzione di “soggetti” malintenzionati. Tuttavia, fanno quasi più danni gli “amorevoli” in buona fede degli altri, perché sono i più tetragoni e testardi nel non voler riconoscere che “qualcosa” deteriora oggettivamente i rapporti tra individui e gruppi sociali e spinge necessariamente a dover affrontare un conflitto talvolta assai drammatico ma non per questo evitabile. Gli ipocriti non capiscono da dove derivi il deteriorarsi dei presunti “equilibri”: non hanno consapevolezza del flusso squilibrante e informe, pensano ancora alla possibilità di stabilizzare dei campi attraverso il rafforzamento loro e l’indebolimento dell’avversario (trattato a volte da cooperante o alleato soltanto per raggirarlo e/o sottometterlo). Quelli in buona fede semplicemente non capiscono più nulla, continuano a credere all’esistenza del vecchio campo di stabilità con il suo equilibrio ormai sballato da un pezzo; e provocano così ritardi con guasti inenarrabili e accentuano i peggiori aspetti della tragedia quando essa arriva.
Ci sono però anche altri “soggetti” che inseguono scopi diversi, che afferrano in parte l’inevitabilità del conflitto. Tuttavia, anch’essi non hanno consapevolezza del flusso squilibrante che sempre ci porrà alla fine – coadiuvato dalla formazione di più campi di stabilità formulati da forze contrastanti – in conflitto insanabile. Costoro sono invece convinti che il conflitto dipenda esclusivamente dal fatto che un gruppo sociale (minoritario) ha preso la predominanza nella società e schiaccia la maggioranza; quando questa si ribellerà, si potrà giungere alla pace e alla risoluzione di tutti problemi.. La rivoluzione francese fallì e non si conseguì la  “liberté, égalité, fraternité”. Tuttavia essa produsse cambiamenti storici che poi si riverseranno nei secoli a venire. Lo stesso dicasi per la la “Dittatura del proletariato”, contro coloro che si sono impossessati del controllo dei mezzi di produzione, sempre si pensa di riuscire a dare infine vita alla società degli eguali privi di contrasti fondamentali fra loro. E invece, al termine della rivoluzione francese, come di quella sovietica, ci si è trovati con nuovi gruppi dominanti. Nell’Urss perdurò, anche dopo la seconda guerra mondiale, la “falsa coscienza” di essere sulla via giusta, ossia di star perseguendo il sol dell’avvenire; si continuò a credere (illudendosi) che la via maestra fosse quella della statalizzazione dei mezzi di produzione, attraverso la pianificazione centralizzata da parte dello Stato, che non fu comunista, ma assolutista, spacciando una menzogna colossale secondo cui vi fosse lo “Stato di tutto il popolo”. Fallita miseramente questa  esperienza si cerco di ripiegare sul cosiddetto “socialismo di mercato” che rappresentò – a tutti gli effetti -  un vero è proprio ossimoro. Gli ultimi furono i cinesi. Ma anche loro, se ne stanno allontanando. C’è chi grida allora al tradimento degli ideali rivoluzionari, chi inveisce contro una maligna natura umana, chi insiste nel credere che il nuovo gruppo dominante sia solo un’avanguardia in grado di portare tutti all’eguaglianza tramite adeguato sviluppo; e altre illusioni che nemmeno elenco tanto sono numerose e piene di sfaccettature diverse.
I delusi dell’esperienza comunista, però, non si rassegnano e, benché numericamente ininfluenti continuano a predicare il “verbo” degli “antichi padri”, quasi si trattasse di una religione. E, proseguendo su questo cammino, vediamo teorie scientifiche ridotte a immutabili principi dottrinali, predicati da preti in camicia rossa, facenti parte di gruppuscoli in continua scissione fra loro, per questo sempre più rissosi e rancorosi, diventando, perciò inconsapevoli sacerdoti di  autentiche religioni ateistiche, prive di un‘entità sovrannaturale, ma non per questo meno rigide e  profondamente settarie.
D’altra parte, i dominanti, nell’atto di esercitare il loro dominio, si rivelano assai arguti ed oltremodo agili, al contrario di questi inutili sacerdoti, ormai ossificati nelle loro stanche ed inutili liturgie.
Il gruppo detto dominante è semplicemente quello che andrà formulando un nuovo campo disabilità, temporaneamente adeguato dopo il tracollo del vecchio; e dunque fisserà una pausa, un “attimo di respiro non affannoso” ad esseri umani immersi nel flusso squilibrante, che prima o poi logorerà anche “quella novità”. Intanto, però, una pausa ci vuole, non si può agire senza un campo di stabilità. Ecco perché al “giacobinismo” – il momento più emozionante e teso del rivoluzionamento del vecchio campo di stabilità, in cui fioriscono comunque alti ideali e idee nuove, ecc. – segue il “termidoro”, che cerca di stabilizzare nuovamente il campo. Sembra si torni indietro, ma alla fine, pur nello spegnimento degli entusiasmi e nel venire a galla degli ipocriti e mentitori, si stabilizza nei fatti un nuovo (solo apparente) equilibrio.
Purtroppo le cose non vanno in questo modo, ma lo si crede e si ricomincia ad agire in un apparente campo disabilità, che comunque presenta chiare novità rispetto al precedente. E nulla esclude che tali nuovi caratteri possano essere ragionevolmente considerati migliori di quelli vecchi. L’importante è capire che il flusso continua a scorrere e prepara altre fasi, altre epoche. E il pensiero umano sarà sempre in ritardo nel cercare nuovi campi di stabilità quando i vecchi sono logori. Questa è la ristrettezza dei tempi odierni. Non sappiamo come pensare il nuovo. E, come la Coutume di Parigi aveva detto: "le mort saisit le vifson hoir plus proche et habile à suceéder"
© ♚Pierre

martedì 13 maggio 2014

Dies nefasti

Premessa

A distanza di quarant’anni dal mefitico referendum sul Divorzio occorre – al di là di ogni inutile trionfalismo e di ogni becera ricostruzione di parte – dire le cose così come stanno, pur inquadrandole in un’ottica che prescinda dalle solite tesi politicamente corrette.

Il Leader storico del Partito Radicale, Marco Pannella

Il divorzio  è arrivato così alla fatidica soglia degli “anta”… con poche critiche e molti elogi. La famigerata Legge Fortuna-Baslini (dal nome dei deputati Loris Fortuna, socialista, e Antonio Baslini liberale, primi firmatari delle proposte poi abbinate nel corso dell’iter parlamentare) non fu abrogata, così come avrebbe voluto Amintore Fanfani. Si erano espressi a favore dell’abrogazione: la Democrazia cristiana, il Movimento Sociale Italiano, il Südtiroler Volkspartei e il Partito democratico italiano di Unità Monarchica; contro: socialisti, comunisti, repubblicani, liberali e radicali.
Il referendum, fortemente osteggiato dalla stampa e dalla cultura “progressista” naufragò miseramente. Votò a favore dell’abrogazione della legge il 40,7 per cento dei votanti, mentre votò contro l’abrogazione del divorzio il 59,2 per cento degli elettori.
A nulla valse l’accorato appello di Paolo Vi ai fedeli
Alle urne si recarono oltre 33 milioni di persone (su 37) aventi diritto.  I “no” (19 milioni 138mila 300)si tradussero in una conferma della Legge approvata alla Camera il 1 dicembre del 1970.
Chi volesse leggere un commento sui dati che confermano, in modo inequivocabile, il  nesso diretto tra l’introduzione del divorzio legale e la degenerescenza dell’Istituto Matrimoniale, può andare sul sito de il Foglio e leggere l’articolo di Riccardo Volpi.   
In questo post, mi occuperò, invece degli aspetti reconditi ed occulti che tale legge comportò.
Anzitutto giova ricordare agli smemorati e agli uomini di poca fede cosa veramente rappresenta il matrimonio cristiano.

 

L’importanza dell’Istituto matrimoniale: la sua sacralità

L’istituto matrimoniale devesi considerare sotto un duplice aspetto: naturale  e sacramentale.
Cristo – Restauratore per antonomasia di tutte le cose che sono in cielo e terra ( Ef, I, 10) – elevò il matrimonio tra i battezzati, da semplice contratto naturale (e quindi governato soltanto dal diritto naturale), a Sacramento, fondendo in uno solo entrambi gli aspetti dell’Istituto, divenuti, perciò stesso inseparabili!
Il matrimonio tra cristiani, dunque, è uno dei SETTE SACRAMENTI; e dall’essere questo sacramento lo stesso negozio naturale elevato all’ordine sovrannaturale (si parla in tal caso di Contractus supernaturalis) discendono i seguenti principi:
  1. potere di regolare il matrimonio, di dichiarare e stabilire gli impedimenti, di decidere circa la sua validità, di stabilirne le conseguenze ( che non siano meramente civili,) dev’essere riconosciiuto  esclusivamente alla Chiesa, UNICA COMPETENTE, per DIRITTO DIVINO, circa la materie sacramentale;
  2. che esso matrimonio può essere posto in essere che mercè il consenso dei contraenti, che “nulla humana postetare suppleri valet". Il "mutuus consensus per verba de praesenti expressus" è dunque la "causa efficiens" del matrimonio : e “ministri” di questo sacramento non possono perciò ritenersi che gli stessi sposi, le cui volontà consensienti si dirigono appunto a porre in essere il contratto (animus contraentis obbligationis) , e implicitamente, lo stesso sacramento (intentio); mewntre il sacerdote non fa che assistere quale /testis pubblicus et testis qualificatus od testis ex oficio deputatus, raccogliendo in nome e per conto della Santa Romana Chiesa il consenso dei nubendi ed invocando, con la benedizione, la grazia su di essi.

Definizione del matrimonio

Nello stabilire la definizione del matrimonio è da tener sempre presente che il termine, benché abusato, non è univoco; poiché con il nome "matrimonio", si suole indicare sia l'atto giuridico in se stesso, che da origine alla società coniugale, sia il vincolo che da esso scaturisce e,  propriamente, la stessa società coniugale. come "status", posto in essere dal negozio matrimoniale.  Quando si afferma: "matrimonium facit partium consensus" e si studia la validità del matrimonio e quindi si parla di nullità del matrimonio medesimo, o si tratta degli impedimenti al matrimonio, ecc., il nome è inteso nel primo significato; 
quando si afferma "matrimonium esse societatem permanentem inter virum et mulierem ad filios procreandos" , che il matrimonio è indissolubile, o che induce questi  o questi altri obblighi  o diritti nei coniugi, o rispetto ai figli, ecc. il nome s'intende nel secondo senso.

V'è dunque, un matrimonio come atto transeunte, che i canonisti chiamano "in fieri" o "matrimonium active sumptum"; e un matrimonio come stato permanente, che si dice "in facto esse" o "matrimonium  passive sumptum". Ma il matrimonio inter baptizatos è sacramento sia "dum fit" sia " dum permanet postquam factum est". 
Il matrimonio può essere definito avendo riguardo all'uno o all'altro dei suoi due aspetti. 
Avendo riguardo soprattutto al matrimonio come atto, una definizione soddisfacente può essere questa: 
"Il matrimonio tra battezzati e il contratto-sacramento  che determina in piena e indissolubile unione tra un UOMO e una DONNA per la procreazione e l'educazione della prole e per il mutuo aiuto e perfezionamento".
                                                                    - - - - - - -

Ora, senza indulgere ancora nelle maglie della Legge Canonica, anche per non annoiare chi legge, si può subitamente capire che non di solo contratto si tratta...
Il matrimonio, per il suo carattere assai particolare, soprattutto in quanto Sacramento, è sottoposto a ulteriori speciali norme giuridiche, che si riferiscono sia alla sua confezione, sia alla sua vita, ossia ad altri rapporti che da esso necessariamente scaturiscono; i quali, a differenza di quelli nascenti da altri contratti di natura profana, sono, nella loro sostanzialità. indipendenti da ogni volontà dei soggetti contraenti.

Ritengo invece opportuno sottolineare il carattere rivoluzionario imposto dal Cristo nella questione dell'indissolubilità. Infatti se è ormai pacifica la figura del Matrimonio nel disegno divino, non appare altrettanto la sua indissolubilità che viene sancita solo dal Cristo che ha parlato per mezzo dei suoi apostoli.
Ogni uomo ( e ogni donna)  fa l'esperienza del male, attorno a sé e, soprattutto, dentro di sé. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l'uomo e la donna. Da che mondo è mondo l'unione dell'uomo con la donna è stata minacciata dal disappunto, dalla prevaricazione, dall'infedeltà, dalla gelosia e da numerosi conflitti che possono insorgere durante la vita matrimoniale e indi portare alla rottura del sacro legame. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui, ma sembra proprio avere un carattere universale. Certo, l'analisi che ne vien fuori è terribile, ma questo deve servire a rafforzare la fede, non ad indebolirla.
Quando ciò accade, allora davvero correre ai ripari. E solo con la FEDE diventa possibile superare l'impasse.
Pure questo non è affatto facile. Ma la realtà è che nessun uomo del mondo è immune, neppure quegli uomini di fede assai tradizionali. Il che ci riporta al "punto di partenza". Ed è qui che entra in campo il carattere assolutamente Stoico, anti-epicureo del Cristianesimo. Chi abbraccia una fede non può farlo solo a metà, privilegiando alcuni punti a discapito di altri. Vale sottolineane che, in questo ambito, fu proprio il Cristo a dare un carattere inderogabile all'unione matrimoniale.  Questo lo possiamo notare durante l'episodio delle nozze di Cana, dove, su richiesta di Maria, sua madre, il Cristo compie il suo primo segno... Inoltre, come se non bastasse, nella sua predicazione, Gesù ha insegnato, senza se e senza ma,  il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, ragion per cui il "permesso" conferito da Mosè, di ripudiare la propria moglie era una concessione motivata dalla durezza del cuore; una sorta di immaturità spirituale all'unione che, all'epoca veniva vista in senso del tutto materiale. Con la venuta del Cristo l'unione matrimoniale dell'uomo e della donna diventa indissolubile: Dio stesso l'ha conclusa: « Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi » (Mt  Oggi, purtroppo, in un periodo in cui, si da ampio risalto alla propria individualità, si mette in secondo piano la comunione con Dio. 
Oggi, alcuni esegeti, in odore di zolfo, affermano che questi detti del Signore avrebbero riscontrato già nei tempi apostolici una certa flessibilità nell’applicazione: e precisamente, nel caso della pornèia (fornicazione, cfr. Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso della separazione tra un partner cristiano e uno non cristiano (cfr. 1 Corinzi, 7, 12-15). Le clausole sulla fornicazione sono state oggetto di controversa discussione fin da subito in campo esegetico. Molti sono convinti che non si tratti di eccezioni rispetto all’indissolubilità del matrimonio, ma piuttosto di legami matrimoniali invalidi. Ad ogni buon conto, la Chiesa non può fondare la sua dottrina in base ad ipotesi esegetiche controverse. Essa si deve attenere al chiaro insegnamento del Cristo, non ad altri seminatori di zizzania. Non a caso, storicamente lo scisma operato dalla "perfida Albione" è stato posto in essere non a causa di differenze dottrinali, ma perché il Papa, in obbedienza al Verbo del Cristo, non poteva assecondare la richiesta regale di Enrico VIII circa lo scioglimento del suo matrimonio.  La nascita della Chiesa d'Inghilterra, come sottolineava giustamente il compianto prof. Giacinto Auriti, rappresenta a tutti gli effetti una "rivincita di Satana sul Cristo". Inoltre, anche qui, si apre la divaricazione tra insegnamento cristiano e insegnamento Mosaico, con tutto ciò che una tal cosa comporta.

La motivazione più profonda  la si può rinvenire nella fedeltà di Cristo alla sua Chiesa. Dal sacramento del Matrimonio scaturisce il dovere di fedeltà. Gli sposi (che sono i ministri dell'Istituto matrimoniale) sono obbligati a rappresentare tale fedeltà e a darne testimonianza attiva. Dal sacramento, l'indissolubilità del Matrimonio riceve un senso più alto.
Oggi, legarsi per tutta la vita a un essere umano può apparire irrealistico e persino impossibile. È perciò quanto mai necessario annunciare la Buona Novella e ripetere le parole del Cristo.  Dio ci ama di un amore definitivo e irrevocabile e gli sposi sono partecipi di questo amore, che li conduce e li sostiene, e che attraverso la loro fedeltà possono essere testimoni dell'amore fedele di Dio.