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martedì 21 febbraio 2012

Avidità

Avidità fa rima con solidità; ed appare dunque positiva secondo questo semplice apparentamento. Forse se c'è una cosa che non può imputarsi a questo peccato capitale è questa:  è eterno; nel senso che non ammette pentimenti, quindi, come i diamanti,  è per sempre.
Per contro, l'opulenza non è un incentivo alla saggezza e nemmeno al funzionamento virtuoso di una comunità. Nell'ago della bilancia, dunque, si  dovrebbe dare preferenza all'avidità, piuttosto che alla sobrietà. Però, seguendo la rima, anche sobrietà fa rima con solidità. E la sobrietà combatte l'avidità ne respinge l'etica ed il comportamento.
Nell'agio ci si rilassa, si è contenti, appagati del proprio status, quindi, perché cambiare? Invece è la fame che fa l'uomo curioso e, soprattutto, furbo.
Allora, si dovrebbe dedurne che i più affamati sono quelli del terzo e quarto mondo. E lo sono sicuramente, ma non nel senso auspicato dal liberal-capitalismo. E' necessario infatti che a questa "fame" individuale vi sia anche l'ambiente adatto a farla sviluppare nel senso giusto. In tal caso  si potrebbe persino pensare che un anonimo Stefano Lavori, nato e vissuto nei quartieri spagnoli, figlio di una baldracca napoletana, sia capace di costruire una profittevole "mela" partenopea, in grado di surclassare i diretti concorrenti d'oltreoceano. E poi, magari creare pure un impero dal nulla, magari facendolo nascere in un basso abusivo dell'hinterland napoletano. Chi si è recato – almeno una volta nella vita – in una  Banca per chiedere un prestito sa benissimo a cosa va incontro.
                              Stefano Lavori e Stefano Vozzini si recano in Banca per chiedere un Finanziamento alla loro “idea”.
"Stay hungry, Stay foolish".  Detta così, la follia legata alla fame non porta a nulla di buono. Ma se Steve Jobs fosse nato a Napoli cosa sarebbe accaduto? Sarebbe diventato ugualmente l'inventore dei PC dalla mera iridata?  Esiste una Napoli dell’immaginario che esce dal solito cliché degli spaghetti e mandolini?  O, molto più semplicemente, si sarebbe limitato a vendere gli orologi Rolex clonati dai cinesi,  agli angoli di Piazza Garibaldi? Fantasie.
Una volta ascoltando la santa messa l'officiante pronunciò quella famosa frase del Vangelo secondo cui "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli..." Rimasi turbato. E non perché io fossi ricco e facessi una vita agiata.Il motivo era un altro. E perché mai non dovrebbe anche lui, anche se ha peccato, godere del perdono divino? Subito qualcuno mi risponderà che si, è possibile salvarsi, anche in questo caso.
Ma il mio, evidentemente, è un discorso di ordine più generale. Mi spiego meglio. Perché un ricco dovrebbe trovarsi in una condizione di partenza assai sfavorevole rispetto ad un povero? Forse per restituire nell'al di là ciò che è stato tolto nell'al di qua? Allora, però, occorre dire che l'al di là è eterno, mentre qui l'esistenza è un soffio di vento.
Non sono tutti figli del medesimo Dio? Non siamo forse tutti uguali di fronte al figlio dell'Uomo?
Evidentemente no. Da qui ne discende il fatto che la giustizia non presuppone l'uguaglianza. Ma, appunto, l'esatto contrario.
Sul fronte eminentemente pratico le cose si fanno ancor più interessanti. Nella vita di ogni giorno come si comporta l'avidità?
E' solo negativa o assume anche aspetti positivi?
Ieri, per caso, mi sono imbattuto in un vecchio film di Oliver Stone: "Wall Street".
            Interessante monologo di Gordon Gekko, diretto al suo “apprendista”,Bud Fox.

Il protagonista principale è un trader senza scrupoli,  che scala società "decotte" e mal gestite; le rileva per quattro soldi, ne assume il controllo, le smembra e le rivende, pezzo per pezzo, guadagnandoci sopra una fortuna. Il suo nome è tutto un programma: Gordon Gekko, pronunciato con la G molto dura e gutturale, stigmatizza perfettamente l'avidità: "Greed is godd".
Gekko nel mondo di Wall Street è assurto ad icona, a modello da imitare e seguire. Gekko è un mito. E' la produzione di denaro per il denaro, per il possesso fine a se stesso. E' la ricerca incessante di ricchezza, come unico fine da osservare e perseguire. Possedere il lusso in quanto tale, ostentarlo per suscitare invidie e frustrazioni. Il tutto evidenziato da volgari cliché, che ne mostrano l'estrema tracotanza. Anche la cultura è al suo servizio: legge l'arte della guerra di Sun Tzu e la mette abilmente in pratica. In lui non domina il mezzo tono, i colori sbiaditi. Tutto è chiaramente aggressivo.
Anche il suo sguardo è penetrante e sembra violentare chi gli sta di fronte. Lo si nota allorquando rimira con soddisfazione il suo  timido apprendista, il quale ammette candidamente che prima di diventare ricco non aveva mai capito quanto fosse povero.   Il suo allievo è un certo Bud Fox che, stufo della solita routine come broker, vuole uscire dall'anonimato e diventare come Gekko. Dopo varie peripezie, dove viene continuamente messo alla prova da Gordon, che in questo caso, assume il ruolo di una sorta di collaudatore antropologico, riesce quasi nel suo intento. Ma per farlo dovrà passare sul corpo di suo padre. Di lì la svolta che, a mio parere, da un senso a  tutto il  film. Gordon Gekko non è solo il prototipo del rampantismo, Gekko è la risposta "democratica" a chi è ricco sin dalla nascita. Infatti il suo nemico principale è Sir Larry Wildman, un facoltoso nobile  inglese, trasferitosi a New York. Gordon rappresenta il nuovo potere americano che si sostituisce a quello inglese nel dominio del mondo.
In effetti, tale modello sarà seguito negli Usa da tutti coloro che, in un modo o nell'altro - vedi il caso Enron - faranno dell'avidità la loro unica bandiera.
Gordon Gekko, contrariamente a quanto si può pensare in questi casi, non è solo un personaggio creato dalla fantasia del suo regista, non è un "anti-eroe" che vive solo nel mondo della celluloide; egli può davvero assurgere a mito calato nella realtà. E non è unico. Proprio perché è una risposta “democratica”, egli avrà tantissimi esempi reali. E la realtà, in questo caso, supera la fantasia.

martedì 20 dicembre 2011

Specchietti per le allodole

Il debito pubblico

Un tema di estrema attualità, spesso sottovalutato nel passato, è quello dell’annoso debito pubblico.
A partire dagli anni ottanta, il debito pubblico è stato un problema solo per gli “addetti ai lavori”, non afferente l’ambito della politica partecipata, soprattutto a livello collettivo.  Nessuno si preoccupava più di tanto; e se qualcuno si permetteva di sollevare il problema nelle aule parlamentari veniva immediatamente ridicolizzato ed emarginato.
Tuttavia, gli eventi di questi ultimi anni ci dimostrano che era invece necessario prenderlo seriamente in considerazione. Oggi, purtroppo, ci troviamo nella necessità di sciogliere questo nodo, pena la perdita di conoscenza in un settore fondamentale per la nostra economia. La formazione del debito pubblico è uno dei primi frutti bacati della partitocrazia. Una sorta di vizio pubblico, per cui, tutti insieme, allegramente, si è proceduto per decenni a spendere e a spandere senza alcuna cognizione di causa. Il ricorso al debito, nel nostro Paese, è diventato - da quel periodo in poi - un modo ordinario di sgovernare il paese, e, viceversa, di governare gli appetiti famelici dell’apparato partitocratico,  in barba alle più elementari nozioni di economia. Adesso che la dimensione del debito in rapporto al Prodotto interno lordo ha assunto dimensioni macroscopiche fino ad arrivare al 120%, si corre ai ripari invocando lo stato d’eccezione e, persino, la sospensione della sovranità popolare. Attualmente il governo ha varato una manovra finale di sicuro impatto sociale. Ma non credo  servirà...

La storia

Senza andare troppo indietro nel tempo faccio una breve cronistoria degli eventi più significativi.
Per comprendere appieno il fenomeno (sottovalutato) del debito pubblico occorre scavare a fondo, fino alla “radice” politica di questa “realizzazione” delle due condizioni di sostenibilità del debito pubblico. I disavanzi primari cominciano a formarsi in modo consistente nella prima meta degli anni ‘70. Complessivamente, in questo decennio, il debito pubblico  aumentò dal 40% sino al 60%. Nel decennio dei “meravigliosi anni ‘70” abbiamo assistito ad un aumento del 20% del rapporto debito pubblico/Pil. Per capirne i motivi, occorre scomporre, per voci di spesa, il disavanzo di bilancio. Da che cosa era originato questo deficit? In quegli anni i disavanzi primari sono in parte giustificati da una esigenza di sostenere la nostra economia in una fase congiunturale sfavorevole. Ma questa è solo una parte della spiegazione.
Tra il 1970 e il 1980 la spesa pubblica corrente aumenta dal 32% al 39%. Quindi, un aumento di tale portata, non può avere come giustificazione  soltanto quella di sostenere l’attività produttiva. Il motivo  deve ricercarsi nella spirale contestazionistica del 1968, nella quale affiora con forza l’affermazione di taluni nuovi diritti che avranno negli anni successivi una ricaduta economica notevole.  Queste rivendicazioni salariali troveranno una risposta politica del tutto sganciata dalle teorie economiche che legavano il profitto al salario. Sono anni in cui si realizzano sostanziali aumenti contrattuali, trattamenti pensionistici più favorevoli ecc.   Anche nella sanità si registrò un forte aumento della spesa,  completamente slegata da una gestione oculata della cosa pubblica. I partiti, fregandosene della meritocrazia e dei rendiconti di bilancio, avviarono una "campagna acquisti" per esclusivo tornaconto personale o del partito di appartenenza. Il fatto che la spesa pubblica fosse sempre in continuo aumento non generò allarmi di grande portata. La condizione di permanente disavanzo strutturale del sistema ha origine quindi in una debolezza della politica. La politica fu incapace di governare responsabilmente i forti conflitti sociali che si determinarono in seguito al ‘68 e dunque vi fu una risposta consociativa dei partiti alle nuove esigenze che affioravano a ridosso degli anni ‘70. L’estrema incapacità della politica “democratica” dei partiti (partitocrazia) diede luogo ad una consociazione  attiva sul terreno della spesa pubblica, tra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. DC e PCI furono – in questo preciso frangente - sempre più frequentemente uniti nella votazione dei programmi di spesa, incuranti degli enormi debiti che ingeneravano.  La Banca d’Italia, negli anni settanta, condivise con il Ministero del  Tesoro l’obiettivo della crescita economica, anche a scapito del contenimento dell’inflazione; per cui, mentre il disavanzo primario aumentava, il tasso di interesse veniva mantenuto molto al di sotto del tasso di crescita del pil, favorendo, in questo modo, una stabilizzazione del rapporto debito/pil.
Per tal via, i debiti di bilancio, durante quegli anni, furono finanziati da quella che gli economisti chiamano “monetizzazione del debito pubblico” (Finanziamento del debito). La legge infatti stabiliva che la Banca d’Italia fosse obbligata a sottoscrivere le quote  dei titoli di debito pubblico che il Tesoro emetteva sul mercato ma che non riusciva a vendere. Questo meccanismo aveva il forte svantaggio di ingenerare delle forti spirali inflazionistiche, anche se non produceva notevoli ripercussioni sul tasso di interesse, che rimaneva contenuto entro limiti accettabili. E'  la ricetta che alcuni politici invocano ora con la creazione degli euro bond, semplicemente per continuare a lucrare su tutto, non certo per arginare gli sprechi. Dimenticano che una tal cosa esige una governance europea con politiche comuni, un comune Ministero del Tesoro, un comune Ministero dell'Economia ecc. Una tal cosa, inoltre, prevede la modifica dei trattati e, per adesso, la Germania è fortemente contraria. 
Sino al 1970,  gli accordi di Bretton Woods furono in grado di contenere gli squilibri economici. Poi, però, la guerra del Vietnam fece lievitare fortemente la spesa pubblica statunitense, per cui il sistema andò in crisi.  Infatti, di fronte al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve auree.
Ciò spinse il presidente USA, in illo tempore, Richard Nixon,  ad annunciare, il 15 agosto 1971, a Camp David, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve statunitensi si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro degli USA aveva già erogato 90.000 tonnellate d’oro. Inoltre, occorre ricordare che, in tale occasione, la Federal Reserve stampò una quantità ingente di banconote, assai superiore alla quantità consentità dalla riserva aurea disponibile. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.
Nel dicembre dello stesso anno il Gruppo dei Dieci firmò l'accordo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. Lo standard aureo (Gold Standard) fu quindi sostituito da un non sistema di cambi flessibili.

La Svolta

Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi
Negli anni '80 la “musica” cambiò completamente. La FED (Federal Reserve), sul finire degli anni '70, incominciò, infatti,  a seguire il trend monetarista,  per cui vennero adottati tutti gli indirizzi restrittivi di detta politica monetaria. Proprio in quegli anni e, precisamente, nel 1979,  l'Italia fece il suo ingresso nello SME.   Due anni più tardi, nemmeno a farlo a apposta, si realizzò un fatto molto importante: il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore (in illo tempore) della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di comune accordo, decretarono per legge il divorzio fra Bankitalia e il Ministero del Tesoro. La Banca centrale di emissione (Banca d'Italia) non era più obbligata a sottoscrivere i titoli  statali che il Tesoro non fosse riuscito a piazzare sul mercato o a vendere ad investitori privati. Quindi, a questa trasformazione istituzionale, fece seguito anche un mutamento della politica monetaria. In cosa consisteva questa trasformazione? Anzitutto  fu messa in pratica la politica monetarista della FED  che si tradusse sia in una notevole restrizione della base monetaria sia in un poderoso aumento dei tassi di interesse.  Questi ultimi superarono di parecchi punti i tassi di crescita del Prodotto interno Lordo (PIL).    Mentre gli anni ' 70 furono caratterizzati dal patto di alleanza fra la Banca d’Italia  e il Ministero del Tesoro, gli anni successivi, furono caratterizzati da un enorme indebitamento dello Stato verso la Banca Centrale. Ma, in definitiva,  quale furono le ragioni di tale divorzio? La prima ragione fu quella di porre fine al meccanismo inflazionistico di disavanzo. Finanziare il disavanzo attraverso l’ampliamento della base monetaria creava sicuramente una spirale inflazionistica. La seconda motivazione era dettata dal fatto che si voleva “responsabilizzare” la classe politica, attraverso una politica legata al debito pubblico. Si riteneva, cioè, che il parlamento, messo di fronte al dato inoppugnabile di un aumento del deficit di bilancio pubblico e, soprattutto, ad un elevato aumento dei  costi, in termini di tassi di interesse, avrebbe messo  fine agli sprechi. Questa ultima  considerazione, però,  fu del tutto disattesa e gli anni ottanta furono caratterizzati da un’ingentissima spesa pubblica per il pagamento degli interessi.

Questo disavanzo di bilancio non si fermò nemmeno negli anni successivi dove, nonostante la congiuntura internazionale fosse favorevole, con una forte espansione del ciclo economico internazionale, il Pil passò dallo 0,6% del 1982 a quasi il 4 % del 1988. Dunque, nonostante una fase espansiva del ciclo economico, si continuò ad accumulare forti disavanzi di bilancio che fecero salire il debito pubblico in modo esponenziale.

Non si può parlare di un'applicazione della  teoria economica keynesiana. Difatti,  chi segue la politica di John Maynard Keynes, non farebbe mai una cosa del genere. La crescita di questo disavanzo anche negli anni ‘80 non fu l’esito di politiche neo keynesiane.  Il problema del disavanzo pubblico era noto a tutti in quegli anni. Ma tutti fecero finta di non vedere. Gli unici, per amor del vero, a denunciare questo stato di cose furono i radicali, guidati da Marco Pannella. A tal proposito, il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi scrisse:  
“In nessun altro paese industrializzato i disavanzi pubblici hanno mantenuto per così lungo tempo dimensioni tanto ingenti come in Italia. I problemi posti dall’interazione tra debito accumulato e disavanzi ripetutamente elevati si fanno pressanti”.
Che amara delusione! A ben vedere, questa “ragione” assomiglia assai ad un pretesto di ordine diverso. Perché mai dei governanti abituati a spendere e a spandere, accreditandosi presso l’elettorato come dei veri e propri benefattori, avrebbero dovuto rinunciare al migliore dei privilegi?  In altre parole, se avessero fatto diversamente, si sarebbero scavati la fossa con le loro stesse mani, dato che il monopolio del consenso, passava (e passa ancora) proprio attraverso l’elargizione di favori e prebende pagate col debito…
La “responsabilità” dei politici nell’arco di 150 anni non si era mai vista, soprattutto nei confronti del Sud-Italia, dove fu attuata una fiscalità di rapina.  Tutta una serie di tasse e balzelli, fino ad allora pressochè sconosciuti, furono allora introdotti facendo passare il Regno delle due Sicilie dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte esorbitanti; imposta di ricchezza mobile, tasse di registro e bollo. tasse giudiziarie, successione, fondiaria, ecc.
Oggi, nonostante il crescente debito pubblico, i politici continuano imperterriti sulla strada dello spreco, elargendo favori a destra e a manca per alimentare il consenso ed assicurarsi la rielezione. Per questo motivo, si è resa necessaria la separazione tra il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale.  I politici hanno reagito in malo modo, incoraggiando (direttamente o indirettamente) correnti di pensiero che infondessero sfiducia nelle Banche Centrali.
Una di queste correnti è quella legata al Signoraggio Bancario. Su questo argomento si sono dette e scritte tutta una serie di corbellerie che ad elencarle tutte ci vorrebbe una vita. Lo stato si indebita perchè spende troppo rispetto alle sue entrate. La cosa è abbastanza semplice ma per ovvi motivi tutti preferiscono credere a tesi di complotti immaginari che hanno il solo effetto di continuare a deresponsabilizzare una classe politica incapace e, soprattutto, ad illudere i coloro che - credendo di essere più furbi degli altri - fanno proprie le tesi complottiste.
In realtà - senza troppa pubblicità - la stessa Banca d'Italia riconosce e definisce il Signoraggio Bancario.

Conclusioni

Il Ministero del Tesoro e dell'Economia sarebbero perfettamente in grado di gestire tutti i processi concernenti l'emissione monetaria. Inoltre, l'Istituto poligrafico dello Stato detiene già da tempo la cultura e le specializzazioni richieste in tale materia".  Su questo non c'è alcun dubbio. Per tali motivi, tutti si chiedono il motivo per cui non sia lo Stato a controllarne l'emissione.  Il problema - evidentemente - non è relativo alla competenza...
Il motivo principale di questo diniego  - occorre ripeterlo - sta nel fatto che la politica - senza l'ausilio di un'autorità esterna - praticherebbe un'emissione monetaria incontrollata, svalutando la moneta ad libitum e causando altresì un aumento dei prezzi.
Tutti ricorderanno la nefasta esperienza vissuta durante la Repubblica di Weimar in Germania dove per fare la spesa occorrevano carriole di marchi.
La stampa illimitata di banconote è infatti il desiderio segreto di tutti i politicanti spendaccioni che, in tal modo, potrebbero dar corso a tutti gli sperperi che quotidianamente mettono in pratica, senza soluzione di continuità.
Collocare nelle mani dell'esecutivo la stampa della moneta andrebbe contro il principio economico della "rarità monetaria", oltre che contro il principio democratico della divisione dei poteri. Infatti chi propone un ritorno alla sovranità monetaria vagheggia teorie cospirazioniste volte al controllo del mondo attraverso l'emissione monetaria. Il tutto, con la irresponsabile complicità dei politici. In realtà le cose stanno assai diversamente. La moneta, in vero, per essere valida deve essere scarsa. L'abbondanza di moneta è foriera di enormi processi inflazionistici, tanto che in tali casi si parla di iperinflazione.
Non esistono, dunque, soluzioni miracolose per scongiurare la crescita esponenziale del debito pubblico. L'unica soluzione da adottare è quella che attuerebbe ogni buon padre di famiglia: spendere in proporzione alle entrate. Nulla di più.
© ♔Pier Luigi

sabato 8 ottobre 2011

Requiem

"Il termine socialismo non designa più un nessun ordine sociale esistente e neppure alcun modello di società realizzabile a breve o a lungo termine". André Gorz

"Il mondo è in continua "evoluzione". Il futuro è a portata di mano. Tutto cambia e tutti devono cambiare". Questo è il refrain che spesso ci sentiamo ripetere da più parti e che nessuno si sente di contrastare. Tuttavia, ciò rappresenta non tanto un idem sentire, quanto piuttosto il verbo liberal-capitalista propinato in varie salse  e a man bassa dal sistema. Questo refrain – per meglio dire - risponde alla logica del dover essere. La peculiarità di questo tipo di logica sta nella difficoltà di riconoscere ciò che è…ciò che viene dal basso, appunto. Questo moralismo – a mio parere - è molto radicato nella società odierna, per cui tutti gli altri “modi d’essere” e, più in particolare, l’essere insieme (comunitario) ha difficoltà ad essere compreso ed accettato.
Nell'attesa che si inverino le profezie economiciste, può essere utile riflettere sulla svolta storica che già c'è stata e che si può sintetizzare così: il turbocapitalismo continua - malgrado tutto - a stravincere perché i vari socialismi hanno irrimediabilmente perso la partita. Un giudizio molto severo, si dirà, non pienamente conforme ad una corretta analisi dei fatti, si potrebbe persino aggiungere. Tuttavia, dopo che il socialismo reale è stato costretto alla resa (anche perché non ha trovato un esercito di uomini che avesse tentato una qualche sparuta forma di resistenza), all'uomo comune non rimane altro da dire.
Dopo il superamento del bipolarismo (Usa-Urss) e della divisione della politica ideologico-sociale in due blocchi, sono falliti anche i cosiddetti socialismi riformisti.  Si può affermare, infatti, senza tema di smentita, che a furia di revisioni e compromessi, i socialismi riformisti si sono snaturati ad araldi dell'economia svincolata dalla politica, a bardi della finanza collocati al posto dello stato, dimenticando il ruolo dello stato centrale come catalizzatore del bene comune e organizzatore della politica sociale della comunità. Si potrebbe persino parlare di un vero e proprio naufragio del socialismo riformista che, a causa del senso di minorità nei confronti dell'universo liberale, è stato completamente annacquato dalla cultura vincente.  Qualcuno ha parlato – forse esagerando – di un “suicidio del Socialismo”. A questo punto non ha senso avere un "socialismo", quando esiste un "liberalismo progressivo" che tende a spostare l'ago della bilancia in favore del benessere. Lo Stato, come sintesi politica della società e organizzatore delle attività economiche, è sul viale del tramonto. Appare perciò lampante che, per le odierne società occidentali, non vi sia altro destino se non quello di essere governate dagli immensi flussi finanziari che scorrazzano senza limiti, manovrati dalle cosiddette oligarchie finanziare, attraverso innumerevoli canali di comunicazione. E come se si fosse data la stura ad una lunga era planetaria, in cui è l’egemonia incontrastata del denaro a farla da padrone. L'egemonia d’una ricchezza creata dal nulla e moltiplicata anatocisticamente sulle spalle dei lavoratori. Un’economia di carta, i cui parametri non sono rappresentati dalle risorse naturali ed umane di cui effettivamente si dispone, bensì dalla capacità truffaldina di rastrellare pseudo-moneta da impiegare in manovre speculative sulle valute dei vari paesi, ovvero in acquisizioni e smembramenti di imprese a carattere strategico e/o d'interesse nazionale. L’Italia, in questo senso, è un paese messo all’incanto. E' un paese che, per colpa di una classe politica composta in massima parte da inetti, viene messo all'asta e svenduto al migliore offerente. Il tutto per ripianare un bilancio falsato da truffe contabili e strutturali a vari livelli.
E' la stagione del potere usurocratico globale, il cui simbolo maggiore, oltre alle Torri gemelle, è la famigerata “Strada del Muro” (Wall Street).  Un muro assai più tenace di quello che è andato in frantumi a Berlino. E’ la stagione del capitalismo finanziario, del cosiddetto turbo capitalismo e, soprattutto, di un potere in cui i ministri decretano misure economiche antipopolari, digitandole attraverso le grandi banche di affari e dei grandi gruppi finanziari. Questi ultimi non investono alcunché, non si assumono alcun rischio e, ciò nonostante, possono registrare volumi mostruosi di commissioni e affari incommensurabili, perché danno suggerimenti su come trarre maggior profitto dalle speculazioni in atto sui popoli.
Si tratta, in buona sostanza, del potere mondialista, nella cui ideologia utilitarista è insita la volontà di dominio sui popoli. E’ un potere basato sulla logica del profitto, che necessariamente entra in rotta di collisione con idealità, religioni,  le diversità etniche e nazionali, ragion per cui le aspirazioni dei popoli all’indipendenza politica ed economica vanno a farsi benedire. Un “dominio” che ha per compito precipuo quello d'arrestare ogni anelito spirituale dell’uomo. Un potere assoluto che, per sua natura, tende a soffocare l’intima esigenza dell'uomo, a cercare un senso superiore alla vita nella trascendenza, nella spiritualità, nella solidarietà sociale, nel bene comune. E tutti conosciamo quanti danni ha causato il crollo di Wall Street nel 1929…
Naturalmente, questa non è solo la politica esercitata e praticata oltreoceano; anche in Europa ha preso piede - lentamente ma inesorabilmente - questa mefitica mentalità. Si può dire, ad esempio, che la nostra "unione europea" è fondata sulla lenta ed inesorabile estromissione del popolo dalla gestione della cosa pubblica. E ciò avviene in vari modi e a vari livelli: anzitutto, attraverso una competizione selvaggia che rifiuta ogni progettazione democratica dell'economia, ogni ordine morale, che fa strame di ogni sicurezza sociale, che postula il ritiro dello stato dagli stessi suoi compiti istituzionali: dal Lavoro alla Sanità, dalle comunicazioni alla Scuola, fino all'amministrazione della giustizia. Inoltre, la libera circolazione dei mezzi finanziari non confluisce su investimenti correlati ai bisogni della collettività... tutt'altro. Il capitale, si sa, corre dove lo chiama il maggiore e più rapido profitto, tanto che nelle società contemporanee, in America come in Europa e altrove, allo spirito d’impresa si va sostituendo lo spirito finanziario, proprio come paventava Keynes.
Verrebbe voglia di rivedere certa letteratura ormai messa all'indice,  eppure tanto concorde nei giudizi sul capitalismo finanziario. Mi tornano alla mente, addirittura, fra gli scritti più demonizzati, quelle pagine di LENIN sull'imperialismo come stadio del capitalismo.  Tutta roba che solo a ricordarne l'esistenza si rischia di venir lapidati non solo da destra ma pure dalla cosiddetta "sinistra". E non aiuterebbe molto insistere col proporre la tesi dello Stato sociale della chiesa, ricordando che non sono ammissibili l'abuso, la  speculazione, il trasferimento all'estero di redditi a danno dei propri concittadini  e della propria patria. Non aiuterebbe molto, perché, fra l'altro, questa che viviamo, è pure la stagione della grande intolleranza. Un'intolleranza camuffata, negata e quindi più becera, subdola, perché nessuno la avverte come tale.   E' l’intolleranza del capitalismo che non ammette la concorrenza di altri sistemi portatori di  norme etiche  e limitazioni giuridiche; l’intolleranza di chi - con estrema arroganza e cinismo - bolla gli altri sistemi come irricevibili, superati, o semplicemente antieconomici ed oltremodo onerosi; l'intolleranza dei governanti e dei partiti politici che  non ammettono i propri errori: ritardi, immoralità, omissioni, incapacità e quant'altro  di peggio a loro  carico  e danno possa essere attribuito.


                                              Il vero volto del Liberal-capitalismo in meno di un minuto


Questa altresì è la stagione della politica senza motivazioni di ordine teorico e ideale, della politica immiserita a concorso per la difesa e la conservazione di privilegi, della politica involgarita a competizioni tra odalische che sgomitano per rientrare nei serragli dei pashà del capitale ed eunuchi che tentano di estrometterle; competizioni tra corpi stremati, magari scissi, che non hanno più un'identità, né osano dichiararla. Costoro non tollerano nemmeno che ci si permetta di chieder loro dove e con chi vogliono andare.  In Italia, tutte le forze politiche (destra e sinistra) millantano ottime soluzioni   per assicurare il bene comune; non le esibiscono, non le divulgano ma dicono di averle, e ciò gli basta per chiedere a gran voce di essere preferite le une all'altre. In realtà, su un punto essenziale non si differenziano fra loro: magnificare il libero mercato e la libera concorrenza, relegando lo stato all'infimo ruolo di supplente, così come si farebbe con un semplice pivellino alle prime armi. Che poi, allo stato dei fatti, non ci siano spazi reali per la libera concorrenza ed il libero mercato…beh…questa è una questione che lor signori non si pongono nemmeno, e su cui si guardano bene di incidere come si dovrebbe. La conquista di fette rilevanti del mercato tramite la corruzione è argomento attuale che appassiona solo il lettore di cronache scandalistiche. Cosicché ormai come accade in Francia, Italia, Spagna,  quasi quasi è un argomento che annoia. Ne deriva che le inchieste giudiziarie in corso potranno soltanto favorire un ricambio interno al ceto politico-imprenditoriale dominante, nel senso che tutto potrà risolversi in una sorta di turn-over fra le ex stelle di prima grandezza ed i loro discepoli e manutengoli attualmente in “panchina”, in attesa di “entrare in campo”. Quando invece, per le abilitazioni a produrre e a competere da una parte, e per il mandato politico dall’altra, servirebbero norme tassative, severamente sanzionate e comunque inclusive di verifiche costanti, rapide e ben procedibili. Altrimenti,  corrotto e corruttore, finiti sotto processo, o  verranno "salvati", oppure  sostituiti da “galantuomini” della stessa pasta, senza dubbio più accorti e dunque più difficilmente imputabili, ma, in definitiva, senza remore concrete ad emulare le gesta dei loro “maestri” e predecessori.

Quanto prima affermato attiene al mercato solo relativamente alle sue più miserevoli patologie, ma non individua le sue caratteristiche  peculiari.  Non che truffare su opere e servizi destinati alla collettività sia peccato veniale, non che non facciano ribrezzo gli sporchi lucri su ospedali e case di riposo, su carceri fatiscenti e cimiteri lottizzati. Per non parlare poi dell'edilizia popolare, della viabilità, dei trasporti e delle tante cattedrali nel deserto che sono state erette solo per riempire il portafoglio di imprenditori senza scrupoli, avidi di denaro ed incuranti del bene comune, aggiungendo così altra carne al fuoco  del debito pubblico che, invece di estinguersi, va ad aggiungersi all’enorme mole di spreco preesistente e presente. Sono crimini aberranti che richiederebbero ben altri interventi di quelli consentiti ad una macchina della giustizia farraginosa, scarsa di operatori e con allacciamenti di fortuna.   Interventi che  difficilmente potranno essere portati a termine in modo proficuo, senza uomini e senza mezzi, le cui risorse vengono giorno dopo giorno decurtate per far fronte alla scarsità di denaro in circolazione. Del mercato, ancor più delle patologie che possono colpirlo, preoccupa il potere patogeno che esso esercita in termini di scelte produttive e di offerte consumistiche. Attraverso il mercato passa una logica di prevaricazione e di dominio da parte di soggetti che, grazie alla loro forza economica sovranazionale e allo loro sempiterna presenza nei mass-media, riescono a condizionare il mercato stesso,  piegandolo ai propri voleri. Alla  libertà di competizione produttiva e mercantile fanno da corollario la legittimazione del massimo profitto e la decolpevolizzazione dell'individualismo. E se ciascuno dispone della piena libertà e viene pure spronato nell'intrapresa di attività che servono soltanto ad assicurare rapidi profitti, tralasciando ogni aspetto che riguarda il bene comune,  si guarderà bene dal mettere a rischio capitale e futuro aziendale per prodotti nuovi correlati alle necessità effettive generali dell'oggi e del domani. Gli sembrerebbe di bestemmiare contro la razionalità economica operando nel sociale, mettendo da parte i vantaggi che deriverebbero da una completa privatizzazione di beni e servizi. Così facendo, infatti,  potrebbe andarne di mezzo anche il suo buon nome di capace imprenditore e di abile affarista, per cui appaiono normali le proteste da parte di chi chiede insistentemente di sciogliere lacci e lacciuoli, controlli e quant’altro ostruisca il libero agire.   Le sortite costose dei ricavi a medio termine erano appannaggio esclusivo dei capitani d’industria: personaggi d’altri tempi, ormai superati.  Oggi ci si fa un "nome" e si fanno grandi affari sui beni superflui, sui servizi di lusso, non certo sui bisogni primari della popolazione. E sul mercato ci si può stare attraverso le suggestioni mas-mediatiche, che inducono sempre bisogni nuovi, mai avvertiti prima, ma subito impellenti ed incomprimibili. Così inteso e protetto, il mercato genera gravi malattie: culturali, sociali,  economiche.  Non solo rimuove la centralità dell'uomo col suo lavoro, non solo instaura l'era dell' Homo oeconomicus, cancellando quella dell’Homo religiosus, ma getta alle ortiche persino il modello socialdemocratico degli anni '30. Dal modello fordista viene sottratto il sostegno alla maggiore occupazione e l'incentivazione allo stato per l'offerta  di sicurezza sociale e per i lavori pubblici; vengono confermate  la grande automazione e la standardizzazione, ma essenzialmente, per ridurre gli organici del personale qualificato, mentre i guadagni di produttività vengono sottratti  al fisco e vengono progressivamente indirizzati verso il mercato finanziario, magari in quello dei titoli di stato esentasse, non solo a danno dello spirito d'impresa, ma soprattutto contro lo Stato e i cittadini. Lo Stato, in questa maniera, si va progressivamente svuotando di ogni significato pregnante, meritando perciò la retrocessione a “statalismo”. Lo Stato, complice il familismo clientelare di certi politicanti d’accatto, viene costretto ad arretrare nei confronti dei servizi ai cittadini, facendo passare l’idea che “privato è meglio”, quando invece, alla prova dei fatti, nulla è cambiato concretamente.
diritti_umani_civili_politici03Oggi, insomma, nel nostro paese come altrove, l'assoluta libertà di iniziativa economica tende a confliggere coi diritti umani, con  la stessa crescita economica delle comunità. E se così è, la proposizione di nuove forme di organizzazione politica  è davvero urgente. Nuove forme per nuova sostanza. Nuove forme per nuove  istanze concretamente finalizzate a correggere le attuali regole economiche e procedure lavorative. Si tratta infatti di proporre un'alternativa credibile e ragionata all'arbitrio economicistico.  E, a guardar bene, non ci sarebbe bisogno di grandi sforzi creativi.  In Italia basterebbe riscoprire i valori e principi esposti nella nostra costituzione, i diritti e  i doveri socio economici che essa detta e garantisce. Ma non solo. Anche durante il vituperato regime fascista furono gettate le le basi  per una riscossa antieconomicista e soprattutto sociale dell’ordinamento statuale. Si tratta solo di avere la capacità di ammettere quanto di buono è stato fatto, scartando il resto. Oggidì invece occorre rivedere  l'ordinamento della Repubblica, non solo per quanto attiene alle funzioni del Presidente della Repubblica, delle Camere, del numero dei parlamentari, del sistema elettorale,  quanto piuttosto relativamente al vincolo, alla possibilità di revoca del mandato politico.  La nostra Costituzione, al di la di come la si voglia interpretare, è pur sempre una buona sintesi di un illuminato pensiero politico-sociale italiano ed europeo. E se si fa ricorso alla carta costituzionale si trovano già belle e pronte tutte le indicazioni utili per rispondere compiutamente alla domanda di socialità delle istituzioni e, soprattutto, della centralità del lavoro. Quest’ultimo è alla base del dettato costituzionale. Non se ne può prescindere accampando stati di necessità o di “emergenza”. Queste ultime, purtroppo, si susseguono anno dopo anno, tutti gli anni, senza soluzione di continuità, secondo un disegno inteso a reprimere le istanze sociali. Non si può disattendere un diritto costituzionalmente garantito che è alla base della nostra Costituzione. Non si può disattendere il diritto del lavoro con l’appello ad una scala di compatibilità in cui l’occupazione e le retribuzioni vengono relegate  all’ultimo posto.  Senza il lavoro non c’è società, non c’è lo Stato, non c’è cittadinanza,  non c’è libertà e, soprattutto senza un lavoro che rispetti la dignità umana, si perde persino la peculiarità di esseri umani.
Il primo fine del cambiamento verso il futuro non può non essere il recupero del diritto negato, il ripristino della centralità del lavoro. Ma se si concorda con questo assunto, si dovrà concludere che la crescita economica tanto è efficace in quanto legata alle priorità sociali. E se le misure dell’efficacia economica sono i fini sociali, balza all’evidenza che l’economia del profitto individuale (o di gruppo) di per sé confligge con l’utilità sociale perché postula violenza, alienazioni, dominio del singolo (o del gruppo) contro gli altri, dei pochi contro tutti.
Purtroppo, però, non è questa la morale corrente. Il ceto politico dominante e il popolo che lo segue, si fanno portatori di una mentalità utilitaristica ed arrivista, in cui il primo posto spetta sempre al profitto, al guadagno facile, non alle regole, o al rispetto del prossimo.
La Costituzione italiana, tuttavia, non lascia spazio alla morale corrente.
L’Art. 41 della costituzione recita:
“L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Altro che meno Stato e più privato! Altro che mercato e competizione a briglia sciolta!
Per rimanere nella legalità costituzionale, l’economia del nostro paese dev’essere soggetta a programmi determinati dalla legge. In altre parole, si richiede una politica economica che determini quale sviluppo, quali consumi, quale crescita possano e debbano essere perseguiti per l’utilità generale. Si richiede una regolazione dell’economia nel quadro politico-culturale dettato dalla Costituzione, per uno sviluppo ordinato al bene comune non soggetto alla concentrazione della ricchezza, bensì ad una democrazia realmente e  largamente partecipata. Orbene, a proposito di revisione costituzionale, i nostri cari governanti, fra cui tanti ex missini del PDL, cosa vogliono veramente? Si vuole uscire dalla violazione dei diritti e dei doveri costituzionali o si vuole cambiare la costituzione perché troppo sociale? I partiti italiani o ciò che ne rimane, vogliono fare ammenda delle violazioni costituzionali che hanno commesso, oppure vogliono eliminare le norme che pongono fuori legge il loro operato?
Io sono fermamente convinto che sia più credibile l’ultima ipotesi.
A queste domande, naturalmente, le forze reazionarie e conservatrici coerentemente oppongono le loro scatole di compatibilità, le loro “emergenze”, i loro più o meno espliciti dinieghi. Ma di fronte a queste domande, le forze che più generalmente si dicono sociali o socialiste o restano mute, perché non le intendono più, oppure danno le medesime risposte delle forze conservatrici e reazionarie o, benché vada, rispondono con gli accenti confusi dei pentiti storicamente impenitenti. E a chi le incalza chiedendo loro conto del loro nome, borbottano l’eterno “risanare per rilanciare”, oppure che c’è ripulsa storica, che  c’è un’invalidazione del termine “ socialismo” e perciò occorre far ricorso al più generico termine di “sinistra”.
Se non che Norberto Bobbio  scrisse che “l’unica certezza della sinistra è di dubitare di se stessa”.   E, a questo proposito, rincara Paolo Flores d’Arcais: “Le sinistre non sono diverse,  o almeno non sono sufficientemente diverse dalle destre,  non lo sono nel loro agire che è poi quello che in politica conta”. In effetti, i termini centro, sinistra, destra non hanno più significati e contenuti concreti o meglio stanno solo ad indicare  gli antichi serbatoi di voti. Le richieste di correggere i comportamenti politici funzionali al capitalismo mostrano chiaramente un nuovo ordine una nuova vera democrazia, per ordinare la società e lo sviluppo economico secondo l’interesse di tutti e il bene di ciascuno.
Fra la gente semplice, purtroppo, eccezioni a parte, è venuta meno la sana pratica della solidarietà sociale, di quella socialità che invita a partecipare, a sentirsi parte di un tutto. Le uniche partecipazioni  gradite oggi, se non agognate, sono quelle delle donne ai concorsi di bellezza. Il concetto fondamentale secondo cui i beni della terra appartengono al popolo in quanto destinati allo sviluppo della società umana sta venendo progressivamente meno. Per contro si fa strada la via apparentemente bella dell’egoismo del “tutto e subito”.  Oggi  il popolo ha spostato i suoi interessi, prendendo a prestito modelli individualisti e perciò stesso legati al godimento del singolo, invece che all’usufrutto della società.  Concetti alieni che non ingenerano più insopprimibili convergenze di solidarietà, bensì diventano il fulcro di quell’egoismo estraneo alla nostra cultura e alla nostra storia. Questi concetti fanno il paio con le divisioni artificiose introdotte dai nostri politicanti, i quali puntano a dividere il dissenso attorno a questioni faziose o praticamente marginali: o a coagularlo, esclusivamente per venire incontro ai propri interessi.  Quei sentimenti sono stati prima anestetizzati e poi lentamente cancellati attraverso il culto dell’individualismo, della falsa libertà, del muoversi senza scopo (o per motivi inerenti la vita stessa), del successo a tutti i costi. Non altro. In effetti - e gli uomini liberi possono dirlo - nel nostro paese, in seguito all’ingresso dello “spettacolo” nell’agone politico, si sono distrutti quei germi primigeni di quel socialismo indistinto, ante-litteram che,  seppure in sonno, albergavano fra la gente del popolo, e avevano generato il nucleo della cultura italiana. Un nucleo che si ritrovava unito nei momenti belli e in quelli brutti, che condivideva feste e lutti, gioie e dolori, abbondanza e privazioni.
Oggi, purtroppo, lo scenario è radicalmente cambiato. L'Italia non è più un paese rurale né di emigranti; e ciò non perché si sia realmente evoluto, diventando un paese realmente industrializzato, ma perché è stato espropriato della sua vera storia e delle sue tradizioni, privato della sua ricchezza ed infine umiliato attraverso una falsa unità. L'Italia è un paese al collasso, che esporta poco e importa molte cose inutili, un paese di vecchi e per vecchi...   Il popolo oggi viene convocato ad ogni scadenza alle elezioni-farsa, per dare una qualche parvenza di legalità ad un sistema di dittatura globale: la plutocrazia mondialista. Quando il popolo si sarà finalmente accorto dell'inganno "democratico" sarà troppo tardi. Il popolo dovrà - obtorto collo - obbedire se vorrà continuare a campare. In caso contrario vi sarà prima la esclusione dal sistema, (come già accade per alcuni) attraverso una procedura di lenta e graduale emarginazione; in seconda battuta, l'arresto o, per gli individui più pericolosi, finanche l'eliminazione fisica.  Una unione che postula la ritirata dello stato da ogni suo compito istituzionale, ragion per cui alla fine del processo non vi sarà neppure più la parola stato.  Il tempo, si dice, che è un "galantuomo", che, in pratica dovrebbe servire a chiarire le cose. Ma, spesso, le cose si offuscano più il tempo passa. Rimangono, cioè, nel dimenticatoio. Per converso, oggi occorre rivalutare il valore dello Stato come fulcro principale di ogni comunità umana, pena lo smembramento di essa. Lo Stato ha, come principale compito quello di coagulare le diverse esigenze e, soprattutto le diverse aspirazioni, facendole convergere  però verso un unico obiettivo: il bene comune. E, così bene inteso, il nome socialismo può essere riscattato dalle appropriazioni indebite e strumentali; usato dagli uomini liberi per significare un ordine sociale,  un modello di società da realizzare, un modello alternativo a quello dello scontro cieco, belluino, ingenerato dagli egoismi individuali; un modello da contrappore al razzismo  neo-utilitaristico della razza-padrona, che tende a perpetuare le classi sociali,  rendendole  schiave, inamovibili; trasformando i cittadini in servi,  conferendo loro l’infimo ruolo di schiavi permanenti, condannati perennemente a fornire le proprie braccia, in cambio della mera sopravvivenza.