In una stagione in cui la denatalità viene trattata come un mero dato statistico o un problema amministrativo, occorre tornare all’assunto più radicale di una filosofia dell'atto:
la realtà non è qualcosa che si subisce, ma qualcosa che si compie, attraverso un processo dialettico.
Non esiste “la società” come entità esterna: esistono gli atti degli uomini che la edificano, la rinnovano, la custodiscono.
Da questa prospettiva, la natalità non è un fatto privato, né un semplice evento biologico. È un ATTO ETICO, un gesto attraverso cui l’individuo afferma la continuità della comunità e la responsabilità verso ciò che ancora non è, ma che può essere.
Generare non significa aggiungere numeri: significa assumere su di sé il compito di dare forma al futuro, di non lasciare che il mondo si consumi nell’inerzia.
Un programma etico attualista non chiede incentivi, ma COSCIENZA: che ogni nascita sia un atto di fiducia attiva, non di speranza passiva; che la comunità VIVE e resiste alle intemperie esterne solo se qualcuno decide di incarnarla; che il futuro non si attende, si GENERA!
La denatalità non è dunque frutto di un destino cinico e baro, ma il segno di una rinuncia. E ogni rinuncia è un atto.
Così come lo è la decisione opposta: affermare la vita come responsabilità, come costruzione, come testimonianza. Solo quando l’individuo riconoscerà che il mondo è ciò che egli fa — e non ciò che trova — allora la natalità tornerà a essere ciò che è sempre stata: un gesto di fondazione.
